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Oltre i muri

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ginevra scivolava veloce con lo skateboard. Se si concentrava riusciva a far finta che l’asfalto fosse un’enorme città che lei stava sorvolando. Era una bella sensazione. Chissà come dev’essere, pensò, voltando per evitare un autobus,

Ginevra scivolava veloce con lo skateboard. Se si concentrava riusciva a far finta che l’asfalto fosse un’enorme città che lei stava sorvolando. Era una bella sensazione. Chissà come dev’essere, pensò, voltando per evitare un autobus, chissà come dev’essere avere un potere come Batman o Superman. Si diede una spinta e iniziò la discesa.
Lettura del pensiero. Volo. Invisibilità. Ne scartò molti di poteri fantastici fino a quello che le piacque di più: vedere attraverso le cose. Attraverso i muri. Avrebbe saputo tutto, avrebbe visto tutto e tutti. Che fico sarebbe stato! Di colpo uno spintone la riportò alla realtà. Cadde a terra, sull’asfalto. Alzò lo sguardo e incontrò gli occhi acquosi di Damiano. Perché ce l’ha con me? Mentre se lo chiedeva vide attraverso i muri della scuola la professoressa sistemare i libri sulla cattedra. Ora proprio non le importava di niente di avere questo potere. Era inutile. Voleva solo entrare in classe sana e salva. Damiano l’aveva picchiata già troppe volte in passato. Lui sorrideva. Scopriva quei denti storti e gialli, e intanto si passava la lingua sulle labbra, come un leone che sta per mangiare una gazzella. Magari adesso i suoi ispidi capelli a spazzola si sarebbero trasformati in una criniera rossa, i denti si sarebbero raddrizzati e allungati, diventando zanne, e gli sarebbe cresciuta la coda, le unghie tagliate male si sarebbero tramutate in artigli, si sarebbe dovuto chinare, e sarebbe stato a quattro zampe, come un vero leone. Ora non è il momento – disse a sé stessa, e scacciò l’immagine di Damiano-leone, per concentrarsi su quella specie del tutto nuova di predatore che aveva davanti. Ma pensò a una cosa. Il pensiero le attraversò la mente in un lampo. Era rischioso, molto rischioso. Damiano era il ragazzo più veloce della scuola. Vinceva tutte le gare. O forse nessuno aveva mai il coraggio di farlo perdere. Una delle due. Comunque non ci aveva mai provato, a scappare, e se voleva entrare in classe senza nuovi lividi era l’unica possibilità che aveva. Intanto il leone si avvicinava… scopriva le zanne in un terribile ringhio, sfoderava gli artigli e …
“Incredibile!”, una voce che sentiva solo lei cominciò a urlare: “La gazzella scappa! Il leone è un po’ spiazzato, ma si riprende subito: le corre dietro, non può lasciarsela scappare, no? Per una questione di dignità, e la dignità viene prima di tutto…”
Correva, correva e correva, sotto i suoi piedi, sotto le sue scarpe sporche e rovinate si alternavano erba e asfalto, asfalto e erba…
Sentiva addosso lo sguardo degli altri ragazzi, sentiva lo zaino sbatterle furiosamente sulla schiena, sentiva il respiro affannato di Damiano dietro di lei…
Niente l’avrebbe fatta rallentare. Niente. Niente. Rallentò, quasi senza accorgersene. Attraverso le foglie della quercia davanti alla quale passavano vide dei merli svegliarsi. I più piccoli più lentamente, i più grandi velocemente. Probabilmente il chiasso li aveva svegliati. Damiano era più vicino. Accelerò, ecco, c’era quasi, era quasi nella scuola.
Lì, oltre la rete che segnava il confine del giardino dell’istituto, c’era uno sterminato prato, lasciato incolto da tempo immemore. Nel tronco di un grande platano vide uno scoiattolo, lo vedeva distintamente, stava rosicchiando qualcosa, forse una ghianda.
