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Le donne belle sono quelle felici

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Illustrazione di Agrin Amedì
La nostra è stata una storia che ha avuto inizio quando lei aveva 30 anni e io nascevo. Ci sono 30 anni di differenza tra noi due, sono molti lo so, me lo ripeto quando sento che non mi capisce, che mi opprime, che fa fatica ad accettarmi.

La nostra è stata una storia che ha avuto inizio quando lei aveva 30 anni e io nascevo. Ci sono 30 anni di differenza tra noi due, sono molti lo so, me lo ripeto quando sento che non mi capisce, che mi opprime, che fa fatica ad accettarmi. So che è complicato accogliere una parte di te quando per 30 anni hai vissuto felice e contenta senza quella parte di te. Ho sofferto molto all’inizio, abbiamo sofferto entrambe. Io credevo però al raggiungimento di una tregua, un’accettazione finale, una convivenza pacifica.
Sono comparsa prima sulle sue cosce. Dietro, nella parte alta, appena sotto il sedere. All’inizio lieve, ero quasi invisibile. Mi si vedeva solo in controluce. Lei mi ha notata un giorno mentre si guardava allo specchio, nuda, mettendosi la crema idratante. È sbiancata. Ricordo come se fosse ieri la delusione e la preoccupazione nei suoi occhi chiari riflessi. Mi continuava a toccare, stringeva la pelle, si avvicinava spasmodica allo specchio lungo del bagno. Ha imprecato un po’ ma poi ha sorriso e mi ha lasciato stare. Ero giovane, forse passeggera, avrà pensato.
Passati pochi mesi ho fatto capolino sul suo sedere; ero più diffusa, estesa sulle natiche e pian piano anche riconoscibile al tatto. Sono fatta di buchini io, mi trovo simpatica, divento molto più accentuata quando lei stringe il sedere. Lì i buchini si ispessiscono e ci puoi anche mettere il dito dentro… Che solletico quando lo fanno! La reazione alla mia comparsa sul didietro però si è declinata molto più teatralmente in improperi, insulti, lamentele continue e sì, una volta, era luglio lo ricordo, ha anche pianto nel camerino di un negozio di costumi dopo aver chiesto alla commessa un bikini con la culotte come pezzo di sotto, invece che il classico slip. Lì ho capito che la nostra relazione sarebbe stata tormentata, lunga, disperata. Lei non mi voleva eppure non sapeva come sbarazzarsi di me. Ce l’avrebbe messa tutta, ahimè.
Dopo qualche tempo infatti sono iniziate le sevizie, sempre più frequenti. Il primo trauma è stato quando lei ha comprato un pacchetto di due giorni in una spa famosa per fanghi curativi di cui si dicevano miracoli. Era stata la madre a regalarle il trattamento. Siamo state lì per di più stese, io continuamente soffocata da questa melma verdognola viscida che provocava a lei del prurito e a me crisi respiratorie non indifferenti. La poltiglia lacustre, tuttavia, non mi ha scalfita, siamo tornate a casa, io che boccheggiavo ma in lenta ripresa, lei mesta, sconfitta. La madre di lei che ancora cerca di avere un rimborso dal centro estetico perché si è sentita truffata. Poverine.
Ho sperato immensamente in un suo nuovo modo di vivere la fisicità, in un’illuminazione, in qualcosa che l’aiutasse a capire che non ero una malattia, che facevo parte dell’ordine delle cose e della genetica, che i corpi cambiano e maturano e soprattutto che la sua bellezza non sarebbe stata minimamente scalfita dal mio aspetto bucherellato. Invano. Rappresentavo una nemica per lei, una rivale da annientare, un affronto alla sua femminilità.
