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Il primo giorno

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Al San Camillo, al Padiglione Maroncelli, era piena di gioia. Sentiva che quello era il suo posto, il suo ruolo, la sua vocazione. Frequentava il quarto anno di medicina all’Università Cattolica e superava brillantemente gli esami.

Al San Camillo, al Padiglione Maroncelli, era piena di gioia. Sentiva che quello era il suo posto, il suo ruolo, la sua vocazione.
Frequentava il quarto anno di medicina all’Università Cattolica e superava brillantemente gli esami. Il nuovo ordinamento prevedeva un tirocinio di cento ore in un reparto di medicina e Marina non vedeva l’ora di interagire con i pazienti, di entrare a far parte anche lei di quella élite privilegiata che salva l’umanità. Finalmente i suoi sogni stavano iniziando a prendere forma.
Aveva acquistato un camice nuovo, immacolato. Aveva indossato la collanina di perle del diciottesimo compleanno, si era passata la piastra sulla frangetta ribelle e aveva tagliato le unghie delle mani, possibile ricettacolo di germi. Si sentiva proprio a posto.
Varcò la soglia del reparto e fu accolta da un odore terribile. Fece una smorfia strana, perché un portantino che attraversava la corsia le disse: “nte proccupà, è solo mmerda”.
Sorrise balbettando un grazie. “La mela marcia è ovunque” pensò. Bussò in sala medici. Le aprì la porta il medico della notte, dalla faccia ciancicata come il camice. Le disse di accomodarsi. Marina indossò il camice, stirato e profumato di nuovo. Di lì a poco entrò il suo tutor e si rivolse al collega smontante: “allora come è andata la notte?”
“Mi hanno ucciso. Piuttosto è rientrato Neri Fernando. La cartella è incompleta. Ci sono state una serie di urgenze.”
“Tranquillo ci pensiamo noi” e guardò la nuova arrivata con interesse. Marina sperava di poter fare quella cartella. Finalmente avrebbe potuto dimostrare che tutte quelle ore trascorse sui libri, davvero erano state proficue.
“Tu sei la tirocinante del Gemelli?”
“Sì , buongiorno”.
“Ti va di iniziare a raccogliere l’anamnesi del nuovo arrivato?”.
“Con piacere” rispose entusiasta.
I due medici si scambiarono un’occhiata strana che Marina non seppe interpretare.
Uscirono dalla sala medici e il suo tutor la condusse in infermeria dove c’erano Giovanni e Mauro, due infermieri navigati che si fecero una risatina appena la videro.
“T’hanno mandato a fatte le ossa eh dottoressì?”
“Non capisco” chiese con fare un po’ sognante.
“’Nte proccupà, capirai”.
Nel frattempo si sentì un urlo provenire dal corridoio. Marina compresa nel ruolo si stava precipitando a soccorrere il paziente e chissà, magari avrebbe salvato la sua prima vita.
“Ariecchece! ha strillato come un’aquila tutta la notte. L’avemo pure addobbato ma è peggio de ailander” disse Giovanni.
“Ma nun sai,” ribattè Mauro, “l’altro pomeriggio m’ha pure mozzicato”.
“Manco li cani! e pe’ sta miseria de stipendio.”
“Vabbè va, annamo a fa’ er giro letti.”
Marina rimase impalata. Di certo era capitata con un turno di infermieri un po’ grossolani, ma di sicuro bravi, pensò. Prese la cartella clinica e si avviò con fare deciso nella stanza 5, dal paziente del letto 5.2, Neri Fernando. Grata e sorridente, tolse il cappuccio alla sua nuova penna stilografica e si avviò.
“Buongiorno, io sono Marina Tosti, e…”
“e ‘sti cazzi” rispose un uomo dalla voce cavernosa. Era una specie di gigante dal volto butterato e in pessime condizioni igieniche. Aveva una sirena tatuata sul collo ed emanava un lezzo terribile. La pelle delle braccia era coperta di graffi e croste. I capelli lunghi e unti gli si erano appiccicati sul cranio. Aveva i polsi legati alle sponde del letto. Tentò di girarsi dall’altra parte senza riuscirvi perché era contenuto. A quel punto emise un grido: “me levate sto cazzo de tubbo che devo piscià!”