Rallentò di nuovo, per guardare meglio, ma poi si riscosse, entrò nella scuola, e frenò davanti alla sua classe. Si appiattì i capelli in testa, si sistemò lo zaino ed entrò. Naturalmente in ritardo. La professoressa la guardò male, mentre si andava a sedere all’ultimo banco, pronta a far finta di ascoltare la lezione, come sempre.
E l’avrebbe fatto, se non fosse stato per Damiano che fuori dalla porta, si fermò stizzito, e per sfogare la sua rabbia tirò un calcio a un bambino di prima che corse via piangendo.
Poi se ne andò nella classe di fronte a fare il bullo con i suoi compagni di classe, visto che non ce l’aveva fatta con lei.
La cosa che Ginevra trovò interessante fu che tutto questo lei lo vide mentre c’era la porta chiusa. Riguardò nella classe di Damiano e vide la professoressa che gli parlava. Lui preoccupatissimo andava accanto a lei. Interrogato. Ginevra poteva immaginare facilmente cosa gli aveva detto.
– Visto che sei in piedi, vieni alla lavagna, dai.
La classica battuta triste che fanno i professori per annunciare che stai per morire di ansia.
La prof fece una domanda, Damiano zitto.
La prof chiese qualcos’altro, Damiano muto.
Ancora un’altra domanda, ancora nessuna risposta.
La professoressa disse qualcos’altro e lui andò al suo posto. Rise, scherzò, disturbò l’insegnante. Probabilmente aveva preso un brutto voto ma non gliene importava più di tanto. Anzi. Non gliene fregava proprio nulla. Ginevra lo seguiva con lo sguardo quando tirò palline di carta nei capelli del compagno davanti; lo seguiva con lo sguardo quando si alzò e urlò nel mezzo della lezione; lo seguiva con lo sguardo quando si alzò di punto in bianco e uscì dalla classe, forse per andare in bagno.
– Ginevra? – una gomitata nelle costole e Ginevra si voltò. La professoressa la osservava.
– Mi chiedevo se potevo andare in bagno, prof.
Ginevra era a bocca aperta a fissare la porta del bagno dei maschi, ma che lei considerava l’ingresso per un mondo nuovo.
Oltre quella porta Damiano, che la prendeva in giro, che la picchiava, che la umiliava pubblicamente perché non era uguale alle altre ragazze, piangeva. Forse per l’umiliazione, forse per il brutto voto, piangeva tutte le sue lacrime. Naturalmente in classe nessuno lo sapeva. Aveva lasciato passare un po’ di tempo dall’interrogazione perché nessuno sospettasse di nulla. E tutti avrebbero creduto che ci aveva messo tanto perché aveva girovagato per la scuola.
“Incredibile, signore e signori! Il leone sta perdendo colpi! Forse diventa vecchio, o forse è più tardo del solito!”
– Oh, sta’ zitto! – Ginevra zittì il telecronista dentro la sua testa.
C’erano molte cose che avrebbe potuto fare: andarsene. Ricattarlo, minacciandolo di dire a tutti che aveva pianto per un brutto voto se non l’avesse lasciata in pace.
E invece…
– Damiano?- la sua voce risuonò nel silenzio, facendo ammutolire i singhiozzi. – Avanti. So che sei lì. So che sei tu. So perché piangi. Esci, dai.
– Che vuoi? – la sua voce risuonò più incerta del solito.
– Non fare il duro, non sei credibile.
Ginevra sorrise.
– E allora? Che vuoi fare? Ricattarmi? Va bene, ti lascio in pace!
– Ma no. Dai, esci, vieni. Ti riaccompagno in classe, non lo dirò a nessuno, ma dai, non piangere. Sei intelligente, un quattro lo recuperi subito.
La porta del bagno si aprì e gli occhi rossi e gonfi dell’ex bullo apparvero, stupefatti e increduli.

Dopo questi fatti Ginevra e Damiano non furono mai amici. C’era un rapporto “tu-lasci-in-pace-me-io-lascio-in-pace-te”, fra loro. Non si infastidivano e tutto andava bene.
Damiano diventò un ragazzo normale e Ginevra lo fu a modo suo, nel suo mondo di skateboard e vestiti non alla moda. E il dono di vedere attraverso i muri? Riuscì sempre a nasconderlo dietro la fama di persona sensibile e visionaria. D’altronde, i visionari sensibili non vedono forse attraverso le cose?

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