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I compari

di

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Si svegliò di scatto. Aveva sentito scricchiolii fuori della finestra come se qualcosa saltasse da un ramo all’altro della quercia grossa. Cento anni prima l’aveva piantata il paparanno Nicola e, quando il vento era forte, i rami sembravano bussargli alle persiane.

Si svegliò di scatto. Aveva sentito scricchiolii fuori della finestra come se qualcosa saltasse da un ramo all’altro della quercia grossa.
Cento anni prima l’aveva piantata il paparanno Nicola e, quando il vento era forte, i rami sembravano bussargli alle persiane.
Restò fermo. Silenzio. Subito dopo però un tonfo improvviso nella cannacammera e passi strascicati.
Anto’ che è? Che fai?
La moglie si era seduta sul letto e lo guardava. In testa una massa di capelli furgati
È controra?
No Raffe’ durme, è notte.
Pensò quanto fosse brutta e scema quella donna. Era così pure quando se l’era maritata? Sì. Ora si era pure rimbambita e scambiava il giorno con la notte.
E tu picchi’ no durme?
No, aggio sentito rumore. Salisco sopra. Magara so’ le zoccole che si stanno a mangia’ il presutto.
Scese dal letto, afferrò i calzoni, cercò di infilarli sopra i mutandoni di lana, prima una gamba e poi l’altra, ma perdeva l’equilibrio e bestemmiava. Finalmente ci riuscì. Staccò il duibott dal muro della cucina e si avviò verso la scala a pioli che portava alla cannacammera.
Mentre saliva i rumori forti cessarono. Senti’ uno strisciare sul pavimento come qualcuno che stesse camminando sui gomiti.
Apri’ la botola. Buio.
Altolà chi va là
La guerra era finita da un bel po’,ma lui, se non vedeva bene,urlava ancora altolà chi va là, come gli aveva insegnato il caporale Corsi.
Cumba’ Anto’ song io
Io chi? Chi sie? Qualificati
Il verbo qualificare Antonio l’aveva sentito dire a don Zaverio, il farmacista, l’unico in paese, oltre il maresciallo, ad avere il telefono.
Prego si qualifichi – diceva don Zaverio quando non riconosceva le persone all’altro capo del filo.
Cumba’ Anto’ song io. Cumba Colino
Cumba Colino? N’gulo a soreta! Che vuoi la notte in casa di un onesto possessore agricolo?
Qui Antonio aveva operato un piccolo pastiche: la frase in questione era stata pronunciata da un sindacalista durante un’assemblea di contadini onesti incazzati contro i proprietari terrieri. Antonio si era fermato per un po’ ad ascoltare e aveva colto qualche parola. Quando gli piacevano una frase o un’idea, le faceva sue e le usava in toto o in parte, a proposito e a sproposito.
Intanto era uscito dalla botola con tutto il corpo, anzi prima era spuntata la canna del duibott e poi lui.
Colino subito accese la candela posata vicino alla botola. Guardava lui e il duibott con gli occhi di fuori dalla paura. Era pallido, pareva il morto che erano andati a dare il “saluto a vui” la sera prima. Anche il morto aveva gli occhi sbarrati.
Ecche’ cazz – aveva detto Antonio – non gli potevano nzerrare quegli occhiacci?
Però pure lui quando saliva le scale aveva avuto una paura fottuta. Intanto Colino aveva preso un po’ di colore e Antonio il fiato.
Cumba Colino, a fess i mammeta, me vui arrubba’ lu persutt? Te record ch’io aggio sparato a quillo?
A quillo chi?
A a a quillo… è una lunga storia.
Ogni volta che Antonio non sapeva come concludere una frase diceva – è una lunga storia – e nessuno gli rispondeva di avere tempo a disposizione per ascoltare il seguito.
Cumba’ Anto’ tu m’hai aiuta’. Tu m’hai a dicere c’aggia fa’.
Antonio, della famiglia dei riccitelli per via dei capelli, occupava un grado sociale più elevato di quello di Colino, nipote di quell’Angelo aratro accusato a suo tempo di aver arrubbato il mezzo agricolo. Inoltre Antonio gli aveva fatto il Sangiovanni al battesimo e il compare d’anello al matrimonio di Colino con quella femmena billissima di Maria patana.
Tutto il paese aveva riso di quelle strane nozze volute e finanziate da Antonio. Maria patana portava in dote bellezza, provocazione e tanta miseria, Colino un ‘eccezionale dote fisica.