Marina era a dir poco sbalordita. Lentamente il sorriso svaniva dal suo volto lasciando il posto ad un’ espressione tra lo stupito e il disorientato.
Nella sua carriera di studentessa modello non si era mai imbattuta in una realtà così sgradevole. Il grido del paziente cadde nel vuoto perché non ci fu alcuna risposta. Nel frattempo dal letto 5.3 echeggiò il fragore di un poderoso peto e il 5.1 declamò: “respirate gente, aria purissima delle Dolomiti”. Marina si paralizzò per un istante, e ignorando il signor Fernando Neri che ravanava nel pannolone tentando di strapparsi il catetere, continuò imperterrita con la sua frangia piastrata.
“Che lavoro fa?”
“E che nse vede?” e le fissò con voluttà la collanina di perle che le aveva regalato la mamma per i diciotto anni. Marina istintivamente portò la mano al collo e si chiuse il colletto della camicetta, poi continuò.
“Dunque, lei prende abitualmente farmaci?
“Sì ma solo robba bona” e rise sguaiatamente.
“È allergico a qualcosa?”
e il paziente del letto accanto, lo scureggione, per intenderci, rispose al suo posto “ar saponeee!” e rise fragorosamente.
“E se sente!” rispose l’alpinista del letto 5.1.
“Dunque” riprese Marina cercando di non perdersi d’animo, “i suoi genitori sono viventi?”
“E checcazzo ne so! mi madre faceva a mignotta e chissà ndo sta quer cornuto de mi padre”
“Bene, ha fratelli o sorelle?”
“So’ morti. L’infami”
Marina ebbe il buon senso di non chiedere le cause dei decessi, capendo che era una colorita espressione per indicare che non aveva recenti notizie dei congiunti.
“Lei mangia di tutto?”
“e ch, ‘nse vede?” e si strizzò la pancia con una risata che a Marina fece tornare in mente quella di Gambadilegno.
“E di corpo, come va?”
“Sarebbe la mmerda?”
“Sì” rispose con nonchalance.
“Vado duro.”
“Io invece vado lento” rispose il paziente del letto 5.3.
“E se sente, li mortacci tua” gli fece eco il 5.1.
“Dunque, riprendiamo. Urina regolarmente?”
“Se nun me levano sto cazzo de tubbo, anzi sto tubbo dar cazzo, sfascio tutto.”
“Vedrà che ora provvederanno” cercò di rassicuralo Marina e continuò:
“Beve alcolici?”
“Quanno sto coll’amici”
“Fuma?”
“Un par de…”
“Di sigarette?”
“De pacchetti! Ma che sei scema?”
“Oh sta un po’ buono” disse autorevole il dottor Medici entrando nella stanza e avvicinandosi al letto dl paziente “e vedi di rispondere bene alla dottoressa”.
“A dotto’, e famme leva’ sto tubbo e nnamo.”
“Mauro, levagli il catetere per favore. E tu rispondi bene alla collega.”
“Me pare Maik Bongiorno co tutti sti quizze.”
“Riprendiamo”, disse Marina con la fronte imperlata di sudore e la frangia che iniziava a ribellarsi alla piastra “Ha avuto malattie importanti?”
“Lo scolo.”
“Scusi?”
“Lo scolooo! È stata quella zoccola daa donna de Sandro. Sta troia! Ma me so curato!”
“Certo. Altre malattie?”
“A scabbia.”
“Però. Altro?” chiese deglutendo.
“E che ‘nte basta?”
“Come no!. E mi dica, perché si ricovera?”
“E che cazzo ne so. Se no o sapete voi!”
“Non ha memoria dell’accaduto?”
