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Sulla genesi delle notizie in paese

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Quella mattina, lo sferruzzare allegro dei ferri da lavoro riempiva la piazzetta della Madonnella. Fausta e Gustarella, le più anziane del gruppo, sedevano in tutta la loro veneranda stazza sulla panca con la spalliera, quella buona, che non faceva tanto male alla schiena;

Quella mattina, lo sferruzzare allegro dei ferri da lavoro riempiva la piazzetta della Madonnella. Fausta e Gustarella, le più anziane del gruppo, sedevano in tutta la loro veneranda stazza sulla panca con la spalliera, quella buona, che non faceva tanto male alla schiena; Antonietta e Peppina, invece, scontavano il peso di aver solo ottant’anni a testa standosene relegate su due precarie sedie di vimini.
In realtà quella si chiamava piazza Donizetti, ma tutti a Pischiuso la chiamavano “piazzetta della Madonnella” in onore della nicchia con la statuetta della Madonna scavata nel muro, proprio vicino alla finestra della camera da letto della vecchia Gustarella. Era infatti abitudine radicata, all’interno del paese, rinominare i luoghi in onore di un particolare abitante o di un particolare evento. Ecco quindi che via Roma diventava “La passeggiata del cornuto” per via del passeggiare nervoso del fornaio, che controllava il rientro a casa della moglie fedifraga; vicolo Marconi diventava “la testa mozzata”, per via di una storica rissa tra gli ubriachi del paese che, come si evince dal nome, terminò male; il campo sportivo, in cui i ragazzi si imboscavano la sera, diventava “l’albergo a ore”.
Un altro nome della piazza della Madonnella era “ju centru de controllo”, questo in onore della vecchietta che, per l’appunto, condivideva un muro di casa sua con la nicchia della Madonna.
Se una ragazza di Pischiuso si fidanzava con un forestiero, nel giro di due ore il paese ne conosceva nome, data di nascita, situazione economica e malattie familiari.
“Ma que ne sapete, voi? Stemmo inzemmora da neanche due ore!” poteva chiedere l’ingenua fanciulla. La risposta era invariabilmente: “Beata a te! V’hanno visti daju centru de controllo.”
Se il fruttivendolo, approfittando della momentanea assenza della moglie, chiudeva prima per andare a farsi un goccetto al bar col compare Ernesto, poteva star sicuro che la moglie lo avrebbe aspettato a braccia conserte davanti al negozio. “Deficie’, almeno fa’ un’atra strada la prossima vota! Sei passato proprio sotto ju naso deju centru de controllo!” e così discorrendo con esempi infiniti.
Certo, a volte il centro di controllo prendeva anche delle sonore cantonate: come quella volta in cui girò la voce che una delle donne di piacere del paese vicino era affetta da una malattia terribile e contagiosa, e tutti gli uomini di Pischiuso – anche i più insospettabili – erano corsi ai ripari precipitandosi dai medici di tutto il circondario. La prostituta stava benissimo, ma scattarono parecchi divorzi.
Che queste cantonate fossero state prese per sbadataggine, mancanza di informazioni o puro gusto del pettegolezzo, non fu mai chiarito; ma di certo, il centro di controllo esercitava un ruolo giornalistico, scandalistico e influentistico all’interno del paese.
“Peppì, c’adda fa’ co vella coperta tu, eh? Se contini cushì, iu nipotinu teo lo fai dormì nuatto” disse Gustarella guardando il lavoro a maglia di Giuseppina, che procedeva a rilento. “Lucia, diji un po’ a tu’ nonna de sbrigasse! Tra un pochittu sgravi e nun c’hai mancu na copertina!”
Lucia, ottavo mese di gravidanza e marito a Torino per lavoro, iniziava a rimpiangere le lavate di capo che era solita ricevere dal suo responsabile. “Gustare’, tranquilla” rispose affacciandosi dalla porta di casa. “Abbiamo già tutto il corredo pronto. È nonna che si è impuntata a volergli fare le cose fatte a mano, ma non servono.”
