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Viale dei Gelsomini nr. 13

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“Cesare, scendi di lì!” disse Carla, raggiungendo suo figlio che non riusciva a contenere l’euforia e si stava arrampicando sulle pile di scatole. Prese il figlio infilandogli le mani sotto le ascelle e sollevandolo.

#NonUnaDiMeno, #Metoo e #WeToogether 

Ripubblichiamo questo racconto in vista della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Si tratta di una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

Anche la scrittura può sensibilizzare a favore dei diritti.

 

 

“Cesare, scendi di lì!” disse Carla, raggiungendo suo figlio che non riusciva a contenere l’euforia e si stava arrampicando sulle pile di scatole.
Prese il figlio infilandogli le mani sotto le ascelle e sollevandolo. Il bambino fece un sorriso e abbracciò forte la mamma. Aveva due anni, appena compiuti, gli stessi capelli della mamma, biondi e ricci, e due grandi occhi celesti con sfumature grigie. Quelli erano del padre.
“Hai visto la tua nuova stanza?” disse Carla abbandonando il soggiorno e imboccando il corridoio.
“Ta-za” ripeté il bambino.
“Sì, amore mio. Bravo!”
Carla lo portò nella camera da letto. Era una stanza di almeno quindici metri quadri, con due grandi finestre che affacciavano sulla stradina silenziosa, Viale dei Gelsomini. La palazzina era al civico 13. La camera da letto era uno dei vani, insieme alla cucina e al bagno, che aveva fatto sistemare un po’ meglio. Aveva fatto montare il letto, la culla e un piccolo armadio. Il resto poteva aspettare.
“Na-nna” biascicò il bambino afferrando una guancia della mamma.
“Hai ragione tesoro mio. Sarai stanchissimo.”
Carla lo strinse forte a sé e gli diede un bacio sulla fronte.
“Pa-pà.”
Finse di non averlo sentito. Il cellulare squillò.
“Pronto, mamma!”
“Ciao Carla, come stai?”
“Sono avvilita! Devo aprire ancora tutti gli scatoloni, sistemare i vestiti…”
“Sabato veniamo a Roma, ti aiutiamo noi, non toccare nulla” disse la madre.
Ci fu una pausa di alcuni secondi.
“Ha detto qualcosa quando sei andata via?”
Carla respirò profondamente e si sedette sul letto.
“Ha detto che non è finita qui, che questa volta mi ammazza” rispose, cercando di tenere la voce salda, ma non riuscendoci.
“Non piangere Carla… la pena di morte merita quello stronzo e non quei cazzo di domiciliari, per giunta nella vostra casa!”
“Non so se riesco a farcela…”
“Amore mio, certo che ce la fai!” disse la madre nel tentativo di risollevarla. “È tutto finito! A proposito, fai un bel video alla casa nuova e mandacelo su Whatsapp!”
“Va bene…” disse Carla.
“E dai tanti baci a quel cucciolo meraviglioso.”
“Si è appena addormentato… spero di riuscirci anche io. Buonanotte mamma!”
“Riguardati. Buonanotte!”
Carla guardò Cesare nella culla.
“Povero amore mio” pensò, “spero che un giorno non ricorderai nulla di quello che è accaduto.”
Poi andò in bagno a lavarsi. Accese la luce della specchiera e il suo viso fu illuminato. Quando vide la sua figura allo specchio, abbassò lo sguardo. Quasi avrebbe voluto rispegnere la luce. Poi alzò nuovamente gli occhi. Non ricordava l’ultima volta che aveva lavato i capelli. Erano di un colore biondo scuro e si vedeva la ricrescita; nell’ultimo anno le erano spuntati numerosi capelli bianchi. Gli occhi castani erano lucidi e tristi, incavati e contornati da un colore livido; l’occhio sinistro era leggermente chiuso. Più in basso a quest’occhio, sulla prominenza dello zigomo, affiorava un enorme ematoma giallastro e nero, ormai in fase di guarigione. Il naso era ancora