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Carver ti odio

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Roma – Stazione Termini. “Vuoi star zitta per favore?” Lo penso mentre ti guardo negli occhi. Dovrei invece urlartelo in faccia. Senza paura. Ora, in questo momento preciso, seduti al tavolo della stazione, in attesa del regionale per Torino.

Roma – Stazione Termini.
“Vuoi star zitta per favore?” Lo penso mentre ti guardo negli occhi. Dovrei invece urlartelo in faccia. Senza paura. Ora, in questo momento preciso, seduti al tavolo della stazione, in attesa del regionale per Torino. Tu mi vomiti addosso i motivi per cui mi stai lasciando e io continuo a fumare nervosamente, alternando lo sguardo sui passanti e su quel tuo particolare modo di accavallare le gambe. Pendolari, famiglie, bambini che scappano dalle mani dei genitori. Le stazioni mi hanno sempre messo ansia. Tutti troppo frenetici, e schiavi del tempo. Io ho sempre preferito lo spazio. Il muovermi incosciente in un perimetro sicuro. Sono bravo a galleggiare e, so orientarmi con le stelle. “Hey ma mi stai ascoltando? “Annuisco verso Clara fingendo serio interesse. “Il nostro amore Giulio, deve essere solido come una Cattedrale.” Mi prendi la mano per dirmelo. “Da quanto non è così? Mi sussurri. Preferisco guardarti e non rispondere. Chissà poi perché, scegli di usare proprio quella metafora? Solido come una Cattedrale… Non è meglio solido come una quercia, come una cazzo di roccia a picco sul mare? Invece no! Tu e le tue metafore. Troppo piene delle parole usate dai quei poeti maledetti che tanto ami. Mentre qui di maledetto ci sono soltanto io. Ho spesso cercato di farti capire che odio quel tuo modo aulico di fare esempi. Alzando gli occhi al cielo, sbuffando. Se era una metafora già ripetuta altre volte, ti facevo il verso e finivo la frase insieme a te. Tu sorridevi mentre io proprio non ti sopportavo. Poi mi sono stancato anche di quello. Ora al tavolo della stazione, sei l’unica a voler lottare. “Vedi Clara” provo a dirti, giusto così per partecipare a quello che da un’ora è diventato un tuo monologo. “No Giulio aspetta, Fammi finire” mi interrompi anche questa volta togliendomi quel briciolo di voglia di restare a galla insieme a te. “Prima mi parlavi sempre d ‘amore ed ora…” Clara lascia frase a metà, scossa dalla voce all’altoparlante della stazione: “SI AVVISANO I SIGNORI VIAGGIATORI CHE IL REGIONALE 250538 IN PARTENZA PER TORINO SUBIRA’ UN RITARDO DI 40 MINUTI. CI SCUSIAMO PER IL DISAGIO”. “È il mio treno dannazione!” impreca Clara prendendo una sigaretta dal pacchetto semi vuoto sul tavolino. Faccio finta di niente preparandomi a quelli che saranno i 40 minuti più lunghi della mia vita. Riesco a percepire solo qualche parola della sua nuova invettiva: “Stronzo, noia, divano, calcetto, pausa di riflessione, distanza”. Il mio sguardo intanto si posa dentro alla sua borsa aperta, proprio vicino ai piedi del tavolo. Un libro a fare capolino. Riesco a leggere solo il nome dell’autore. Raymond Carver. Del titolo, nascosto da una sciarpa rossa di cotone, non mi interessa. Io Carver l’ho sempre odiato.

*

Torino le avrebbe fatto bene. L’accompagno fino al binario. Non sembra nemmeno un addio. È un arrivederci. “Pensa a quello che ti ho detto. Vedrai stare per un po’ lontani ci farà bene” mi dice Clara sorridendo. “Ma si farà bene ad entrambi” le rispondo. Mentre il treno si allontana capisco che non la rivedrò più. Non so come, ma in tutto quel tempo passato con lei alla stazione, c’erano molte cose non dette. Naturalmente per colpa mia. Clara mi ama ancora. Sono io quello tra i due che non è in grado di stare da solo. Ora sarebbe stato diverso. Nel tram che mi riporta a casa, mi impegno a passare in rassegna tutte le cose che non sopporto in lei. Immagino di riempire una pagina di block-notes gialla, come quelle dei film, quando gli attori vanno nelle biblioteche per fare delle ricerche. Piena di sé è in cima alla mia lista. Radical chic, Yoga, vegana, amante delle metafore. Scrittore preferito: Carver. Su Carver traccio una riga immaginaria ancor più profonda. È come se potessi vedere realmente quella polverina che lasciano le matite quando pigi con forza sul foglio. No Carver proprio non mi va giù. È uno degli autori che più mi angosciano. Questo mio disagio l’ho manifestato più volte a Clara. “Chiunque voglia scrivere non può non leggere Carver” mi ripeteva sempre. La sua è pura adorazione. Alla fine, per una tacita tregua avevamo deciso di non parlarne più. Ma quando ho visto quel libro… Quando ho visto Lui che mi spiava da dentro la sua borsa… Così vile, nascosto dietro alla sua sciarpa rossa. Beh, Lì ho capito che non è la donna per me. Interpreto così quel libro come un segno divino. Come la luce nella valigetta di Pulp Fiction. Carver questa volta paradossalmente mi ha fatto prendere coscienza di quanto siamo distanti Clara ed io. . Rido mentre cerco le chiavi di casa. Una volta dentro non mi spoglio nemmeno. Vado direttamente a sdraiarmi sul letto tanto quella giornata alla stazione mi ha consumato. Qualche lungo respiro. Un piccolo panico da senso di perdita. Voltandomi poi verso quello che era stato il comodino di Clara, noto immancabile il solito libro di Carver: Mi allungo a fatica per prenderlo e leggere il titolo: Limonata ed altri racconti. Chiudo per un attimo gli occhi. Mi è venuta sete.

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