“Bell’ignorante che sii, eh!” commentò Peppina staccando la testa occhialuta dal lavoro a maglia. “Io me so’ ciecata, e tu mancu me dici grazie. Mo’ lo sai che facciu, eh? Sta robbitta je la do tutta a Giuliana! Che vella c’avrà un pupetto da cresce da sola.”
“Giuliana? Ma chi, la figlia della fioraia?” chiese Lucia, rimanendo sull’uscio.
“Eh!” commentò Antonietta. “Bona pure vella!”
Lucia guardava le vecchiette dall’alto dell’uscio rialzato. “Ma è incinta? Non lo sapevo!”
“E tu caschi sempre dall’alberi. Peppì, tu’ nipote dormea da pupa e dorme pure mo’” disse Gustarella.
“La semmo vista che se vommetea pure l’annima dietro alla fermata diju busse” disse Fausta, chinandosi verso Lucia con fare confidenziale.
“Ma si sa chi è il padre?” chiese questa.
“Io nun lu sacciu” rispose mesta Fausta, portandosi l’uncinetto più vicino al viso. “La so’ vista ieri l’altro che andava su, verso Santa Maria, ma de certo nun sacciu ditte se se stea a vede co varcuno.”
“Su per Santa Maria ce abbita Benedittu” disse Gustarella, con tono di chi sa. Diede uno strattone al filo del gomitolo.
“Eh, bono pure vello!” commentò Antonietta.
“Tutte ste sconcerrie non se faceveno all’epoca mea. Menu male che ju maritu meo ‘è mmorto prima de’ vede’ come s’è ridotto stu paese!” Gustarella si fece il segno della croce. “Pace all’anima sea!”
“Ma voi che ne sapete?” Lucia si appoggiò allo stipite della porta. “Magari si andava solo a fare una passeggiata!”
“A Santa Maria? E que ce voi annà a fa a Santa Maria?” Fausta scosse la testa, mentre cambiava ferro di lavoro. “No, no. C’averria avuto varche appuntamento. E poi su a Santa Maria ce sta solo la chiesa e vella, Giuliana, se sa che è miscredente.”
Un brivido di ribrezzo percorse il vecchio gruppo.
Lucia si drizzò di colpo. “Ah, ma a proposito della chiesa, nonna non ti ho raccontato questa!”
“Que è successo? Que non me si dittu?” chiese Peppina.
Le vecchiette guardarono la ragazza da sopra gli occhiali.
“Ieri ero andata alla messa di mezzogiorno. Mi ero portata il giacchetto perché dentro quella chiesa fa sempre freddo, pure d’estate…”
“Ah, quant’è vero!” esclamò Fausta. “A me messe fracicanu proprio le ossa.”
“Solo che poi, uscendo, me lo sono tolto e mi deve essere caduto. Lì per lì col caldo che faceva non ci ho fatto caso, ma poi a metà strada mi sono accorta di non averlo più addosso.”
“E si ritornata indietro?” chiese Antonietta.
“Esatto! Solo che era quasi l’una, e quella salita, un caldo allucinate… vabbè, sono arrivata davanti alla sagrestia e mi sono proprio accasciata per terra.”
“Oh, Deu meo! Povera nipute mea!” esclamò Peppina. “Me parevi bianchiccia ieri, infatti.”
“Allora Carmelo mi ha fatta sedere in sagrestia.”
“Quant’è bravo viju bardasciu!” commentò Antonietta. “Giovane e per bene. Menu male che c’hanno mandato lui come sagrestanu invece de vell’atro drogato.”
“Sì, insomma, mi ha fatta sedere e mi ha dato un bicchiere d’acqua per riprendermi. E mentre stavo seduta lì, sento don Felice che comincia ad urlare! Era fuori di sé!”
“Me sa che avea biitu” disse Gustarella scuotendo la testa.
“No, no, non mi sembrava avesse bevuto. E sapete che cosa diceva?” Le vecchiette scossero la testa all’unisono. Lucia si sporse in avanti, per quel poco che le permetteva il pancione. “Urlava che erano spariti i soldi delle offerte!”
Calò un silenzio incredulo, per un istante le donnine smisero persino di sferruzzare. Poi iniziarono a parlare tutte insieme.
