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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono cresciute delle piccole squame dorate sulla mia pelle. Sulla testa non ci sono più capelli, ma piccole creste del colore del rame. Ora sono un pesce e mi nutro di plancton, la lingua non mi serve e non mi serve sentire gli odori.

Sono cresciute delle piccole squame dorate sulla mia pelle. Sulla testa non ci sono più capelli, ma piccole creste del colore del rame.
Ora sono un pesce e mi nutro di plancton, la lingua non mi serve e non mi serve sentire gli odori. Monamì non ci crede e continua a trastullarsi con le mie corde vocali per impedirmi di gridare. Chiude le mie fosse nasali per non farmi respirare, ma io ho piccole branchie dietro le orecchie e posso resistere. Ho fame, il sangue s’è fatto freddo. Monamì di notte viene a prendermi, ma io sono un piccolo pesce siluro e scivolo dalla sua presa, l’angolo di rifrazione aria vetro acqua mi segnala la via di fuga. Sono al sicuro, qui gli urti e le grida arrivano sotto forma di onde e questo è tutto ciò che posso sopportare. A volte da un presepe di ghiaccio prende vita uno strano corteo di pesci e pescesse bianche. Io non mi fido, faccio una capriola e mi inabisso tra foreste di coralli e anemoni di mare. Ho fame ma posso resistere. Monamì non mi dà tregua, s’è preso un altro pezzetto di me e non gli basta. Vuole tutta la mia bocca. La mia lingua si dimena, la coda di un pesce che agonizza, minuscole biglie di vetro colorate, lacrime di alabastro rimbalzano sull’acqua. Di chi sono? Sono a secco di morfina, torno in superficie faccio il pieno. Monamì è furioso, rivuole il mio dolore. Dal cielo cadono stelle cattive, si alza una polvere dura che scortica l’aria. Mi inabisso di nuovo, Monamì lancia una rete, sorride. Ho paura. Mi inoltro nell’abisso a toccare il fondo. Gelo, buio, il nulla denso e sguaiato della malattia. Qui non può raggiungermi, ma intanto perdo energia. Materia che si trasforma per sopravvivere. Ora sono un piccolo mollusco, due valve cangianti pronte a chiudersi per proteggermi. Sono le mani di mia madre che asciugano la mia bocca. La mia bocca è un calamaio che sputa sangue e inchiostro. Scivolo dalle mani di mia madre. Non può trattenermi, non ho più capelli, non ho spalle. Sto morendo. Monamì urla. Un’onda di veleno nelle mie vene. Il sangue s’è fatto denso e amaro, piombo fuso. Monamì tossisce, sputa, si contorce per gli spasmi ma non è domato. Mi afferra la gola, vuole trattare la resa. Intanto le mie guance si stirano lasciando scoperte gengive esangui, un arenile desolato quando la marea si ritira. Monamì continua a urlare, è una bestia ferita.
Ho fame; non posso mangiare. Monamì si ritira dal mio naso, si è nascosto dietro le tonsille, ferito a morte. Irrompono fragranze dimenticate. Tutte insieme tornano ad abitare le mie narici. Adesso sono una piccola rana e posso respirare nascosta nel giardino di casa. Respiro timo, menta, origano, rosmarino. Monamì ora tiene la mia lingua in ostaggio, la mia lingua di ossidiana, quella che non lasciavi entrare, quella che temevi più di ogni cosa al mondo. Adesso lo so, è questione di ore, resistere, ancora radiazioni, veleno nelle arterie, raggi gamma, i santi di mia madre in tuta mimetica, Monamì è accerchiato, è vinto, minaccia, insulta, bestemmia. Io ho fame, posso mangiare. Lo capisco dal sapore dolce della tua lingua nella mia bocca.

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