intatto, mentre il labbro inferiore era gonfio e spaccato; una patina raggrinzita si stava formando sulla ferita. Si tolse il maglione e la canottiera. Aveva perso sette chili da quando erano cominciate le violenze. La gabbia toracica era ben visibile. L’anca le doleva, nonostante fossero passati sei mesi da quell’episodio. Conservava il referto medico, dove indicava come causa un incidente domestico, “il paziente riferisce caduta dalle scale”. Era stata colpita da un calcio che l’aveva lasciata a terra ansimante per almeno mezz’ora. Carla si portò le mani dietro la schiena e slacciò il reggiseno. Sul seno destro aveva i segni di un morso; non aveva mai sentito così tanto dolore. Odiava i suoi seni, non era mai uscita una goccia di latte. Il suo corpo era un campo di battaglia. Alcune ferite erano rimaste solo nella memoria, ormai cancellate sul suo corpo dal tempo. Altre stentavano a voler andar via e il dolore riaffiorava soltanto in alcuni momenti, come per non fare in modo che lei potesse dimenticarsene. Le ultime ferite erano ancora vivide e brucianti. Si tolse le scarpe e i pantaloni. Non ebbe il coraggio di guardare le sue gambe. A ricordare le ferite su di esse, era sufficiente la sua camminatura claudicante. Entrò in doccia e lavò il suo corpo, senza usare la spugna. Mise il bagnoschiuma tra le mani e se lo passò sulla pelle, delicatamente. Così avrebbe sentito meno dolore. Accarezzò il collo, l’addome, passò le dita sul seno ferito. Riempì il suo corpo di carezze. E pianse silenziosamente, senza deformare il viso; le avrebbe fatto male lo zigomo.
Quando tornò in camera, vide che Cesare era in piedi nella culla. Il piccolo viso era deformato in una smorfia. Stava per piangere.
“Ti sei svegliato!?”
Carla lo prese in braccio e lo cullò.
“Ti ci abituerai presto. Non hai riconosciuto la stanza, ti senti smarrito, ma passa tutto…”
Cesare guardava la mamma negli occhi.
“… tutto passa.”
“Pa-pà” disse il bambino.
“Vuoi la pappa?” chiese Carla speranzosa.
“No! Pa-pà.”
Cesare guardò la culla e la indicò con l’indice.
“Pa-pà!”
Carla sentì un vuoto allo stomaco e per alcuni secondi la sua vista si annebbiò. Aveva paura. Tutte le lesioni al corpo tornarono a farle un male allucinante.
“Papà non c’è. Papà è andato via per un po’” disse al bambino, “siamo solo io e te.”
“Pa-pà” ripeté Cesare indicando di nuovo la culla.
“Mi stai facendo impazzire,” disse Carla, “ora sai che facciamo? Vieni con me in bagno, mi asciugo i capelli e facciamo il video per la nonna.”
Mise a terra il bambino e lasciò che la seguisse nel bagno. Dopo aver asciugato i capelli ed essersi messa il pigiama, prese il cellulare e attivò la videocamera.
“Ciao mamma, ciao papà. Questa è casa nuova! Da qui si entra, come vedete c’è subito la sala da pranzo con un piccolo cucinino. Poi il corridoio… il bagno qui sulla sinistra, mentre sulla destra c’è una piccola stanzetta, dove ho messo gli scatoloni che mi aiuterete ad aprire… e alla fine del corridoio si accede direttamente alla camera da letto. Più pulita delle altre stanze e dove dormiamo io e Cesare. Cesare, manda un bacino alla nonna. Questo è l’armadio, ancora vuoto… la culla e per finire il mio letto. Eccolo qui! Cesare, no no, molla il cellulare. Bravo… L’essenziale. In fondo sono soltanto sessanta metri quadri, ma per noi due è perfetta. Mamma, so che tu e papà avreste preferito che tornassi a casa da voi, ma qui a Roma… ho un lavoro. Non posso rischiare di perderlo.”
Carla staccò la videocamera, cullò un po’ Cesare, che si addormentò, e si mise a letto. Il giorno dopo avrebbe inviato il video alla madre.