“Che sconcerria!” esclamava Gustarella facendosi ripetutamente il segno della croce. “All’epoca mea vesse cose nun succedeano! Meno male che ju povero maritu meo è morto prima de vede’ vesse cose!”
“Ma vello è don Felice, sicuru” diceva Fausta. “nu vecchiu ubriacone, ecco que è! Quante volte lo semo vistu che andava aju barr e poi nun se tennea mancu sulle cianche!”
“Sì sì, l’ho visto pure io un paio di volte” confermava Lucia “non riusciva manco a star dritto!”
“Sicuru s’è pijatu isso i soldi, pe biji” diceva Peppina. “E mo stea a fa la scena per fa’ crede de non esse statu issu!”
“Quindi dite che è stato lui?” chiese Lucia incuriosita. “Però sembrava davvero disperato.”
“Tutta scena, tutta scena.” Antonietta agitava il ferro da lavoro per aria. “Bono pure isso, se sarrà finitu pure ju vino dell’euacarestia!”
Intanto, Gustarella si era ritirata in un silenzio meditabondo. Guardava il lavoro a maglia senza sferruzzare. Poi, d’improvviso, alzò il capo ed esclamò teatralmente: “E io che proprio dimmà doveo iji a pijà la messa pe ju marito meo.”
Ci fu un silenzio perplesso.
“La messa per tuo marito, Gustare’?” chiese Lucia. “Che, è morto in questo mese?”
“Ju mese de Maggio, ju mese della Madonna, dieci anni fa.”
“Ma sono anni che non vai a messa proprio perché Santa Maria ti sta lontana e c’è quella salita bruttissima” continuò Lucia, guardando Gustarella perplessa. “Com’è che tutt’a un tratto hai deciso di far dire una messa per tuo marito?”
La vecchietta si strinse nelle spalle con aria innocente. “Eh fija mia, que te devo dì? Ce steo a pensà proprio l’ato giorno, Che brutta moje che sei, Gusta, che so’ tre anni che nun fai dì na messa aju marito teo.” Gustarella scuoteva la testa, apparentemente mortificata. “E cushì m’ero decisa. Certo, ora que me dici de veste cose, me fa proprio schifu de annà là, dove ce stea tutta sta ggente maligna. Però” continuò “che facciu, nun je la facciu dì na messa a viju poracciu che sta sottoterra?”
“No, e per forza!” esclamò Peppina, che aveva capito al volo le intenzioni della compare. “Tocca que ce vai comunque.”
“Gustare’, se ti posso essere utile ci vado io” si propose Lucia a malincuore. “Non sia mai che alla tua età ti faccia male… non vai a messa da tre anni proprio perché non ce la fai…”
Le vecchiette si guardarono, decidendo il da farsi in un concilio muto.
Poi Gustarella riprese il comando. “Fijetta mia, io te ringrazio, ma mejo que ce vado io. Già me sento in colpa, e tu sei così prena che pare che stai a sgravà qua da un momento all’atro…”
“Ma sì, piano piano, lenta lenta ce se la po’ fa, Gusta!” esclamò Peppina con fervore.
Le vecchiette annuirono, gli occhietti curiosi che brillavano da dietro le lenti. Si scambiarono un cenno d’intesa.
Gustarella annuì, compiaciuta. “Vorrà dire che me toccherria fa’ sto sforzo e jicce de persona.”

La salita di Santa Maria metteva in difficoltà tutti i cittadini che arrivavano a Pischiuso col desiderio di visitare il borgo. Era arroccata nel punto più alto e più difendibile del paese vecchio, dove le case erano pian piano state abbandonate per cedere alla più comoda pianura, poco più a valle. Non era insolito notare giovani in mocassini e jeans griffati, armati di reflex semi professionale, arrancare vergognosamente sulla strada sterrata. Ma nulla poteva fermare una vecchietta del centro di controllo, qualora avesse deciso di seguire una pista.
