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L’esperto

di

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Eravamo atterrati. Le lunghe gambe meccaniche della navicella avevano toccato il suolo e una coltre di polvere grigia ci stava girando attorno. L’esperto si voltò per guardarmi e disse: “Ok, ci siamo. Come avevamo previsto c’è presenza d’ossigeno. Possiamo uscire.”

Eravamo atterrati. Le lunghe gambe meccaniche della navicella avevano toccato il suolo e una coltre di polvere grigia ci stava girando attorno. L’esperto si voltò per guardarmi e disse: “Ok, ci siamo. Come avevamo previsto c’è presenza d’ossigeno. Possiamo uscire.”
“Se non ci fosse stata cosa avremmo fatto?” chiesi.
“Saremmo tornati a casa” rispose. “Dobbiamo analizzare i pianeti vivibili, ora che li abbiamo individuati.”
Tolto l’enorme casco dalla testa potevamo finalmente uscire dalla sala di comando per dirigerci verso il portellone d’uscita. Mi misi dietro le sue spalle e cominciai a respirare affannando, tanto che L’esperto si voltò per dirmi di stare tranquillo. Il computer di bordo diede l’ok all’ispezione. Il portellone si aprì, scorrendo da destra verso sinistra. Continuavo a fissare le spalle de L’esperto. Cercavo di farmi coraggio. Quando fece il primo passo, io lo seguii. Scesi le scalette e posai i piedi sul terreno. Era proprio terra grigia quella che stavo calpestando, molto simile alla cenere delle sigarette. Alzai lentamente la testa e vidi una prima luce bucare le mie pupille. Poi L’esperto si discostò dalla mia visuale e ne vidi una seconda. C’erano due soli. Uno leggermente più grande del nostro e uno più piccolo, perfettamente paralleli, a illuminare il quasi nulla che regnava su quel pianeta disabitato. Non c’era niente da illuminare. Né strade, né palazzi, né vita. A parte ciuffetti di quella che sembrava simile ad erbaccia secca di colore fucsia. Era tutto così vuoto che si poteva vedere l’orizzonte lontano e ricurvo. Sotto i due soli, alla mia vista, l’orizzonte andava a completare quella che mi appariva come la faccia di un triste guercio.
“Cosa dobbiamo analizzare?” chiesi, mentre scrutavo il paesaggio in profondità. “Non c’è nulla qui.”
“Non tutto è ciò che sembra…” disse lui, poi dopo una breve pausa e un lungo respiro continuò dicendo: “C’è sempre qualcosa da scoprire…”
“Spero proprio di sì” dissi io.
“Sei pronto?” chiese. E senza neanche aspettare una risposta disse: “Andiamo!”
“Non prendiamo l’attrezzatura?” dissi, rimanendo piantato con i piedi a terra.
“Non serve, per ora…” rispose lui, incamminandosi.
Dopo non meno di un chilometro disse di aver avvistato qualcosa di interessante.
“Guarda lì” urlò lanciando il braccio in avanti. Io misi una mano sopra gli occhi per schermare i raggi dei due soli e lo vidi. Inizialmente non so dire cosa mi sembrasse di preciso. Ero certo solo di una cosa, il terreno grigio lasciava spazio a un campo d’erba di mille colori. Solo una volta arrivati a destinazione cominciai a distinguerli. I colori erano gli stessi che c’erano sulla terra, ma le forme non erano affatto familiari. Nel punto in cui la terra grigia diventava erba L’esperto si fermò e si inginocchiò. Non credevo ai miei occhi. Dal terreno venivano fuori, dallo stesso punto, quelli che sembravano tanti tentacoli presi a librarsi in aria sotto la forza di un vento inesistente. Ma non erano viscidi come quelli di un polpo, sembravano fatti di un legno morbidissimo. Era una visione quasi surreale. Un quadro di Dalì che prende vita. Allungai la mano destra d’istinto e L’esperto la bloccò afferrandola per il polso.
“Fermo!” esclamò, mentre ancora cercavo di arrivare a quei tentacoli legnosi e pieni di striature.
“Che… che cos’è?” chiesi nell’agitazione.
“Non lo so” disse lui. “Ma, nelle decine di esplorazioni che ho compiuto, ho scoperto una cosa fondamentale. Per capire una cosa che non conosci devi usare l’olfatto. Annusa e dimmi cosa senti.”
Ritirai la mano e avvicinai il viso quanto bastava. Annusai, annusai a fondo. Ma per quanto l’odore fosse forte e deciso non riuscivo proprio a dargli un nome. A dargli un significato. L’esperto stava aspettando una risposta. Io continuavo a tirare su col naso invano.
