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Cuore di pesce

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Illustrazione di Agrin Amedì
Nessuno aveva mai visto una donna entrare in sala parto più tranquilla della madre di Alice. Non strillava, non si lamentava, non sudava. Il suo medico le aveva preannunciato che sarebbe stata una gravidanza fuori dal comune dal momento in cui la sua pancia aveva smesso di crescere;

Nessuno aveva mai visto una donna entrare in sala parto più tranquilla della madre di Alice. Non strillava, non si lamentava, non sudava. Il suo medico le aveva preannunciato che sarebbe stata una gravidanza fuori dal comune dal momento in cui la sua pancia aveva smesso di crescere; dopo nove mesi pieni era solo vagamente sporgente, come la pancia di una che la sera prima aveva mangiato troppo. La madre di Alice non riusciva a spiegarselo, ma non era preoccupata: la bambina stava bene. Era solo molto piccola. Quando nacque era grande come una mandorla e sua madre poteva tenerla sul palmo di una mano. Col passare degli anni cresceva, come gli altri bambini, ma mai più di qualche centimetro all’anno. Dovevano misurarla con gli stuzzicadenti. Il primo anno d’asilo Alice era alta uno stuzzicadenti e mezzo; il secondo due e il terzo due e mezzo. A scuola doveva fare attenzione, perché i compagni rischiavano di calpestarla e sua madre, quando tornava a prenderla, temeva che un bambolotto o una costruzione di Lego potessero inavvertitamente averla ferita. Alice non aveva molti amici, ma la cosa non le interessava più di tanto. Il suo passatempo preferito era nuotare. La madre le riempiva una grande pentola con dell’acqua tiepida e ad Alice piaceva galleggiare sulla superficie con le braccia e le gambe aperte a stella o immergersi in profondità e trattenere il respiro.

