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Manhattan

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Sono rimasti bloccati al quarto piano per tre ore. Appena si è spenta la luce dell’ascensore, lui ha iniziato a urlare, ad aggrapparsi alle pareti. Ha scoperto a cinquant’anni di essere claustrofobico.

Sono rimasti bloccati al quarto piano per tre ore. Appena si è spenta la luce dell’ascensore, lui ha iniziato a urlare, ad aggrapparsi alle pareti. Ha scoperto a cinquant’anni di essere claustrofobico.
“Depressione cronica”, così l’avevano etichettato un anno prima in ospedale. Sembrava una condanna più che una diagnosi. Lui di positivo nella vita non vedeva più nulla o quasi.
L’unica cosa che lo rende allegro sono i film di Woody Allen, forse perché ha il suo stesso cinismo: “leggero ma spietato”.
Lucio e Licia stanno insieme da dieci anni: lei era poco più che una ragazzina, lui già un uomo navigato.
Da quando gli hanno fatto la diagnosi hanno un appuntamento fisso con i film di Woody Allen ogni giovedì sera: pop corn fatti in casa e birra rossa. Per fortuna i suoi film sono tanti e con sua moglie non si stancano mai di rivederli.
Il giovedì sera è il Paradiso. Poi calano le tenebre. Crolla un velo opaco sul suo viso, sul suo corpo, sui suoi pensieri, sulla sua voce e non se ne libera fino al giovedì successivo, a volte riesce anche ad accennare un sorriso o a scomporsi in una risata.
Licia ogni giovedì lo perdona per la settimana appena trascorsa. Perché di giovedì torna a essere l’uomo di cui si era innamorata tanti anni fa, quello romantico, tenebroso, forte e fragile.
In lui i contrasti sono vivi, parlano.
Lucio è diventato così, come un orso. Quando è felice sta zitto, non condivide, ma condivide la sua apatia, il suo disprezzo per gli estranei. La sua supponenza lo porta a considerare tutti i loro amici persone di poco conto, con cui condividere solo lo stretto necessario e fare battute che non fanno ridere nessuno.
“Licia, ma perché usciamo sempre con questa gente senza fiato né rivoluzione?”
“Perché sono come noi, magari pensano un po’ meno… Hanno una vita più semplice e vederli ogni tanto mi dà leggerezza, quella leggerezza che tra noi non c’è più.”
Un tempo le regalava fiori, aiutava gli altri e fotografava le albe.
Ora è cambiato.
Ma torniamo all’ascensore.
Licia gli dice: “Calmati, non è successo niente.”
Lo accarezza piano sul viso: ora non sta più urlando e piange.
È senza maschera: il cinismo sembra crollato, il disprezzo per gli altri pure.
Come un giovedì fuori programma. E mentre piange e le bagna i capelli, Licia percepisce il suo amore.
Gli ascensori bloccati sono l’emblema del desiderio sessuale.
Ma lei non si sente più giovane: ha trent’anni, venti meno di lui.
È chiuso, sbarrato, buio, l’aria manca ma Lucio ha freddo, i sudori freddi. Non era mai stato così prima d’ora.
Licia lo osserva, e i suoi occhi gialli brillano al buio. Da quanto non lo accarezzava, e anche Lucio inizia ad accarezzare la a sua pelle così giovane, liscia, morbida, calda.
Nei momenti di difficoltà ci si apprezza di più e anche un depresso può dare il meglio di sé.
“Vieni a cena con me domani sera? Domani devo suicidarmi. Allora venerdì?”
Questa battuta fa sussultare Lucio. Vorrebbe essere dentro quel film, Sam avrebbe di certo saputo affrontare questa situazione con più coraggio. Ma Licia è speciale.
Lucio prende fiato, butta via un po’ d’ansia e le chiede: “Licia, secondo te in un momento così, cosa direbbe Woody per sdrammatizzare?”
Licia si passa una mano tra i capelli.
“Mmm… Penso che intanto si accenderebbe una sigaretta, mi soffierebbe il fumo in faccia e inizierebbe: Wendy, sai cosa bisogna fare in questi casi per distrarsi? – pausa ad effetto – Finire la sigaretta assieme per fare presto, strapparsi i vestiti e darsi al selvaggio!”
“L’ultima volta che sono entrato in una donna è stato quando ho visitato la Statua della Libertà” le dice a fatica. Sta cercando di distrarlo, ma lui non riesce nemmeno ad apprezzarlo, il panico è troppo.
“Vuoi entrare in una donna più calda della Statua della Libertà?” Licia lo sussurra leccandogli l’orecchio.
“Sesso non è la risposta: sesso è la domanda. Sì è la risposta!” Esclama eccitato.
Le slaccia piano i bottoncini della camicetta, vorrebbe fare in fretta ma le mani gli sudano ancora.
Lei sorride, lui non lo vede ma lo sente.
Si slaccia i pantaloni, li fa cadere con un gesto teatrale. Improvvisamente si sente un cigolio.
“Siamo arrivati, niente paura!” Esclama un omone tatuato e palestrato. Apre la porta dell’ascensore, ma loro continuano imperterriti.
Sono dentro al film più bello di Woody Allen, “Manhattan”, quello che più li rappresenta vista la loro differenza d’età, quello che ormai da tante volte l’hanno visto, hanno perso il conto.
Non si accorgono di nulla, né del rumore, né del palestrato.
Poi, un fragoroso applauso e il palestrato richiude l’ascensore.

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