Un giorno ha suonato il postino e lei era tutta emozionata per questo megapacco contenente uno strano strumento di bellezza. Aveva deciso di usare la tredicesima per regalarsi “Cellu-killer”, una macchina fatta di tanti elettrodi collegati a un corpo centrale che avevano lo scopo di sballottolarmi tutta e dissolvermi. Mi ha frastornata per settimane, mattina e sera. Era una sorta di massaggio quello che stavo subendo ma piccole scariche elettriche erano comprese nella sessione. Mi sentivo come se mi stesse facendo l’elettro-shock. Ogni volta mi sembrava di perdere vigore, compattezza, identità. Fortunatamente questo aggeggio ha dato fastidio anche a lei così, dopo aver ammesso di avere strane emicranie mai sofferte prima, anche se io ero ancora lì tra le mutandine e le gambe, ha dovuto rinunciare a Cellu-killer.
Su tutte le riviste che leggeva c’era sempre un articolo su di me che tagliava meticolosamente e appendeva sul frigo: si andava dal come combattermi al come annullarmi, passando per i trucchi per ritardarmi, le tecniche per assorbirmi e gli alimenti da mangiare per prevenirmi. Io ero basita di fronte alla grettezza di lei: una donna caparbia, colta, centrata e bella eppure cieca davanti a tali prese in giro.
I cosiddetti “metodi per sconfiggermi” nascondevano beceri tentativi commerciali che miravano alla vendita di prodotti cosmetici e farmaceutici di dubbia validità scientifica per avere la meglio sui miei buchetti
Quando ha capito che l’assunzione di liquidi, per lo più acqua, avrebbe potuto ridimensionare la sua “buccia d’arancia”, così tutto a un tratto ha cominciato a definirmi, andava in giro con tisane fredde nella borsa, ordinava centrifughe ed estratti vegetali nei bar e si era imposta di bere mezzo litro d’acqua appena sveglia e un altro prima di andare a dormire. A me queste cose sane piacevano: molto meglio essere idratata da vitamine e zuccheri buoni. Ho notato una rarefazione dei miei lineamenti ma non me ne sono preoccupata. Io c’ero sempre. Forse un po’ più in profondità ma non facevo male a nessuno.
Mi arrovellavo quando pensavo al perché lei mi disprezzasse così profondamente. Con altre “nuove” parti del suo corpo non si comportava così ossessivamente: i nei le spuntavano tutti gli anni eppure non li voleva sbiancare; le rughe attorno agli occhi, sì certo le nutriva e picchiettava con sieri anti-età, tutto sommato le aveva accettate; un po’ di morbidezza sul ventre l’accarezzava e prendeva in giro bonariamente. Solo con me era perfida, tartassante, senza pace.
Aveva smesso di fumare, indossava raramente i tacchi alti, cercava di andare in palestra tre volte a settimana. Ogni sera mi toccava, mi tastava, mi scrutava con uno, due specchi e i suoi occhi, alla mia vista, sembravano quelli di un cane abbandonato sull’autostrada. Soffrivo per lei, tentavo di tenere il respiro per scomparire ma in cuor mio sapevo che era tutto inutile: io ero lei, lei era anche me e farci la guerra non avrebbe condotto a nessuna vittoria.
Un giorno però qualcosa è cambiato. Era estate e lei indossava dei calzoncini da cui potevo sbirciare il mondo esterno. Ci aggiravamo in una spaziosa libreria del centro quando, improvvisamente, lei si è fermata di fronte a un raccoglitore di segnalibri. Io solo a casa ho potuto vedere cosa aveva comprato e la sera, dopo la doccia, l’ho sentita armeggiare con lo scotch. Ha attaccato qualcosa allo specchio, si è tolta l’asciugamano e ha afferrato, come al solito, il flacone della lozione tonificante. Quando si è girata per specchiarsi e distribuire l’unguento sulla parte posteriore del corpo e quindi su di me, ho finalmente visto il segnalibro attaccato che diceva: “Le donne belle sono quelle felici”, una famosa frase di una diva hollywoodiana.
Da quel giorno lei è cambiata, qualcosa ha fatto click nella sua testa e nel suo rapporto con me; grazie a Audrey Hepburn mi ha lasciata in pace, massaggiandomi teneramente con un inebriante olio di mandorle. Belle perché felici. Insieme.

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