Colino poteva saltare a piè pari da terra su un tavolo, dal tavolo alla credenza e poi sull’armadio, da un ramo d’albero all’altro, da una finestra alla soffitta. Muoveva i primi passi quando la madre lo trovò seduto sull’armadio. Impaurita corse a chiamare il parroco. Don Luvigi lo benedisse e scacciò il demonio. Per sicurezza il padre gli diede due stambate sul sedere e sembrò tornare la normalità. Tutti però sapevano che quando Colino era triste o arrabbiato saltava e camminava sui tetti.
In verità il paese aveva malignato anche sul matrimonio di Antonio, cresciuto a pane e cipolle, con Raffaela, l’unica figlia di Caniuccio Gasperini, bruttissima e tanto tanto ricca.
Lei gli aveva portato in dote tre masserie, seimila pecore, due case in paese e un corredo incredibile.
Scienne abbash – ordinò Antonio – e cominciò a scendere le scale seguito da Colino – comme sie arrivat alla cannacammera? Ah sì lu saccio- aggiunse ricordando le doti del figlioccio.
Si sedettero al tavolo della cucina. Antonio posò il duibott in cima alla credenza e accese il camino. Faceva sempre freddo di notte. Intanto Raffaela, coi capelli secchi e sempre più furgati, era comparsa sulla porta.
Raffe’ vattin, vatti a dormere. Io e cumba Colino dobbiamo discutere di problemi maschilisti.
Aveva preso una bottiglia di vino rosso, quello denso e sanguigno dei suoi vigneti, pane e formaggio e li aveva posati con gentilezza davanti a Colino che si teneva la testa fra le mani.
Mannaggia all’anema de chi l’è murt. Cumba Anto’ tu lu sapiva ca tengo una mugliera zoccola e cattiva comme na scimmia? Cumba’ tu sie comme e più di tata pe mme. Lu sapiva che non mette mai le mutande?
Antonio lo sapeva. Proprio pochi giorni prima, sdraiato sul letto di Maria patana, l’aveva guardata a lungo mentre si spogliava.
Camicetta, gonna, reggiseno, calze di nailon che le aveva regalato, ma niente mutande.
È cchiu’ bello – aveva detto lei.
Ad Antonio si gelo’ il sangue
Che ne saccio io delle abitudini intimiste di mugliereta!
Sì sì cumba Anto’, solo a te che sei come tata mio io lo pozzo dicere. Sempe citto citto co tutti. Nun l’aggio mai ditto a nisciuno. E poi quilla scimmia me dice sempe – Vattin, me fai shichif- quando voglio saliscere sopa issa. Cumba’ è cattiva e pure zoccola. Io l’accido
Accido accido. Chi cazz accidi tu? Vui pruva’ le pulci? Va bene magara è cattiva comme na scimmia, ma picche’ pure zoccola? Canosci quacche cosa?
Antonio riusciva solo a muovere i muscoli della faccia, il resto del corpo era rigido, il cuore gli stava scappando dal petto.
Sì sì io l’accido. Issa stanotte m’ha ditt tutte e cose brutte.
Tutte e cose? Che cose?
Antonio poteva fare solo brevi domande. Non gli usciva la voce e gli era preso un gran tremore alle gambe.
Colino da un po’ che parlava aveva cominciato a fissare il duibott poggiato in cima alla credenza. Improvvisamente scattò in piedi, saltò sul tavolo e da lì alla credenza. Afferrò il duibott e lo puntò verso Antonio.
Stanotte faccio Casamicciola, stanotte faccio l’opera dei pupi.
Antonio intanto era schizzato dalla sedia, si era inginocchiato e si faceva il segno della croce.
Scinne cumba’ scinne, pirdonaci a tutti.
Tata, cumba Anto’ picche ‘ fai accussi ‘? Io voglio accidere solo a issa. Lu vui sape’ arret che m’ha fatt? A mattina presto mi sceta. Vuole la legna per il fuoco. Io mi suso e me ne vaco al bosco. Camminavo e davo stambate alle prete, c’avivo l’occhi bassi e vido na borsa pi terra. La ovro e dinda ci stevano soldi, tanti tanti soldi. Sai c’aggia fatt io?