“Non annusare con il naso. Annusa con la mente” disse toccandosela.
Non capivo cosa volesse dire. Scossi la testa e mi strinsi nelle spalle, intanto che lo guardavo negli occhi. Lui sorrise.
“Vuoi sapere cos’è?” chiese. Certo, risposi io.
Era in quei momenti che il professore si trasformava ne L’esperto. In un’istante riusciva a ritrovare nella sua memoria tutto ciò che aveva annusato nella sua vita e a creare una miscela che diventava l’odore della pianta presa ad agitarsi davanti ai nostri occhi. Li chiuse e contemplò a fondo. Muoveva le mani in aria come un direttore d’orchestra.
Guardavo estasiato, senza capire veramente cosa stesse passando di preciso dentro la sua testa. Lui riaprì gli occhi di scatto e disse: “Pomodoro, quercia, zucca, alghe rosse.”
Ero molto confuso.
“Potrebbe essere commestibile. Potrebbe esserci qualcosa di veramente vivo su questo pianeta” continuò a dire guardandosi attorno.
“Come ha fatto?” chiesi.
“A fare cosa?”
“A capire che potrebbe essere commestibile, a capire che forse c’è vita…”
“Vedi…” disse lui, mentre era preso a rialzarsi in piedi e a pulirsi le ginocchia sporche di terra. “La vita ha gli stessi odori ovunque. Ciò che ha l’odore di un pomodoro si può mangiare, di solito. Ciò che ha l’odore di petrolio, no. E così via… ma di consueto, quando si va su pianeti sconosciuti, ci si trova davanti a organismi che hanno un miscuglio di odori. Bisogna solo scompattarli nella testa e trovare i loro riferimenti terrestri, per così dire… et voilà, il gioco è fatto.”
“Non potremmo semplicemente portare via un campione e analizzarlo con la strumentazione?” chiesi io.
“Potremmo farlo… ma te la senti di rischiare? Potresti cancellare dalla storia dell’universo una pianta. Potresti non fare in tempo a tornare prima che la pianta si secchi. O che, peggio ancora, marcisca. La vedi questa cosa tentacolare che fluttua nell’aria? Potrebbe essere una risposta al cancro o all’epatite o potrebbe non essere niente. Non lo sappiamo… ma non possiamo e non dobbiamo rischiare” lo disse, puntando il dito prima contro la pianta e poi verso me.
Feci di sì con la testa, più volte. Poi continuammo a camminare verso gli altri colori. Ci stavamo inoltrando in quella piantagione arcobaleno. C’era una pianta gialla, quasi fluo, rigida e alta almeno dieci metri, con lo spessore di cinque centimetri, che sapeva di acido solfidrico, zucchine e tabasco. Da un albero, dal quale si poteva guardare attraverso, pendevano frutti viola all’odore di limone, mais e tartufo. Da una pianta con i rami blu nascevano palloni della circonferenza di quattro metri che odoravano di caffè, pinoli e girasole. Questo è ciò che lui diceva. L’esplorazione stava diventando una ricerca nella vista e nella mente. Nell’olfatto. Nei ricordi.
“Ogni odore richiama un ricordo.” ripeteva L’esperto. “Ma non bisogna farsi condizionare dai sentimenti, dalle emozioni. Si rischia di sbagliare.”
Io tentavo di non farlo. Cercavo di recuperare gli odori che sentiva lui. Cercavo di capire il metodo per apprendere.
Dopo tante ore passate ad appuntare odori e a ritrarre le strane piante e fiori e frutti trovati su quello strano pianeta, ci apparve davanti agli occhi l’ennesimo esemplare di non so cosa. L’ennesima pianta a cui qualcuno avrebbe appioppato un nome qualunque. Tante lettere a formare una parola che trova finalmente un significato.
“Prova…” disse L’esperto.
Mi avvicinai vacillando per la paura di sbagliare, dopotutto non volevo deluderlo. Davanti a me c’erano dei minuscoli frutti a forma di palla da rugby che spuntavano dal terreno. Erano per metà arancioni e per metà blu. Chiusi gli occhi imitando alla perfezione L’esperto. Inspirai con decisione e quell’odore mai sentito si infilò nel mio naso per andare a punzecchiare il cervello. D’un tratto il buio fece spazio alla luce, il presente diventò passato. Apparve sul retro delle palpebre una visione, la sensazione fu quella di riuscire a guardare lo schermo di un cinema dei ricordi. Lo vedevo, ero accanto a mia nonna. Lei stava cucinando, girava un mestolo di legno dentro un pentolino. Poi vidi un sentiero contornato da arbusti, io urlavo e correvo nel tentativo di acchiappare mio cugino che scappava veloce. Poi vidi mio nonno e mia madre, io che li guardavo dal basso con il gelato che mi si scioglieva sulla mano. Mio nonno che prendeva qualcosa da terra per poi mettermi la mano chiusa all’altezza del mento. E proprio quando vidi quella sua mano piena di rughe aprirsi, tornai alla realtà. Al presente.