Capitolo II

“Ciao tesoro mio, buongiorno.”
“Pa-pà!” rispose Cesare.
“Vuoi fare la pappa?” disse Carla.
“Ma-mma, pappa.”
Questa volta non c’erano dubbi, aveva detto pappa.
“Ti sei svegliato affamato!”
Andarono in cucina e Carla mise Cesare nel seggiolone. Il cellulare squillò. Era la caserma dei carabinieri.
“Pronto?”
“Salve, sono il maresciallo Lausdei, la signora Frassetti?”
“Sì, sono io” rispose Carla con tono freddo.
“Volevo dirle che a suo marito, ieri pomeriggio, è stato notificato un divieto di avvicinamento, nel raggio di un chilometro, e il divieto di comunicazione, anche a mezzo telefono. Nel caso si accorgesse che infrange uno di questi divieti, ci contatti immediatamente.”
“Il giudice ha autorizzato il braccialetto elettronico?” domandò Carla, mantenendo il suo tono freddo.
“Mi dispiace signora, ma non ha fatto alcuna menzione in merito” rispose il maresciallo con tono dispiaciuto.
“Ah…”
“Appena può, dovrebbe passare in caserma. Dobbiamo notificare il provvedimento anche a lei.”
“Va bene!”
“Ci chiami per qualsiasi cosa.”
“Buona giornata maresciallo.”
“Buona giornata a lei.”
Carla, staccò la telefonata e vide che le era arrivato un messaggio della madre. “Buon san Valentino amore mio. Sei l’amore della nostra vita. Prenditi cura di te!”
Si commosse e gli occhi le si gonfiarono subito di lacrime.
“Vi amo anche io. Ecco il video della casa.”
Carla selezionò il video che aveva girato la sera precedente e lo inviò su Whatsapp.
“Ma-mma!” disse Cesare in cerca di attenzioni. “Pa-ppa!”
“Scusami amore mio, ora te la preparo.”
Carla riscaldò il latte in un bricco d’acciaio e prese il pacco di Plasmon dalla credenza. Sentì un rumore.
“Pa-pà!”
Fece cadere il bricco di latte sul piano della cucina. Guardò suo figlio. Cesare guardava in direzione del corridoio.
“Pa-pà!” disse di nuovo.
Carla respirò profondamente e mise altro latte nel bricco che dispose sulle fiamme. Stava diventando paranoica, ma doveva controllare, altrimenti sarebbe stata ansiosa per tutta la giornata. Si incamminò lungo il corridoio vuoto. Controllò il bagno, anch’esso vuoto. Lo stesso valeva per la cameretta che aveva deciso di utilizzare come deposito degli scatoloni. Lo aveva sentito o no quel rumore? Se lo era forse immaginato? Si fece coraggio ed entrò in camera. Era tutto come doveva essere. O almeno così le sembrava. Si avvicinò all’armadio, anche se si tenne a debita distanza. Allungò un solo braccio e afferrò la maniglia. Contò fino a tre e lo aprì, facendo un saltello indietro. L’armadio era vuoto. Due stampelle ondeggiarono, sollecitate dal vento appena generato dall’apertura delle ante. Si passò le mani tra i capelli e chiuse gli occhi respirando profondamente. Si sedette sul letto e aprì la bocca in un lamento silenzioso. Non voleva che Cesare sentisse che la mamma stava piangendo. Continuava ad essere vittima del mostro. Per quanto tempo, le violenze subite, avrebbero riverberato sulla sua persona? Si asciugò le lacrime, alzò la testa e rimandò giù le altre che volevano uscire. Quando avrebbe potuto sfogarle?
Tornò da suo figlio. Sentì puzza di bruciato.
“Cazzo!”
“Pa-pà!”
“Pappa! Si dice pappa, non papà!” lo rimproverò bruscamente Carla.
Il latte bolliva nel bricco e fuoriusciva, sfrigolando. Carla spense il gas e con una presina tolse il bricco e lo mise sotto il getto d’acqua fredda. Lo pulì e lo asciugò. Lo riempì nuovamente di latte e lo posizionò, per la terza volta, sul fuoco.
