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Charlie Chaplin: il genio del cinema raccontato da Peter Ackroyd

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Peter Ackroyd restituisce la doppia immagine dell’attore e regista inglese: quella di Charlot e di Charlie Chaplin, eternamente uniti e divisi.

In una giornata di luglio del 1919 Mildred Harris diede alla luce un bambino, Norman Spencer Chaplin, figlio di suo marito, il famoso attore e regista Charlie Chaplin: era nato con gravi malformazioni e morì tre giorni dopo. Charlie pianse ininterrottamente, cosa inaspettata visto il carattere freddo e talvolta crudele a cui le persone intorno a lui erano abituate. Dieci giorni dopo la morte del figlio, Chaplin iniziò le riprese di uno dei suoi film più famosi, “Il monello”: per una strana ironia della sorte, si ritrovava su un set a raccontare la storia di un bambino rimasto orfano che trova consolazione, conforto e un po’ d’amore in Charlot, che divenne padre per la prima e unica volta sullo schermo. Fino ad allora infatti, l’alter ego di Chaplin era stato un buffone, spavaldo, a volte perfino violento, o perlomeno quanto può esserlo un clown. Ma grazie a quel bambino Charlot cambia, cresce, evolve, toccando vette di tenerezza e umanità mai raggiunte prima. Nel monello rivivono il piccolo Norman Spencer e lo stesso Charlie bambino cresciuto nella povertà della Londra di fine Ottocento, in quella miseria che solo Dickens ha potuto e saputo rappresentare. Un padre quasi sconosciuto, una madre con disturbi psichiatrici, che entrava e usciva dai manicomi, lasciando Charlie e suo fratello Sydney a lottare nel mondo, in mezzo alle strade popolate da ubriaconi. Fu proprio a causa dell’estrema povertà, ci racconta Peter Ackroyd nel suo “Charlie Chaplin” (Isbn edizioni), che l’attore inglese sviluppò una preoccupazione costante per il denaro. Due erano le sue paure più profonde: diventare povero e perdere l’affetto e la stima del pubblico. Nel 1915 Charlie Chaplin era diventato la persona più famosa del mondo: ovunque andasse veniva accolto da bagni di folla, fino ad allora riservati a sovrani e personalità di spicco. I bambini risparmiavano i soldi per vedere i suoi film o comprare i gadget del loro beniamino. Charlot era amato da tutti e le sue mosse divennero così celebri da dar vita a vere e proprie competizioni tra aspiranti imitatori. Chaplin era riuscito a creare la versione moderna di un clown, capace di non arrendersi davanti alle avversità della vita, di fregarsene delle ingiustizie con un’alzata di spalle, barcollando in giro per il mondo, proprio come facevano gli ubriaconi che il piccolo Charlie incontrava nel suo vecchio quartiere. Ogni sua mossa o espressione erano studiati alla perfezione: niente era lasciato al caso. Faceva girare le scene anche per giorni interi, finchè non erano perfette. Diceva agli attori di non fare gesti inutili o privi di significato: ogni cosa doveva avere un senso. Altrimenti era meglio non farla. Se un’attrice non riusciva a piangere sul set, non esitava a trattarla male per farle sgorgare fiumi di lacrime. Si innamorava spesso e in fretta, ma altrettanto rapidamente perdeva interesse. Detestava il Natale e amava impartire ordine a tutti, nel mondo reale e sul set. Quando uscì “Il grande dittatore” il sonoro aveva fatto la sua comparsa: Chaplin lo odiava ed era convinto che avrebbe decretato la sua fine. Fu un film straordinario e innovativo che ottenne cinque candidature all’oscar, ma segnò anche l’inizio dei sospetti sulle idee politiche di Chaplin. In pieno maccartismo fu accusato di essere un comunista e di essere amico di nemici e spie. Già in “Tempi moderni” la sua critica alla società capitalistica era così evidente da aver fatto storcere il naso a molti. Ma Charlot non avrebbe mai avuto un’appartenenza politica: lui è l’uomo individualista e senza tempo, che se ne va in giro per il mondo, cercando di ridere delle sue assurdità. Non sarebbe mai riuscito ad essere fedele così a lungo a qualcosa o a qualcuno: Charlot è un uomo della strada e proprio dalla strada ha imparato a non fidarsi troppo delle idee, né a legarsi troppo a cose o a persone. Nessuno sarebbe mai riuscito a confinarlo dentro qualcosa, tantomeno nelle rigide gabbie di un’ideologia.

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