Di solito erano le notizie a giungere fino a loro. Le vecchiette se ne stavano serene, immerse nel loro lavoro, e le novità semplicemente giungevano ai loro occhi occhialuti e alle loro orecchie vibranti. Ma in alcuni casi poteva capitare che fosse il centro di controllo a dover andare verso le notizie. E non si dica che le vecchiette si siano mai tirate indietro.
Gustarella trascinava la sua corpulenta stazza un passetto dopo l’altro. Non aveva eccessiva fretta, le bastava arrivare prima di morire, e confidava che questo non sarebbe accaduto a breve. Seguiva l’andamento della strada tenendosi attaccata al ciglio dello sterrato, dove gli alberi facevano più ombra e la terra sembrava meno secca. Dall’altra parte della strada, si alternavano case vecchie e disabitate con quelle rimesse a nuovo dai pochi che avevano deciso di rimanere a vivere da quella parte di paese.
Proprio davanti a una di queste case Gustarella decise di fermarsi per riprendere fiato. Il fatto che quella fosse la casa di Benedetto, principale sospettato della condizione di Giuliana, era assolutamente casuale. Gustarella respirava, affaticata, e intanto allungava il collo per cercare di sbirciare da una delle finestre che davano sulla strada. Cosa che smise subito di fare quando sentì scattare il chiavistello della porta.
Benedetto uscì di casa, la canotta e i jeans schiariti dai numerosi lavaggi. Guardò la vecchietta, sopreso, e lei gli fece un cenno di saluto con la testa.
“Gusta! Quindi riesci ancora a camminare? Io me credevo che eri incollata alla panca della piazzetta.”
“Porta rispettu!”
Il ragazzo rise. “E com’è che hai deciso di farti una passeggiatina?”
“Sto jii alla chiesa” rispose quella con fare innocente.
Il ragazzo diede uno sguardo all’orologio. “Ma sono le undici e un quarto. Che c’è la messa, a quest’ora?”
“No, nu sto a jii per sentì la messa. Tengo da pija appuntamento pe falla dì aju povero maritu meo.”
“Il povero marito tuo è morto da cent’anni, mo te lo sei ricordato?” Il ragazzo giocherellò con le chiavi di casa. “Dì un po’, vai a ficcà il naso, vè?”
Gustarella si erse in tutta la sua stazza. “Sto screanzatu! Ma come ti si permessu? Vai vai, ‘mparate prima a purtà rispettu!”
“Se se, baccaja quanto ti pare” rispose Benedetto avviandosi. “Tanto se sa che tutte le bujie der paese vengono da voi.”
Gustarella rimase a guardare la figura snella del ragazzo farsi sempre più piccola. Beh, è nu beju bbardasciu si disse poi. Però è proprio nu screanzatu. Porella Giuliana, che brutto padre che s’è pijatu pe quel fijetto!
Poi, d’un tratto, lo vide deviare rispetto alla discesa principale e entrare dentro il bosco. Eh, ce sta la via versu ju castegneto, pensò la vecchietta, ma dalla piazzetta della Madonnella nun se vede. Que antipatia, a non ave’ più le cianche bone!
La sagoma della chiesa pian piano si avvicinava. Gustarella continuava ad andare avanti, sorprendendosi della facilità con cui avanzava nonostante l’età, gli acciacchi e il grasso accumulato. Si portò senza fretta fino all’imbocco della sagrestia e si appoggiò allo stipite del portone. Prese aria e iniziò a gridare.
“Deu meu, deu meu! Accomme sto malamente!”
Sentì all’interno un tramestio. Tese l’orecchio.
“Oh deu! All’età mea fa un’appettatora come vesta!” continuò, mentre cercava di sbirciare dal buco del chiavistello. Sentì un cassetto che si apriva e si chiudeva. Quindi qualcuno si avvicinò alla porta e l’aprì di scatto.
“Augusta!” esclamò il sagrestano.
“Carmelo meu, accome sto malamente!” Gustarella gli si buttò tra le braccia. Il poveruomo barcollò.
“Ma come ti è venuto in mente di venire fin qui?” chiese Carmelo con voce strozzata, cercando di calibrare il peso della vecchietta. “Vieni su, piano piano.”