“Amore, scusami. Solo un po’ di pazienza. Mamma non è più in grado nemmeno di fare il latte. Non sono più in grado nemmeno di fare la mamma.”
Disse la parola mamma con voce strozzata. Prese due scatoloni vuoti, li piegò e aprì la porta d’ingresso per riporli all’esterno dell’abitazione. Sullo zerbino di casa trovò un fiore. Una rosa. Le si tapparono le orecchie, come se fosse stata lanciata ad alta quota. E immediatamente dopo ebbe un vuoto allo stomaco, una ricaduta repentina sulla terra. Le iniziarono a tremare le gambe.
Sulla rosa vi era un biglietto. “E’ qui fuori. E’ evaso dai domiciliari” fu il primo pensiero. “Devo chiamare i carabinieri! Prenderanno le impronte digitali.”
Si voltò per tornare in cucina e recuperare il cellulare. Fece alcuni passi, ma si fermò di nuovo.
“Pa-pà!” sillabò Cesare, guardando il fiore.
Anche Carla riguardò il fiore a terra. Non aveva carta intorno e quindi neanche un adesivo che indicasse il fioraio dove era stata acquistata. I carabinieri non se ne sarebbero fatti nulla di quel fiore. I risultati dei test delle impronte digitali, trovate sulle lettere anonime ricevute sul posto di lavoro durante tutto lo scorso anno, ancora dovevano essere pronti. Il giudice aveva dato per scontato che fossero le sue, anche se la perizia calligrafica non aveva associato la scrittura a quella del mostro. Il mostro le faceva scrivere a qualcun altro. Il mostro era subdolo. Non sapeva che cosa fare. Sentiva le gambe immobili. Non riusciva a connettere il cervello.
“Oh Dio mio, aiutami tu!” disse ad alta voce.
All’improvviso dalle viscere emerse una rabbia indicibile.
“Che cazzo vuoi adesso? Non ti sei stancato? Cosa vuoi da me?” urlò, rossa in viso.
Corse alla porta e raccolse la rosa, prendendola dallo stelo. Si punse un dito. Il bocciolo rimase sullo zerbino. Stelo e bocciolo erano due parti separate. Lei con la testa mozzata. Si inginocchiò, le gambe non la reggevano, e raccolse sia il bocciolo che la lettera. Richiuse la porta e vi poggiò la schiena.
“Cosa vuoi da me?” disse singhiozzando. “Cosa vuoi?”
Aprì la lettera. C’era una sola frase. Questa volta era stata scritta con la sua calligrafia, da bambino di prima elementare. BUON SAN VALENTINO TROIA. TI AMO.
Il telefono squillò. Carla fece un lamento e sobbalzò. Cesare aveva cominciato a piangere.
“Amore mio, scusami!” disse al bambino.
Andò in cucina.
Sul display del cellulare apparve la scritta “Mamma”.
“Pronto! Mamma”
“E’ lì, Carla scappa!” disse la mamma urlando disperata. “L’abbiamo visto dal video, adesso! Carla scappa! È sotto il letto!”
“Mamma? Chi?” era stordita.
“Pa-pà!” scandì ancora Cesare.
“Scappa! È sotto al letto, è nel video che ci hai mandato! Tuo padre ha chiamato i carabinieri, ma tu scappa via!”
Fece cadere il telefono a terra.
“Mamma!” urlò.
Si piegò sulle ginocchia, il corpo dolorante, e prese il telefono.
“Carla, scappa! Ti prego!”
Carla alzò il viso e diresse lo sguardo lungo il corridoio, fino alla camera da letto. Proprio in quel momento vide un braccio fuoriuscire da sotto al letto. Il braccio del mostro. Fece aderire il palmo della mano sul pavimento e si tirò fuori. Il mostro, a pancia sotto, guardò Carla. Fece un sorriso diabolico.
“Ciao Lalla” sussurrò.

