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Non conoscevo il morto

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Il funerale è finito, tutti se ne stanno andando e io resto ad osservare la scena di come un gruppo si disgrega: penso agli acini maturi di un grappolo d’uva che vengono colti ad uno ad uno per essere mangiati.

Il funerale è finito, tutti se ne stanno andando e io resto ad osservare la scena di come un gruppo si disgrega: penso agli acini maturi di un grappolo d’uva che vengono colti ad uno ad uno per essere mangiati.
All’improvviso un tuono e, goccia dopo goccia, comincia una pioggia furibonda; io resto ancora a osservare, come se non mi riguardasse. Mi piove addosso e torno in me, non ho un ombrello e l’auto dista mezzo chilometro; così, decido di rientrare in chiesa ad aspettare.
Non conoscevo il morto, era lo zio di un’amica che ha deciso di punto in bianco di farla finita sparandosi dritto nella tempia destra con un fucile da caccia. È stato bravo: non è facile usare un fucile contro se stessi e non sbagliare il colpo. Mi siedo nell’ultima panca della chiesa, l’aria è ancora satura di anidride carbonica, eravamo in tanti prima.
Un uomo sta accendendo un cero nella navata di destra. Media altezza, abito un po’ fuori moda, con una giacca marrone troppo larga e piuttosto sgualcita, un berretto in testa.
Sulle vetrate alte della chiesa picchia forte la pioggia; credo che stia anche grandinando. Il vento è ancora forte e fa aprire leggermente le porte laterali che emettono un suono simile al lamento di un animale.
L’uomo si siede nella panca davanti alla mia.
– Una brutta giornata… – farfuglia senza girarsi
– Già – rispondo.
– Perché lei è ancora qui?
– Piove e non ho l’ombrello.
L’uomo si gira verso di me: è terribilmente pallido.
– Piacere di averla conosciuta – dice, porgendomi la mano che gli stringo. È gelida.
Come ultimo gesto di saluto si toglie il cappello e sulla tempia destra ha una specie di grande crosta. Inorridisco e resto immobile mentre lui si avvia all’uscita. Quando mi giro non c’è più.

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