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Ciao Befèllifi!

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Illustrazione di Agrin Amedì
Un personaggio piuttosto strano catturò l’attenzione di Andrea mentre era seduto sul divano facendo zapping. Era un uomo di mezza età, calvo, ma cercava di nasconderlo attraverso un inguardabile riporto che non faceva altro che attirare di più l’attenzione su quella sua testina tonda.

Un personaggio piuttosto strano catturò l’attenzione di Andrea mentre era seduto sul divano facendo zapping. Era un uomo di mezza età, calvo, ma cercava di nasconderlo attraverso un inguardabile riporto che non faceva altro che attirare di più l’attenzione su quella sua testina tonda. Aveva gli occhi piccoli e un viso paffutello. Accanto a lui una donna bionda, formosa all’inverosimile strizzata dentro un vestito bianco cortissimo che sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. «Che bella coppia…», pensò Andrea. Quando l’applauso del pubblico in studio cessò, dopo qualche secondo, finalmente, l’uomo cominciò a parlare: «Benvenuti miei bellissimi telespettatori alla prima puntata di “Belli e popolari”, il programma televisivo che non è per tutti. È per pochi, gente, non tutti ci potranno capire e lo sappiamo. Ma a noi non ci importa, perché solo chi è all’altezza, solo chi è bello e popolare è degno di essere nostro pubblico. Un saluto da Johnny Dollar e dalla nostra bellissima e popolarissima Jessica Instagram! Siamo pronti a cominciare!».
«Che diavolo di nomi…» pensò Andrea. Intanto la gente in studio, abilmente inquadrata dal cameraman, si era già alzata in piedi, applaudendo.
L’uomo calvo riprese la parola mentre poneva le mani davanti a sé in segno di preghiera e chinava la testa sorridendo cercando di placare gli applausi scatenati. Stavolta però, quando cominciò a parlare, non era più come prima. Farfugliava qualcosa come fanno i bambini quando creano i loro alfabeti segreti. «Ma… ma… sta veramente usando l’alfabeto farfallino? Ma cosa fa?!» disse Andrea contro il televisore. Non si capiva nulla di quello che diceva. Eppure, la gente, quando lui faceva delle pause, iniziava a ridere. A volte anche in maniera sguaiata, urlando e saltando come succedeva ai concerti di Vasco. Andò avanti a parlare così tutto il programma, invitando anche vari ospiti, tra i più singolari del mondo. Questi parlavano poi lingue diverse, chi turco, chi arabo, chi cinese. Il pubblico, però, continuava a ridere. Noncurante del fatto che non si capisse nulla di ciò che stessero dicendo. Andrea era sempre più perplesso. Non capiva come una cosa del genere potesse far ridere. Non riusciva nemmeno a cambiare canale. Si trovava in quella situazione, capitata a tutti almeno una volta, di trovare qualcosa talmente brutto e insignificante da restare lì a vederlo per capire quanto in basso si riusciva ad arrivare. Dopo un’ora e mezza di spettacolo indicibile, dopo un ultimo scrosciante applauso insensato, Johnny Dollar riprese la parola, si schiarì la voce e disse, stavolta in maniera comprensibile, o quasi: «Thank you, thank you. È stato un onore essere qui, a nome mio e di Jessica. Ma non vi preoccupate, la settimana prossima ci saremo ancora! Ciao Befèllifi!»
«Mah… Roba da matti» fu il commento di Andrea, spegnendo la televisione e dirigendosi lentamente a letto.
Il giorno dopo, mentre andava in ufficio, accese la radio della macchina, come di solito faceva per tenersi compagnia nelle lunghe attese del traffico romano. Appena finito un intervallo pubblicitario la voce dello speaker, calda e suadente, come ogni mattina salutò il pubblico «Buongiorno befèllifi…». «Ho sentito bene?!» si chiese Andrea girandosi di scatto verso la radio. «No non può essere, devo essermelo immaginato». Mentre si chiedeva se fosse stata tutta un’allucinazione, d’un tratto un urlo dalla macchina dietro di lui lo riportò alla realtà: «A befèllofo! Ma che stai a dormi’?» Il semaforo era scattato, era verde. «Ma veramente mi ha chiamato befèllofo?!» pensò Andrea mettendo la prima. Il dubbio di essere pazzo crebbe dentro di lui per tutta la settimana seguente. Era un susseguirsi di cose che non riusciva a capire: il barista sotto l’ufficio che gli chiedeva “il solito befe’?”. Il capo che ogni volta che chiudeva una riunione diceva “ciao befèllifi”. I video al tg di parlamentari che si chiamavano tra di loro in aula “onorevole befèllofo”. E ogni volta lo stesso sorriso accennato da parte sua che non sapeva come comportarsi.