“Pinoli…” dissi, un secondo dopo aver aperto gli occhi.
“E poi?” chiese L’esperto.
“E poi pistacchio, more… e forse fave. Sì, fave.” risposi.
Lui sorrise. Disse che ero stato bravo. Mi diede una pacca sulla spalla. Sorrisi anch’io. Alzai la testa per guardarlo e vidi dietro le sue spalle la pianta più bella tra tutte. Rimasi colpito. Innamorato a prima vista. Tanto che le gambe cominciarono a camminare verso di lei. Mi sentivo trasportato. L’esperto mi venne dietro. Mentre mi incamminavo dissi: “Wow, è fantastica…”
Lui mise una mano sulla mia spalla e sussurrò nelle mie orecchie: “Già, la natura è un’eterna sorpresa…”
Davanti a noi una cascata di liane sottilissime scendeva giù dai rami di un albero con il tronco tanto liscio che sembrava artificiale. Quelle liane, che sembravano emettere luce, producevano dei frutti. Dall’estremità pendevano quelle che assomigliavano a piccole piramidi nere con il bordo smussato. Notai subito che le piramidi grandi e mature erano più vicine a toccare la terra.
“Osserva…” disse L’esperto.
Osservavo. Vedevo che quei frutti si stavano muovendo verso il basso. Il loro movimento era impercettibile, ma non appena uno di questi toccò terra la sua liana lo lasciò andare e si ritrasse fin su. Come fa un elastico. Capii che era pronta a creare un altro frutto. Altra vita. L’esperto sorrideva e ogni tanto mi lanciava uno sguardo pieno di soddisfazione.
Ci avvicinammo a quel frutto e notammo che pulsava. Lui mi disse di riprovarci. Annusa, disse. E lo feci, chiusi gli occhi di nuovo e cominciai a usare i ricordi. Dal retro delle mie palpebre un’altra visione prese vita. C’era mio cugino che correva davanti a me, ma stavolta non ero io il predatore. Un grosso animale ci stava rincorrendo. Poi vidi la mia scuola, la vidi sottosopra perché ero appeso a testa in giù e dondolavo. Vidi le mie braccia ferirsi nel tentativo maldestro di prendere quelle maledette more su quel vecchio sentiero. Tutto si formò davanti a me. Un altro treno di ricordi della mia vita. E capii in poco tempo cos’era quel frutto nero. Era carne di cinghiale, era sudore, era sangue. In qualche modo era ancora more.
Lo dissi a L’esperto. Lui mi guardava e sorrideva.
“Non può essere…” disse. Si avvicinò allo strano frutto e annusò. Lo fece una volta sola, poi si ritrasse e lo fece ancora. Io mi ero alzato per la delusione e mi grattavo la nuca con la mano destra. Avevo sbagliato, me lo sentivo. Lui si era bloccato, per un attimo pensai che non riuscisse a capire. Lo continuai a pensare finché non voltò il collo verso me e mi guardò con lo sguardo pregno di confusione. Non lo dimenticherò mai quello sguardo. È stato in quel momento che il frutto nero ha compiuto un salto fulmineo verso la faccia de L’esperto, si è aperto a mo’ di fiore ed ha inghiottito la sua testa. Proprio come fa un enorme pianta carnivora. E L’esperto era la mosca caduta nella trappola.
Io cascai all’indietro per la paura. Lui cercava di sfilarsi quella cosa dalla testa e urlava. Perlomeno ci provava ad urlare. Avrebbe voluto farlo. Continuava a muovere le braccia e a rotolarsi a terra, mentre io mi sentivo come dentro una gabbia. E sudavo, tanto che la terra mi si appiccicò istantaneamente alle mani. Non riuscii nemmeno ad alzarmi prima che L’esperto smise di urlare, prima che smise di agitarsi freneticamente per provare a liberarsi del piccolo mostro nero. Iniziai a piangere mentre mi allontanavo da quell’albero come un ragno che cammina all’indietro. Poi, quando trovai la forza, mi voltai e cominciai a correre verso la navicella. Piangevo e correvo e piangevo. E ripensavo alle prime parole de L’esperto, al suo primo vero insegnamento: non tutto è ciò che sembra. Né piante, né odori, né ricordi. E neanche un uomo che tutti quanti chiamano L’esperto.

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