Il duo entrò barcollando all’interno della sagrestia. Era un posto stretto e buio, con due entrate, una che dava verso l’interno della chiesa e l’altra verso gli appartamenti privati del sagrestano e di don Felice. Il sagrestano la fece sedere sulla sedia accanto al tavolo ingombro di carte.
“Aspetta, ti porto un po’ d’acqua.”
Carmelo scomparve, uscendo dalla porta che dava verso gli appartamenti. La donna si fermò a riprendere fiato sulla sedia finché non sentì i passi del sagrestano allontanarsi, quindi si guardò intorno. Aveva sentito un cassetto aprirsi e chiudersi, prima che Carmelo la facesse entrare. Non si poteva trattare dei cassetti della scrivania, troppo vicini alla porta perché il rumore giungesse così ovattato. La vecchietta si voltò verso il grande armadio in legno in cui venivano riposti gli abiti dei chierichetti. Sotto le quattro ante si trovavano due cassetti, da cui Gustarella aveva visto, molto tempo prima, don Felice estrarre una Bibbia e una quantità infinita di rosari. Si gettò quasi a peso morto sull’armadio e aprì a fatica il primo cassetto.
Era effettivamente pieno di rosari, quattro Bibbie di edizioni diverse e alcuni Vangeli. Smosse un po’ gli oggetti per arrivare fino al fondo del mobile, ma non trovò nulla. Aprì l’altro cassetto e subito avvertì un tintinnio: all’interno c’erano i vari copri altare che si alternavano durante il periodo pasquale e natalizio. Li alzò e, proprio sotto l’ultimo lembo di stoffa, vide le estremità accartocciate di banconote di piccolo taglio. Scosse un pochino il cassetto, e di nuovo sentì quel tintinnare leggero di monete attutito dalla stoffa.
I passi si avvicinarono di nuovo. Lei si affrettò a richiudere il cassetto e a prendere qualcosa da quello vicino, ancora aperto.
“Gustare’, eccoti l’acqua” disse Carmelo entrando nella stanza. Poi si bloccò. “Che cosa fai lì?” esclamò avvicinandosi d’impeto.
“Ju rosario della mamma mea!” esclamò Gustarella con sguardo estasiato, guardando un rosario in plastica fosforescente che aveva preso a caso dal cassetto. “L’avea regalatu alla parrocchia, e mo’ m’era preso proprio il desiderio de rivedello na vota sola.”
Carmelo guardò il cassetto che la donna aveva richiuso e quello che invece aveva ancora aperto. “Non puoi frugare tra le cose della parrocchia!”
“Ma so’ solo ‘na pora vecchia que vole revedè ju rosario della madre.” Gustarella si rialzò, mostrando più fatica di quanto non ne provasse in realtà . “Que, me lo voi negà?”
Il sagrestano continuava a guardare il cassetto chiuso, davanti alla donna. Aveva in mano il bicchiere d’acqua e sembrava incerto sul da farsi. “Tieni, bevi un poco” disse infine, ritrovando la calma.
La vecchietta si avvicinò al tavolo della sagrestia e si lasciò cadere sulla sedia da cui si era alzata pochi minuti prima. “Que emozione, fiju meo! So’ tutta scombussolata!”
“Immagino, immagino” mormorò il sagrestano. “Allora, per cosa sei venuta fin qua?”
“Ah, tengo da segnamme per dì la messa aju poveru marito meo, che Dio ce l’abbia in gloria” rispose Gustarella. “Tra pochi giorni so’ diec’anni che s’è morto.”
“Ah, non lo sapevo.” Carmelo la guardò, perplesso. “Mi sa che è la prima volta che gli fai dire una messa da quando sono qui. E son tre anni.”
“E nun sai! I sensi de colpa me sse steano a lacerà.” Gustarella annuì con foga. “Per vesto me so decisa, per nun fa torto aju maritu meo. E so venuta de persona personalmente pè segnà ju poro Alberto.”
Carmelo strinse le labbra. “Se lo dici tu. Allora, per che giorno la vuoi prendere, sta messa? Giovedì quattro ti va bene?”