Il peggio, però, doveva ancora venire. Il suo capo, infatti, aveva organizzato una serata di gala a casa sua per guardare la seconda puntata del programma, con tanto di pre e post serata per discutere e commentare ciò che si era visto. Dress code: smoking per gli uomini e vestiti eleganti da sera per le donne. Tra gli invitati c’era anche Andrea, come ogni altro suo collega. Era tutto un trucco per sfoggiare la sua ricchezza e far vedere quanto potesse essere bello e popolare. Andrea si sarebbe dato volentieri malato, ma la presenza di tutti gli impiegati era inderogabile, pena il licenziamento.
La festa aveva avuto grande successo, ovviamente. Tutto l’ufficio era venuto nella villetta del capo che, per l’occasione, aveva fatto montare un proiettore nel suo giardino, con tanto di casse all’ultimo grido. Il momento fatidico finalmente era arrivato, le luci della casa e del giardino si spensero e riaccesero tre volte, neanche fossero a teatro. Il capo invitava tutti a prendere posto. Ecco la sigla e il solito presentatore pelato con accanto la stangona bionda. Stavolta esordì con «Ciao…» prendendosi poi una pausa e indicando la camera. Con enorme sorpresa di Andrea, tutti gli invitati gridarono in coro «Befèllifi!!». «Oh, mio dio…» sospirò Andrea che non sapeva quanto sarebbe riuscito a resistere. Lo spettacolo, come al solito, seguì uno schema indefinibile di sketch indefinibili che portavano a risate inspiegabili. La sua capacità di sopportazione era arrivata quasi al limite fin quando non vide qualcosa che gli diede nuovamente un barlume di speranza: il signor Marcucci, l’impiegato più vecchio dell’ufficio, sul quale tutti si divertivano a provare a indovinare l’età, con una media di risposte che si attestava sui 100 anni, stava dormendo. «Oh grazie signor Marcucci!» pensò Andrea, «Non sono l’unico che trova questo spettacolo noioso!». Ma ecco che nel momento di pausa del presentatore, mentre stava per scoppiare la risata, la signora Marcucci diede dei colpi col gomito al marito che sobbalzò un attimo. Si guardò intorno e, realizzando finalmente dove si trovasse, scoppiò in una risata fragorosa, tanto che c’era da chiedersi se quella non sarebbe stata la sua ultima. «Bravo, ridi, non mi far fare brutta figura», disse severamente la signora Marcucci all’orecchio del marito, mantenendo sempre il sorriso. Andrea faceva no con la testa. «Che amarezza» furono le parole che uscirono dalla sua bocca in maniera quasi soffocata. Ma il culmine della serata, per Andrea, venne quando la signora che si trovava accanto a lui, nel momento dello sketch dell’arabo col turbante, si sporse chiedendogli a voce bassa: «Ora capisco perché lei è l’unico a essere venuto da solo!» Andrea non rispose, continuò a guardarla inarcando le sopracciglia, ma lei insistette: «Eh, per forza, lei non ride a nulla, non capisce, quindi non può essere bello e popolare, grazie che è solo». Stavolta, però, Andrea decise di rispondere: «Signora, ma che diavolo sta dicendo! Tutto questo non fa ridere, anzi, fa piangere!». Si alzò in piedi per andarsene. L’attenzione generale si spostò per un attimo su di lui. Si girò allora verso la folla e alzando la voce disse «Ma vi rendete conto? State guardando un programma che nessuno capisce solo per far vedere che siete belli e popolari. Siete da ricovero! Svegliatevi!». Un attimo di silenzio. Quindi una grossa risata da parte di tutti lo sommerse e, mentre se ne stava andando, un saluto da parte loro, chiaro e sonoro: «Ciao befèllifo!».
Sconsolato cominciò a girovagare a piedi per la città. Roma era vuota, non aveva mai visto così tanta desolazione. Sembrava una città fantasma. Tutti erano rinchiusi nelle loro case a guardare la televisione. Nelle vie non si sentiva volare una mosca, tranne che per qualche risata che ogni tanto esplodeva nel silenzio. Era solo. Ma, mentre fumando una sigaretta appoggiato al parapetto di un ponte fantasticava se sarebbe morto lanciandosi da quel punto, sentì un rumore di passi e, girandosi, vide la sagoma di una persona accanto a lui. Era una donna, con una sigaretta in bocca. Lo guardò per qualche secondo e gli disse: «Ehi bello, hai da accendere?» Un sorriso gli solcò la faccia. Stavolta, però, vero e profondo.

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