Pinzimonio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il luogo del delitto era una villetta nel bel mezzo della campagna. Vicino al cancello mi aspettavano due poliziotti. Erano giovani, forse troppo giovani. Fumavano nervosamente. Uno camminava avanti e indietro, l’altro con le dita di una mano si massaggiava le tempie.

Il luogo del delitto era una villetta nel bel mezzo della campagna. Vicino al cancello mi aspettavano due poliziotti. Erano giovani, forse troppo giovani. Fumavano nervosamente. Uno camminava avanti e indietro, l’altro con le dita di una mano si massaggiava le tempie. Vedendomi arrivare ebbero un piccolo sobbalzo. Si vedeva lontano un miglio che erano sconvolti. Alla mia richiesta di ulteriori informazioni sulla situazione glissarono, dicendo che sarebbe stato più facile capire vedendo la situazione con i miei stessi occhi. Mi fecero strada nel vialetto finché, arrivati davanti alla porta socchiusa, si bloccarono, invitandomi a proseguire da solo. Non avevo voglia di discutere. Tirai un sospiro e aprii la porta.
Tutto sembrava in ordine, a parte per uno spiacevole odore di muffa che aleggiava nell’aria. Passando da una stanza all’altra, finalmente aprii la porta giusta. Qui l’aria era irrespirabile, l’odore di muffa saliva fin nel cervello e per un attimo mi fece vacillare. Mi girai, tossii con forza e presi il fazzoletto che avevo in tasca mettendomelo sulla faccia per coprire naso e bocca, e stemperare il cattivo odore. Quindi mi feci coraggio ed entrai.
La camera era molto grande e non era quasi per nulla arredata. Si componeva solamente del letto matrimoniale e di una bacinella grande quasi quanto una vasca da bagno. Sul letto c’era qualcosa che ricordava vagamente la sagoma di una persona.
Mi avvicinai lentamente, tenendo sempre stretto al viso il mio fazzoletto, finché la vidi. Era veramente una persona. Una donna, o quel che ne restava, distesa supina sul letto.
Il corpo era arancione e a chiazze nere. Un nero di marciume e malattia. In alcuni punti del corpo aveva attecchito della muffa, bianca e puzzolente. Delle rughe profonde e irregolari lo solcavano in lungo e in largo. La pelle era ormai completamente priva di qualsiasi morbidezza, totalmente ruvida e aspra. I capelli erano di un verde sbiadito e le scendevano sulle spalle con una lunga curva dopo essersi alzati verticalmente per qualche centimetro dalla testa. Sembrava proprio una carota marcia. Il corpo era costellato di piccoli fori e in più alcune parti erano totalmente mancanti: il naso, le orecchie, le labbra, i seni, l’interno coscia. Sembravano strappate con forza.
Mi misi gli occhiali e accostandomi guardai con attenzione, potei notare dei segni strani in concomitanza di quegli strappi e buchi sulla sua pelle, segni che assomigliavano moltissimo a morsi, con tanto di solchi dentali ben definiti.
Tutto questo non ha senso, pensai. Mi avvicinai allora alla bacinella che si trovava dall’altra parte della stanza. Girando intorno al letto i miei piedi calpestarono qualcosa che scrocchiò acutamente. Lo tirai su e lo osservai: sembrava del sedano. Che diavolo ci sta a fare del sedano su una scena del crimine? Continuai con il gambo di sedano nella mia mano destra, con l’altra tenevo sempre il fazzoletto. Arrivai alla bacinella. Guardai dentro ed era piena. Il contenuto era verde opaco, con dei piccoli granelli neri che galleggiavano. Sembrava olio d’oliva. Il colore era quello. Tolsi per un momento il fazzoletto da sotto il mio naso e mi abbassai per annusare il contenuto della bacinella. Era proprio olio d’oliva.
Non ci capivo più niente. Che senso aveva tutto ciò? Stavo sognando? Era uno scherzo? Perché nella stanza con una donna carota nera e ammuffita c’è una bacinella piena di olio d’oliva e tutt’intorno al letto, sparso per terra c’è del sedano?
Mentre ero immerso nei miei pensieri sentii un rumore di passi. Mi girai e vidi l’ispettore capo farsi avanti. Strano che si sia scomodato addirittura lui, pensai. Mentre si avvicinava vedevo chiaramente che faceva no con la testa. Tirò fuori una sigaretta, la accese e buttando fuori il fumo disse a bassa e voce con aria rassegnata: «Maledetti vegani…».

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