“Va bene sì” rispose lei. “Alla fine, nu ggiorno o un atro cambia poco.”
“Allora ti segno. Sai” disse poi il sagrestano, guardando il rosario in plastica che Gustarella teneva ancora saldamente nella mano. “Io non credo sia quello il rosario di tua madre… mi pare un po’ troppo moderno…”
“Me stai a dà della rincujonita, tu? Que te credi, que non riconosco ju rosario della mamma mea?”
“No, no, per carità. Allora se proprio ci tieni, puoi anche portartelo via, guarda.” Carmelo prese un appunto sulla grossa agenda aperta sul tavolo. “Ecco fatto, segnato il buon Alberto.” Gustarella si alzò, sotto lo sguardo perplesso del sagrestano. “Non vuoi riposarti un altro po’?”
“No, fiju meo, me ne vojo tornà alla casa. S’è fattu tardi e oggi non ho lavoratu manco un pochetto a maja.” La vecchietta sospirò. “Sai, a na certa età cess’accontenta delle piccole cose che se ponno fa.”
“Capisco, capisco.” Carmelo le si accostò per aprirle la porta della sagrestia. “Allora, ci vediamo giovedì.”
Gustarella si voltò. “Giovedì?”
“Sì, giovedì quattro. Per la messa di tuo marito Alberto, no?”
“E chessì pazzu? Io non ce revengo ecco, co tutta vell’appettatora!”
“Ma… ma…” Carmelo si grattò la testa. “Hai detto che ti sentivi in colpa… che erano tanti anni…”
“Eh, tanti anni che nu je facevo dì a messa! Ma que, mo me vorresti dì que vale solo se ce vengo pure io? Na messa è na messa!” Gustarella alzò gli occhi al cielo, con fare minaccioso. “Ju maritu meo è meju que se la fa annà be’ cushì.”
Carmelo alzò le mani in segno di resa. “Sono sicuro che non se ne lamenterà” disse.

“Deu meo, che disgraito!” commentò Peppina scuotendo la testa.
Gusta era pomposamente seduta sulla sua panca della piazzetta della Madonnella. Le vecchiette l’avevano aspettata, Peppina affacciandosi ogni tanto alla porta di casa, Antonietta mandando il nipotino a controllare l’imbocco della salita di Santa Maria, e Fausta costringendo il marito a un pranzo freddo, pur di tornare velocemente in piazzetta. Così il gruppetto del centro di controllo – con l’aggiunta di Lucia, che ormai si era incuriosita – aveva accolto la spia di ritorno con concitazione. Gustarella, dopo averle lasciate a cuocere nel loro brodo per qualche minuto, aveva poi finito per spiattellare tutto alla stessa velocità con cui scompaiono le more quando ci vorresti fare la marmellata, ma lasci il cesto pieno in cucina.
Le vecchiette si erano lanciate in accorate esclamazioni di biasimo. Solo Lucia sembrava ancora perplessa. “Beh, però non è che tu l’abbia propriamente visto” disse. “Hai solo sentito il cassetto che si chiudeva. Magari non ci stava mettendo dei soldi, magari c’erano già. Non sai manco se erano proprio i soldi delle offerte!”
Le vecchiette si guardarono per un istante e per una frazione di secondo sembrarono davvero in dubbio.
“Ma sicuru è statu issu! Nun c’è atra spiegazione” tagliò corto Gustarella.
“Ma perché avrebbe dovuto rubare dei soldi?”
“Eh, l’avidità dell’omo” fece vagamente Fausta.
“Ma dicevate don Felice..”
“Vello? Ma vello è nu bravo parroco!” fece Peppina. “Certo, bee un po’, ma puru ju maritu de Antonietta biiva, no?”
Antonietta confermò: “Infatti, nun vo dì niente.”
Ma Gustarella scosse la testa con solennità. “Io la prova cell’ho. Carmelo s’è provato a corrompeme.”
“No! E que t’ha dato?” chiese Peppina sporgendosi verso di lei.