“Non restare a mollo troppo a lungo o finirai per diventare un pesce!” la ammoniva la madre. Ma Alice, che solitamente era una bambina ubbidiente, sedeva composta e masticava con la bocca chiusa su questo punto non riusciva a darle retta. Mentre i suoi genitori dormivano, si riempiva da sola la pentola d’acqua tiepida e restava a mollo tutta la notte. Per cui nessuno si accorse con esattezza quando iniziarono a crescere, ma il 3 agosto dei suoi otto anni, ai lati del collo dove la pelle delle sue coetanee era candida e sottile, a lei spuntarono le branchie. Da quel giorno non fu più in grado di respirare sopra il pelo dell’acqua.
La madre di Alice chiamò subito il dottore, ma quello disse che non c’era nulla di cui preoccuparsi: la bambina stava bene, era semplicemente diventata un pesce, per qualche strano motivo. Sua madre allora le cucì dei vestitini impermeabili della sua misura e, trasferiti i pesci rossi in una boccia più piccola, la mise nell’acquario rettangolare del salotto. Per due anni Alice dormì in una conchiglia, nascosta da un boschetto di alghe di plastica. Sua madre le aveva insegnato a leggere, a fare i calcoli e le aveva raccontato centinaia di storie di sirene, ma lei era diventata alta quasi cinque stuzzicadenti e l’acquario le stava un po’ stretto. Anche i vestiti cominciavano ad andarle corti e lasciavano le gambe, sottili e bianche, scoperte fino alle cosce. Senza contare che i capelli, di un caldo color mattone, erano diventati talmente lunghi e folti da riempire metà dell’acquario. Così suo padre, che dal giorno stesso in cui era nata non vedeva l’ora di sbarazzarsi di lei, decise di approfittarne. Si accordò senza dirlo alla moglie per venderla ad un piccolo circo itinerante. Aveva ficcato Alice in un sacchetto di plastica pieno d’acqua, avvolto il sacchetto in una sciarpa e l’aveva consegnata ad un gigante alto più di due metri, con una testa pelata e deforme. Mentre Alice si allontanava da casa, poggiata sul sedile del passeggero di un camioncino sgangherato, suo padre consolava la moglie dicendole che Alice era inavvertitamente saltata fuori dall’acquario morendo soffocata.
Il gigante la trasferì in uno acquario più spazioso, ma ad Alice mancavano la sua conchiglia e le sue alghe di plastica. Così il gigante le regalò una cinquecento vecchia, mezza scassata, che aveva raccolto con le sue mani enormi e forti nella discarica accanto al circo. Quella sarebbe stata la sua nuova casa.
Il gigante non parlava mai, sorrideva poco, e russava sempre. Ogni giorno insegnava ad Alice a fare le capriole fuori dall’acqua come fanno i delfini, a cantare come le sirene e a stare simpatica ai bambini. La sera le portava qualche pezzetto di frutta per cena e suonava un po’ l’armonica per farla addormentare.
A tredici anni Alice era diventata alta quasi sette stuzzicadenti e mezzo e sebbene avesse dovuto imparare ad usare gli assorbenti interni per non macchiare l’acqua di sangue durante gli spettacoli, aveva mantenuto le forme di una bambina: il corpo sottile, il seno piatto, il viso tondo e il naso piccolo come una ciliegia. Il piccolo circo itinerante, grazie a lei, non era più tanto piccolo e Alice insieme al gigante era stata a Mosca, a Parigi, dalla regina Elisabetta in Inghilterra e in tutto il mondo conoscevano la “ragazza-pesce”.
Il circo tornò in Italia che Alice aveva appena compiuto diciassette anni. Mentre la colonna di camion sfrecciava sul Lungotevere, Alice premeva il viso contro il vetro dell’acquario, sperando di veder passare sua madre sul marciapiede. Quella fu la prima sera che, tra gli occhi sgranati di stupore del pubblico, vide quelli di Bruno: un ragazzino magro con le sopracciglia folte e gli occhi neri. Si intrufolò tra le roulotte quando il resto del pubblico se ne era già andato e, quando appoggiò il palmo della mano al vetro dell’acquario, Alice sentì il suo stomaco contorcersi come un grosso serpente addormentato. Bruno la guardò tutta con attenzione, senza dire nulla. Poi le voltò le spalle e sparì nel buio. Le sere seguenti Alice lo scorse seduto sempre sulla stessa sedia, nella stessa fila; e dopo lo spettacolo poggiava sempre la mano contro il vetro e scappava via. La prima notte che Bruno prese coraggio e decise di immergersi nell’acquario con lei, Alice non se lo ricordava. Il ragazzino si tolse maglia, scarpe, pantaloni e si lasciò scivolare nell’acqua fredda. Le sue guance piene d’aria e i boxer di qualche taglia più grande che si gonfiavano d’acqua come due palloncini, fecero ridere Alice. Arrossì non appena Bruno provò a posarle una mano sul petto. Si baciarono, nascosti da una cortina di capelli color mattone, che fluttuavano intorno a loro come alghe morbide. Alice ingoiò tutte le bolle d’aria del respiro di Bruno e lo guardò nuotare in superficie per riprendere fiato. Mentre il ragazzino si rivestiva e, sgocciolando sull’erba, se ne tornava verso casa, Alice non si accorse nemmeno di non sentire il gigante russare. Perché il gigante quella notte non russava. Se ne stava sdraiato con gli occhi aperti e non riusciva a dormire. Però, sebbene fosse arrabbiato, perché quel ragazzino secco non gli andava a genio per niente, continuava a darle lezioni la mattina e a portarle la frutta la sera. Soprattutto non mancava mai di suonare l’armonica per lei.
Passavano i giorni e Alice cresceva. In poco tempo il gigante non sarebbe più stato in grado di tenerla tutta in una mano.
Un giorno di primavera, che mancava poco ai suoi diciotto anni, l’acqua era calda come una pancia materna e il suo cuore di pesce scoppiava di gioia. Dopo aver ascoltato i racconti della vita fuori dall’acqua che Bruno le faceva ogni sera Alice aveva deciso che si sarebbe fatta togliere una volta per tutte quelle branchie grinzose che le squarciavano il collo. Quando glielo disse però, Bruno scosse la testa. Batteva i pugni contro il vetro dell’acquario e parlava, ma Alice non riusciva a capire. Con la lingua dei segni che avevano inventato insieme Bruno le disse:
“Diventerai uguale a tutte le altre.” Poi si voltò e Alice seppe che non lo avrebbe mai più rivisto. Quella notte la ragazza-pesce si grattò il collo così forte che pian piano, pezzetto dopo pezzetto, si dissolse nell’acqua. Mentre scivolava attraverso lo scarico, Alice non provò dolore; si sentì solo incredibilmente triste, perché sapeva che il gigante non avrebbe più suonato l’armonica per nessuno.

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