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Lo scialatiello

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Camminava lungo via Toledo, i negozi avevano già cominciato ad allestire le vetrine con decorazioni natalizie, ma era appena iniziato novembre e i banconi delle pasticcerie erano pieni di torrone dei morti.

Camminava lungo via Toledo, i negozi avevano già cominciato ad allestire le vetrine con decorazioni natalizie, ma era appena iniziato novembre e i banconi delle pasticcerie erano pieni di torrone dei morti. Da quanto tempo non ne assaggiava un pezzetto, gli pareva di assaporarne un po’ con lo sguardo, come se gli occhi avessero le pupille gustative. Il suo preferito era quello aromatizzato al caffè. Eh. Sospirò.
Rigettò tutti i ricordi legati alla commemorazione dei defunti, lo zio di Scafati e la sua pasticceria, le visite, i sapori e i pranzi di famiglia, via, via, solo i versi della poesia imparata alle elementari riaffiorarono prima che fosse riuscito a scacciarli.
Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero…
Attraversò rapidamente l’immensa piazza Plebiscito, era sempre stata così grande, o le sue gambe, disabituate a camminare, la misuravano il doppio?
Scese le scale, passò davanti alla Nunziatella, superò il circolo dei canottieri, arrivò alla rotonda e si fermò. Il profumo dei taralli caldi gli riempì violentemente le narici intanto che fissava quel duplice profilo. Eccolo, con la sua gobba, quella M gigante che dal golfo grida la sua minaccia, la sua promessa di morte, una marea di magma che un giorno potrebbe sommergere ogni cosa.
Il suono di colpi battuti su una tammorra lo spaventò, d’istinto si spostò dietro un lampione toccandosi la cintura dei pantaloni all’altezza del rene cercando quello che per anni era stato il suo strumento di lavoro..
“Ue’, guaglio’ e che vi ho fatto paura?”, disse il musicista, “Scusate. Sta tammorra è comm o’ cor, sbatt se staje chin e ammor e pur se staje chin e paur. Vuj, stat chin.” E teatralmente se ne andò.
A Giancarlo scesero lacrime salate sulle guance magre, cercò di coprire il viso con le mani, qui la gente non era solita farsi i fatti propri, e di dare spiegazioni proprio non ne aveva voglia.
Si concesse il tempo di riprendersi, fece lunghi e profondi respiri prima di ripartire.
Costeggiava il mare fermando lo sguardo su tutto quello che si nascondeva tra i grossi, scuri e geometrici massi frangiflutti, chissà quanti segreti contenevano.
Dietro la curva sulla destra comparvero i lussuosi alberghi frequentati da calciatori e gente della sua specie. Alle loro cene non si contavano le bottiglie di pregiato champagne francese, ordinato più per smargiassaggine che per raffinatezza di gusto. Così come le ostriche di cui si ingozzavano i politici loro amici, quelli che si alzavano sempre prima del conto.
Dall’altro lato spuntò il profilo dell’ imponente e solido castello. Attraversò il ponte, raggiunse il Borgo Marinari e lì entrò da Zi’ Teresa. Un cameriere in papillon lo accolse con riverenza e, tra mille cerimonie, lo invitò ad accomodarsi scegliendo il tavolo che preferiva. A quell’ora erano quasi tutti vuoti.
Giancarlo ne scelse uno posto parallelamente al mare, si sistemò il tovagliolo sulle gambe come non era più abituato a fare e aspettò che il cameriere in papillon tornasse. Non aveva bisogno di consultare il menù, sapeva benissimo cosa ordinare: un piatto di scialatielli ai frutti di mare.
“Gradite qualcos’altro dopo?”
“No, non ce ne sarà il tempo”.
Gli fu portato, come antipasto di cortesia, un piattino colmo di fumanti pizzelle d’alghe. Ne prese subito una e la infilò in bocca, ustionandosi il palato. Ma non importava. Non si poteva resistere. ‘E quelle subito diventano steppose’ disse tra sé e sé, quasi a volersi giustificare.
Dopo poco un’ondata di odore di mare, pummarole e vasinicola lo investì, anticipando l’arrivo del suo piatto di scialatielli. Lo annusò profondamente, inziò a gustarlo prima con il naso, poi con gli occhi. Era come se accarezzasse ad uno ad uno ogni elemento di quella composizione colorata e profumata.
Da qualche tavolo più in là, il cameriere in papillon osservava la scena divertito.
Dopo aver mescolato un po’ gli ingredienti, affossò la forchetta e con un movimento circolare, preciso e sicuro iniziò ad arrotolare quegli spessi fili dorati facendo bene attenzione che il sughetto li bagnasse il più possibile. Si commosse. Dopo 10 anni di frugali pasti consumati nella mensa del carcere, sempre di fretta, attento a difendere quelle misere pietanze, poteva anche essere normale.
Lentamente avvicinò quel succulento gomitolo alla bocca. Una tempesta di sapori e ricordi lo sconvolse, e una sensazione di piacere attraversò per intero il suo corpo. Era come un orgasmo potentissimo, da quanto tempo non aveva uno.
Masticò piano, passando il boccone da una parte all’altra della bocca, affinché anche il più remoto angolino fosse interessato da quel momento di magica gloria. Ingoiando, un’espressione di godimento animò il suo volto e le labbra accennarono un sorriso seguito da un lieve sospiro.
Mentre componeva un nuovo succoso groviglio, il vapore sprigionato dal piatto mosso della forchetta gli appannò gli occhiali. Si sentì chiamare: “Giancà!”. D’istinto si voltò, rimproverandosi subito per quell’errore puerile, proprio da dilettante.
Quando le lenti iniziarono a chiarirsi, senza troppo stupore, si accorse della pistola che aveva puntata addosso. Non si scompose, avevano fatto presto a trovarlo, pensò. Fece un segno con la mano e indicò di aspettare, si infilò in bocca l’ultimo boccone, chiuse gli occhi, assaporando ancora una volta quella delizia. I sapori si fecero più intensi, le vongole callose si lasciavano stritolare dai suoi denti, lasciando fuoriuscire un succo dolcissimo, al quale faceva da contrasto il sapore amorognolo e fresco dei pezzetti di prezzemolo tagliato a crudo. Con quell’olio extravergine di oliva mescolato al sugo di pomodorini datterino e all’acqua di mare si raggiungeva l’apoteosi del gusto. Ci sarebbe stata proprio bene una bella scarpetta. Ingoiò.
Poi con un cenno del capo diede il via alla sua fine.

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