N’gulo a lu guvern. Lu saccio c’hai fatt. Ti si guardato acca’e alla’, nun hai visto nisciuno e ti si pigliato la borsa. D’altronde non è denaro arrubbato, ma prilivato
No cumbaAnto’,no. Io sono priciso. Issa vuliva la legna, no la borsa. Io l’aggio ditt che quand se vai a bors se vai a bors e quand se vai a legn se vai a legn, quella zoccola scimmia s’e’ incazzata. – Figl dh puttana – m’ha ditt. Mi voleva accidere e poi – cornutazz- ma io penz che non è overo. M’ha pris a stambate e m’ha cacciato de la casa. Quist è sfregio d’onore.
Colino raccontava senza prendere fiato e nel frattempo roteava tutt’intorno il duibott.
Io scappava e issa criava – continuò – “va’ va’ da lu cumbare tuo. Isso sape tutte e cose.” Cumba Anto’ tata mio, che sape tu? Puro a te t’ha fatto lo sfregio d’onore? Puro a te nun t’arrispetta?
All’improvviso Colino tacque e si fece cupo e pensieroso. Muoveva nervosamente il dito sulla sicura del duibott
Ma tu,tu sape tutte e cose. Cumba Anto’ tu pe issa sie comme il prevete don Luvigi. Che t’ha ditt? Io l’aggio vista quella zoccola comme guardava mastro Ciccio lu cementista c’aggiustava la via nostra. Tu lu sai, issa salisce co quillo o ce ne steva quaccun antro?
Antonio in ginocchio ormai da un bel po’ di tempo sentiva un gran formicolio in tutto il corpo. In testa però gli si affacciò un’idea geniale. Un’idea che poteva salvargli la vita.
No, cumba’ no. Issa nun m’ha ditt niente, issa è rispettosa e tiene paura di me. Nun ti piglia’ sti penzieri. Mastro Ciccio mo’ se n’è iuto da lu paese e saccio che nun torna cchiu’. Era nu bello giovine, nu poco puttaniere e tutt’e femmene se lo mangiavano co l’occhi. Io l’aggio visto che parlava fitto fitto co mugliereta…ma nun è niente
E allora mo’ rivaco a casa e accido solo a issa, ma tu, ma tu cumbaAnto’ picchi’ nun me l’hai ditt? Puro tu pienz che so’ cornut?
Colino, ormai fuori controllo, ritto sul tavolo, continuava ad agitare il duibott sotto il naso di Antonio che, sempre in ginocchio, senti’ in quel momento un liquido caldo scendere dal basso ventre lungo le cosce
Scinne, scinne de la tavola – rantolò
Solo allora Colino parve accorgersi della strana posizione in cui si trovava Antonio
CumbaAnto’ picchi’ stai comme alla chiesa davanti al Santissimo? Non ti volevo scantare. Tu sie lu cumbare mio e t’arrispetto. Ma la scimmia l’accido
Damme lu duibott
Antonio non riusciva ad alzarsi un po’ perché non si sentiva più le gambe e un po’ per la vergogna di farsi vedere i pantaloni bagnati
Damme lu duibott – ripete’ – mo’ vattin a casa e non accidere a nisciuno. Facite pace fra coniugati e nun ci pinzare cchiu’. Puro tu mi pari na scimmia e nun ti vogghio cchiu ‘videre alla cannacammera mia. Va’ e dimane parlo puro co’mugliereta… magara da sola. E mo’ scinne
Gli era presa una strana euforia come chi, dopo una gran paura, vede lo scampato pericolo. Ora Antonio voleva solo andare in camera, cambiarsi pantaloni e mutandoni bagnati e magari saliscere pure sulla moglie come gesto di gratitudine alla sua buona sorte.
Allora, vui scinnere sì o no – intimo’ con voce più tonica e autoritaria nonostante la posizione imbarazzante che ancora teneva.
Colino sembrò scuotersi dai brutti pensieri, spiccò un salto dal tavolo al pavimento, il duibott per l’urto e senza più la sicura sparò due colpi che centrarono la bottiglia di vino rosso e denso che cadde dal tavolo frantumandosi sulla testa di Antonio inondandolo di liquido rosso sangue.
Curnutazz è overo. Tu sie nu curnutazz, m’hai acciso- urlò Antonio e, mentre si accasciava si vide sul campo di battaglia nei panni di Francesco Ferrucci colpito a tradimento dal vile Fabrizio Maramaldo. Il maestro Lo Surdo alle elementari raccontava anzi interpretava in classe la scena del duello e Antonio, al solito, era rimasto affascinato più che dai gesti, dalle parole dell’eroico e sfortunato Ferrucci.
Vile Maramao – urlò ancora – tu accidi n’ommo morto. E svenne

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