Capitolo III

“Pa-pà!”
Carla urlò con tutte le forze che aveva. Dal cellulare si sentivano le urla ovattate della madre. Il mostrò tirò fuori anche le gambe e si alzò. Indossava dei jeans scuri, un paio di scarpe marroni e una camicia a quadri di flanella. Il davanti della camicia e dei pantaloni erano ricoperti di polvere. Aveva trascorso la notte sotto al letto.
Carla si rialzò e prese Cesare in braccio, sfilandolo dal seggiolone. L’aria aveva un odore di bruciato: il latte stava bollendo per l’ennesima volta.
“Shh, amore mio!” disse rivolta a Cesare che piangeva disperato.
Si voltò per andare alla porta, ma il mostro era già lì.
“Ciao Lalla. Perché sei impaurita?” domandò con voce tranquilla. “Voglio solo farti gli auguri di san Valentino. Ciao piccolino mio. Papà è qui.”
Cesare sembrò quasi tranquillizzarsi.
“Pa-pà!”
“Cosa vuoi ancora? Come sei entrato?” disse Carla, con voce tremula.
“Shh, così spaventi il bambino.”
Gli occhi del mostro erano belli. Grandi e luminosi, il loro colore ricordava il cielo azzurro grigio dell’alba. Aveva il viso pulito, senza barba, e denti bianchi contornati da due belle labbra. I capelli castani ricadevano sulla fronte. Il mostro era affascinante.
“Stai lontano da lui!” minacciò Carla.
“È mio figlio” rispose lui.
“Il giudice ti toglierà la potestà!” disse lei.
“Quando lo farà, e se lo farà, ne riparleremo. Adesso è ancora mio. Ciao bello di papà, ti sono mancato?”
Cesare fece un sorriso.
“Oh, vedi che bello che sei quando sorridi. Ora sei grande, non devi più piangere. Vuoi venire in braccio a papà?”
Il mostro allungò le braccia e Cesare allungò le sue.
“Vai via!” gli urlò Carla, indietreggiando e poggiandosi al piano cucina. Cesare guardò la mamma e cominciò a piangere di nuovo.
“Non sei mai stata capace di fare la mamma. Guarda cosa hai combinato, hai distrutto una famiglia!” le disse avvicinandosi leggermente. “Ti è piaciuta la rosa?”
Il mostro guardò la rosa sul pavimento.
“Oh, si è spezzata… si è mozzata la testa.”
Il suo corpo era possente. Le gambe erano grosse, così come le sue braccia. Quel corpo l’aveva fatta sentire protetta. Aveva amato potersi rintanare tra le sue braccia e sentire il suo profumo. Quel corpo le aveva fatto conoscere il sesso. Con lui non aveva più sentito paura. Adesso il suo corpo meraviglioso era diventato sinonimo di minaccia, di dolore. Quelle grosse mani le avevano fratturato le costole. Le nocche le avevano lacerato le labbra. Quelle gambe le avevano lesionato un’anca. Quei denti bianchi le avevano divorato un seno. Quella bocca e il suono della sua voce le avevano rubato la felicità. Le avevano rubato la vita.
“Dammi Cesare!” disse lui.
“NO!” urlò Carla.
“Dammi Cesare” ripeté il mostro, con calma.
“NO!” urlò di nuovo Carla.
“Troia, abbassa la voce.”
“AIUTO!” urlò lei disperata. “AIUTO!”
Cesare piangeva a perdifiato.
“Mi hai rovinato la vita, brutta troia. Ti chiamerei rottainculo, ma sono stato io il primo a rompertelo. Dammi Cesare!”
Il mostro si avvicinò con uno scatto per afferrare il bimbo. Carla si girò di schiena per proteggerlo.
“Lasciamelo” disse lui.
“Vattene” disse Carla con la voce spezzata. “Vattene.”
Il mostro aderì il suo corpo a quello di lei, infilò la sua mano perfetta sotto la sua ascella e le afferrò un seno. Con le unghie lo strinse forte, premendo sui segni della sua già passata violenza. Carla urlò dal dolore e vide le stelle. Le forze stavano per abbandonarla. Guardò suo figlio negli occhi. Quanto dolore gli provocarono quegli occhi nei suoi?
Immenso.
“Perdonami” disse a Cesare.
Il mostro continuava a stringere la sua mano sul seno di Carla, come una tagliola per orsi. L’odore di bruciato del latte aveva invaso le sue narici. Dando le spalle al mostro, Carla aveva poggiato la pancia sul piano cucina. Vide il latte formare enormi bolle che esplodevano schizzando sui fornelli. La plastica del manico era totalmente bruciata. Carla ci provò. Allungò il braccio sinistro, quello libero che non reggeva il bambino, e afferrò il bricco di latte. Era incandescente. Stava quasi per farselo cadere dalle mani, ma strinse forte il manico. Il dolore al seno non le faceva sentire quello alle dita. E dopotutto, aveva subito violenze peggiori di un’ustione. Lanciò il latte bollente alle sue spalle, bagnando tutto il viso del mostro e accecandolo. Il mostro urlò come una bestia. Lasciò il seno di Carla e si staccò da lei.
La donna, stringendo forte il bambino a sé, corse alla porta e aprì il chiavistello.
“Troia, questa volta ti ammazzo.” Urlò di nuovo in preda ai dolori.
Carla aprì la porta e uscì, imboccando le scale. Il mostro si mise al suo inseguimento. Ogni gradino era un dolore lancinante alla gamba. Si reggeva al passamano con la mano ustionata e si tirava letteralmente giù. Raggiunse l’androne e uscì in strada gridando aiuto. Tutti sembravano essere spariti.
“AIUTATEMI, VI PREGO!” urlava Carla.
Qualcuno chiuse le finestre della propria abitazione. In altre, le tendine si scostarono e facce scure emersero dall’ombra
“AIUTATEMI”.
Carla si lanciò in mezzo alla strada e si diresse sul marciapiede dirimpetto. Il mostro uscì dal portone e la inseguì, lanciandosi in strada con le mani a coprire gli occhi cecati. Si sentirono solo due tonfi. Quello dell’impatto dell’auto contro il mostro e quello del mostro che fracassava la testa sull’asfalto.
Carla corse veloce, zoppicando, e non si girò mai indietro. Corse il più lontano possibile, in cerca della libertà. Chissà se l’avrebbe mai ritrovata.
Furono i carabinieri, dopo un’ora, a comunicargli della morte del mostro, ma questo è solamente un dettaglio.

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