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Finalmente lo posso vedere

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono solo da anni oramai, dimenticato. I miei vicini mi fanno invidia devo ammettere, impegnati come sono in attività quotidiane di grande importanza per lei. Lo stomaco, sempre intento a macinare il suo cibo sano e produrre energie.

Sono solo da anni oramai, dimenticato. I miei vicini mi fanno invidia devo ammettere, impegnati come sono in attività quotidiane di grande importanza per lei. Lo stomaco, sempre intento a macinare il suo cibo sano e produrre energie. I polmoni, che permettono la sua vita sportiva e dinamica lì fuori. Il cuore, che ci sostiene tutti col suo incessante tam-tam. E io? Io sempre là, piccolo, malvisto da tutti per i dolori che porto ogni mese. Non fosse per quelli, sarei davvero dimenticato del tutto. Lei non mi ama, è chiaro. Le interessa molto di più la mia vicina di sotto. La sento contrarsi spesso quella lì, è tutto un gemere e ansimare là fuori, ma io non so cosa accade al di là di quel muro che mi hanno sistemato all’ingresso, proprio sull’unica finestra che mi permetterebbe di vedere qualcosa del mondo, dannazione. Così mi annoio, ascolto la vita là fuori senza poter partecipare, fino a oggi.
È sera tardi, lui arriva dopo una serie di quelle contrazioni lontane. Come avrà fatto a superare il muro? Un eroe dei mille mari, piccolissimo, niente più che un puntolino.
All’inizio sembra che nulla sia cambiato. Lei continua imperturbata la sua vita, la sento camminare, correre, giocare con la mia vicina in basso come sempre. Poi inizia a sospettare qualcosa, se ne accorge. Ora so che le sue carezze sono destinate a me, si capisce dalla leggera pressione che sento quando la sua mano mi si avvicina. Vuole raggiungermi, sentirmi. Ma non è me che cerca, lo capisco presto. Dentro di me, il puntolino è diventato un esserino minuscolo che posso solo intuire nel buio della mia caverna.
Come le mani incredule di lei, anche io inizio a sentirmi a disagio. Quell’essere è un corpo estraneo, un piccolo parassita interessato solo alla sua sopravvivenza. E quando inizia a non avere più spazio io mi devo allargare, stirare, deformare per permettere a lui di crescere. E poi si muove di continuo, scalcia. Chi l’ha invitato? Comincio a odiarlo con tutto me stesso, a sperare che sparisca, che sia risucchiato dal muro da dove è venuto. Anche lei sta male, si capisce da come ha messo da parte ogni attività, niente più corse, niente contrazioni né gemiti. E poi adesso che passo all’esserino l’ossigeno dei polmoni di lei, siamo tutti sconquassati dai suoi singhiozzi, io, lei e l’esserino, ogni notte.
Intanto lui continua a crescere e io comincio lentamente ad abituarmi alla sua ingombrante presenza. Mi sento molto soddisfatto all’idea che sia io a farlo crescere così bene, che la sua vita dipenda da me, che anche io come gli altri abbia un compito preciso e che sappia farlo bene. E poi mi fa compagnia, finalmente non sono più solo. Le settimane passano e ora, lo posso dire, sono finalmente felice. Stirato al massimo sono più grande di qualsiasi altro organo. Non possono più ignorarmi.
Spero con tutto me stesso che mi permettano di tenerlo con me per sempre. E invece succede che un mattino presto vengo svegliato da grossi dolori. Anche io adesso come la mia vicina di sotto mi contraggo, ma i gemiti che genero non sono di piacere, sono urla selvagge. Ho paura, non so cosa stia accadendo. A un certo punto il muro si apre, prima poco, poi spalancato. Sono accecato dalla luce fortissima che penetra. L’esserino è là fermo tutto contratto anche lui, finalmente lo posso vedere. Ha occhi serrati, una piccola bocca dischiusa che si muove piano, un nasino delicato e delle manine rugose con minuscole unghie perfette. So che è uguale a lei, anche se io lei non l’ho vista mai. Sconquassati da un’ultima contrazione, urliamo insieme un urlo bestiale e poi, con un’ultima spinta, lo diamo alla luce. Rimango così, molle e vuoto. Poi il buio torna a regnare e nel buio l’immagine di lui.

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