Con studiata calma, Gustarella fece scivolare dalla tasca del grembiule il rosario in plastica che aveva preso dalla sagrestia. Lo tenne in alto, così che tutte potessero vederlo. Le vecchiette lo studiarono per qualche istante.
“Beh” si azzardò Fausta “se potea pure impegnà un po’ de più…”
“Vesto” disse Gustarella con tono ispirato “è ju rosario benedettu da Padre Pio! Que m’è stato regalatu pe’ non famme usà sta ‘occa. Ma la verità verrà fora comunque!”
Le vecchiette si lanciarono occhiate perplesse.
“Sarrà… piuttosto, nun ve so raccontata vesta” si intromise Antonietta. “Prima, mentre aspettavo que stavi a tornà tu dalla chiesa, ho mandatu ju niputeno meo a controllà l’appettatora per Santa Maria.”
“Ma io nun lo so vistu” rispose Gustarella, stupita, mollando il rosario.
“Perché vello è un ragazzetto scaltro! S’è messo dall’atra parte, versu ju bosco. Cushì poteva vedè tutti senza esse visto.”
Gustarella non nascose l’entusiasmo. “Brava, ‘Nietta! Cushì se crescono i nipoti! Pensa, ce steo proprio a repensà, que da qua nun se vedono bè tutti velli che passano da là…”
“Eh que, nun lo saccio io? E indovinate que ha visto?”
“Que ha visto?” chiesero in coro.
“Ha visto Giuliana su pe ju sentiero, vello che passa dentro aju castagneto. Lei non l’ha vistu, perché vello s’era nascosto.”
“Stava annà da Benedittu, sicuro!” commentò Peppina. “Se sa de chi è quel fijetto que c’ha in grembo.”
“Eh, nun l’ha potuta seguì, ma sicuro que annava da lui…”
Ma Gustarella non sembrava convinta. Rimase in silenzio per qualche istante.
“Senti un po’, ma que ore erano quanno l’ha vista salì?”
“Boh, mezzogiorno meno un quarto” rispose Antonietta. “Era arrivato da poco.”
“E allora nun poteva annà da Benedittu, perché lo so incontrato io mezz’ora prima e stea a scì de casa… e se repassava dall’appettatora o daju sentiero, ju nipote teo l’averria vistu” commentò Gustarella.
Poi capì. Gli occhi si illuminarono dietro gli occhiali a doppio fondo.
“Lo so! So qui è que ha messo incinta Giuliana!”
Le vecchiette trattennero il respiro.
“E… so pure perché Carmelo stea a ruba i soldi delle offerte.”
Le menti delle vecchiette iniziarono a sferruzzare. Quindi arrivarono tutte alla stessa soluzione.
“Bono pure vello! Era popo meju l’atro drogato!” esclamò Antonietta.
“Beh, Carmelo è nu poraccio… nun c’ha na lira…” disse piano Peppina. “De certo nun c’ha i soldi pe’ mantenè na creatura.”
Lucia scoppiò a ridere. “No, scusate eh… però qua sono davvero illazioni! A parte che un ragazzino mica lo cresci rubando i soldi delle offerte, ma poi non avete mai visto Giuliana e Carmelo insieme, non siete neanche sicure che Giuliana non sia andata da Benedetto… magari il nipote di Antonietta non l’ha visto rientrare…”
“Ju nipote meo vede tutto” ringhiò Antonietta.
“O magari era ritornato a casa in quella mezz’ora tra quando l’ha incontrato Gustarella e quando tuo nipote si è messo di guardia” continuò Lucia in tono conciliante. “Voglio dire, ci sono duecento possibilità! Può essere successo di tutto.”
Ma poi si guardò intorno. Le vecchiette, semplicemente, non l’ascoltavano. Il centro di controllo aveva appena terminato di confezionare una notizia, in parte vera e in parte falsa, con percentuali di verità e falsità variabili secondo il caso. Le donnine stavano chine sul loro lavoro, continuando a cianciare sommessamente, con le mani nodose che tessevano coperte e le teste che tessevano storie.
Lucia scosse il capo, rassegnata. Sapeva che il giorno dopo Pischiuso avrebbe avuto qualcosa di cui parlare.

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