“Ma che cazzo stai a dì? io ce l’ho a memoria. E’ che so cascato. M’hanno pistato e so’ cascato e c’ho avuto a contrazione cerebrale.”
“La commozione cerebrale.”
“Io ‘n piango mai, che te credi che so ‘n pischello?”
“Bene. Grazie. Arrivederci.”
“Grazie ar cazzo. Mo’ moo levi ‘sto tubbo?”
“Sta arrivando l’infermiere.”
“A me nummelo chiedi come caco?” urlò il paziente del letto 5.3 vedendo che si allontanava.
“E che ‘noo sai fa’? “ le urlò dietro Neri Fernando, “Sei bbona solo a chiaccherà. Anvedi, aho’”
A quel punto, Marina, punta sull’orgoglio, decise di concludere l’opera con il signor (si fa per dire signore) Neri Fernando, letto 5.2. Aveva studiato la teoria, no? la pratica sarebbe stata la diretta conseguenza. Ti pare che non so toglier un catetere? Che ci vorrà mai? Basta sfilare il tubicino dall’uretra e… voilà les jeux sont faites! Sono quasi un medico, mica una scolaretta, pensò risentita. Si infilò un paio di guanti e guardò il paziente con aria di sfida.
“Bene, sfiliamo questo catetere” disse slacciando gli adesivi del pannolone.
Lo spettacolo che vide le suscitò un conato di vomito: un pene moscio, grinzoso, e pure piccolo le si parò davanti. Che schifo, pensò, e dovette cambiare espressione dl volto perché il paziente disse con sicumera
“Mo lo vedi così ‘sto poro uccellaccio mio, ma se lo smucini ‘npo’ ce sta aa sorpresa, come l’ovetto kindere” e di nuovo rise sguaiatamente
“Te la do io la sorpresa. Questo manco con l’argano si alza”, pensò. Forza, adesso sfilo il tubo e questo incubo finisce. Solo che devo riuscire ad acchiappare questo misero pisello. E cercava con mano poco esperta di afferrare il pene flaccido dell’orco, ma le sgusciava continuamente dalla mano.
“Se continui a smucinà me se rizza. E se m’ ingrifo poi dovemo trovà er sistema de fallo lavora’”
“La ringrazio della proposta che tuttavia tenderei a declinare.”
“E che vor dì? Ce stai o nun ce stai?”
“Magari un’altra volta” e provò a sfilare il tubo con un colpo deciso, Si dimenticò tuttavia sgonfiare il palloncino provocando una fitta dolorosa al mostro.
“Mortacci tua, ma che stai a fa’. Mica se leva così. Me stai a sbraca’ tutto. Te cito pe danni.” E poi non potendo fare a meno di fare lo sborone aggiunse ridendo, “é un crimine contro l’umanità”
Urlò così forte che entrarono gli infermieri e trovarono Marina con lo sguardo perso e le mani sul pene dritto del paziente.
“Dottoressi’ lascia fa’ a noi, non te proccupà,”
“Sì grazie, per oggi direi che basta così”
Marina uscì disfatta. La frangetta era ormai crespa. Si sentiva stanchissima, svuotata.
“Allora, che te ne pare? Che pensi che abbia avuto questo malato?” le chiese il suo tutor un po’ divertito.
“Semplice, una contrazione cerebrale.”
Il dottor Medici non capì.
“Del resto è stato pistato, no!, e poi la donna di Sandro, la troia, correggo, gli ha attaccato una malattia venerea, ma per fortuna si è curato, e anche dalla scabbia è guarito. Tuttavia gli è rimasto un pene disgustoso, anzi un cazzo schifoso, che per quanto mi riguarda andrebbe tagliato e dato ai gatti. Domani tuttavia, credo che andrò a fare tirocinio in sala autoptica, dove sono certa che l’interazione con i pazienti mi sarà più congeniale. Grazie. E buona giornata.”
“Mejo prima che dopo” esclamò Giovanni con l’aria di chi la sa lunga
“Come co’ e donne” ribattè Mauro e andarono a finire il giro letti.

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