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L’odore del gelsomino

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Illustrazione di Agrin Amedì
Aspettavo che passasse. Piangendo, ma in silenzio. Insieme a lui entrava nella mia stanzetta l’odore del vino che annullava immediatamente tutti gli altri, anche quello solito di mio padre, fatto di duro lavoro nei campi, di fieno, di fatica.

Aspettavo che passasse. Piangendo, ma in silenzio. Insieme a lui entrava nella mia stanzetta l’odore del vino che annullava immediatamente tutti gli altri, anche quello solito di mio padre, fatto di duro lavoro nei campi, di fieno, di fatica. Io mi mettevo rannicchiata in un angolo del lettino, la faccia contro il muro, e lasciavo che sfogasse la sua rabbia su di me senza emettere un gemito. Rimaneva lì per un tempo che non superava mai i cinque minuti, durante i quali le sue mani mi colpivano con forza, sulla schiena, sui fianchi, sulla testa. Quelle stesse mani che durante il giorno mio padre usava per accarezzarmi, per porgermi il pane a tavola, per portarmi il latte coi biscotti a letto. Quelle stesse mani che io stringevo quando mi accompagnava a scuola, la mattina presto, lasciando per mezz’ora il lavoro che per lui iniziava al sorgere del sole. Le nocche delle mie, di mani, le strofinavo contro il muro grezzo di calce bianca, così che il dolore provocato dalle botte si confondesse con quello che io stessa mi procuravo. Neanche mio padre parlava, e nella casa immersa nel buio non si sentiva alcun rumore. Ogni tanto, il latrato di qualche cane che si perdeva nella campagna circostante mi ricordava che esistevo, che ero al mondo, e che anche quella era la mia vita e non un brutto sogno.
Arrivò la primavera, e con essa, per gli altri bambini, le maniche corte e i vestiti leggeri. Io invece li usavo solo in casa, e quando uscivo mettevo i pantaloni e delle magliette, leggere sì, ma con le maniche lunghe. Mio padre, ogni giorno appena finito di lavorare, mi prendeva per mano e mi portava da Giovanni il gelataio. Le uniche parole che sentivo da lui le diceva a Giovanni: “Prepara un bel gelato alla mia principessa di casa, e mettici tanto cioccolato, che a lei così piace”. Poi ci sedevamo sul gradino intorno alla fontana, al centro della piazza, e lui, a quel punto, mi mollava la mano per farmi mangiare il gelato, e alla fine mi puliva la bocca che era tutta impiastricciata di cioccolato.
Una mattina mio padre non mi prese per mano per portarmi a scuola. Io era scesa in cortile, quando la mia mamma mi aveva chiamata, ma lui non c’era. La mia mamma mi mise a sedere sulla panchina di legno che mio padre aveva costruito con le sue mani e sistemata all’ombra del grande albero d’ulivo davanti casa. “Papà non è cattivo, ti vuole bene”, mi sussurrò ad un orecchio. “Lo so, anch’io gli voglio bene”, le risposi, giocando con le formiche come tante volte avevo fatto con mio padre sedendo su quella stessa panchina. “Papà starà via per un po’ di tempo. Sai, ci sono le sementi da comprare per l’orto e quelle buone si trovano solo a una fiera in un posto lontano”. Io mi alzai, ripresi la mia cartella da terra, e dalla grande pianta che correva tutto intorno alla casa colsi un fiore di gelsomino che mi ficcai in tasca, come faceva mio padre quando uscivamo per andare a scuola. Feci così il giorno dopo, e il giorno dopo ancora e ancora. Andavo anche a prendere il gelato, da sola, e a Giovanni non dovevo dire niente, perché tanto lui sapeva che mi piaceva il cioccolato e mi faceva dei coni grandissimi, più grandi del solito. “Ecco il gelato più grande del mondo per la principessa”, diceva, mentre mi allungavo per raggiungere il banco che era alto quasi quanto mio padre. Mi sedevo sul mio gradino e mangiavo tutto il mio gelato. Tornando a casa, guardavo i campi dove mio padre lavorava, e mi piaceva vedere se il grano cresceva, giorno dopo giorno, anche se lui era lontano, e mi piaceva anche l’odore dell’erba, e dei conigli e delle galline quando arrivavo nel cortile. Entravo a casa, e la mia mamma mi levava tutto il cioccolato che mi era rimasto sulla faccia, e non si arrabbiava anche se, diceva, non capiva come mai ci mettevo tanto tempo per andare e tornare da Giovanni, che non era poi così distante. Mentre mi puliva, qualche volta mi sembrava di vedere i suoi occhi verdi più luccicanti del solito. Mi piacevano i suoi occhi così luccicanti; erano tanto belli, ma un poco tristi. Io andavo a dormire presto, dopo aver fatto i compiti mentre mia madre preparava da mangiare. Ogni tanto mi svegliavo e rimanevo così per un po’, e riuscivo anche a sentire le cicale, fuori dalla finestra, e il respiro della mamma nella camera accanto alla mia. Poi mi riaddormentavo, e aprivo gli occhi solo quando sentivo che lei mi chiamava per andare a scuola. Non so che ora fosse, quella sera. Ero sveglia, e invece di ascoltare i rumori al buio, come mi piaceva fare di solito, stavo pensando alle parole della mamma quando eravamo a tavola: “Domani andremo a comprare un bel vestitino con le maniche a giro, uguale a quello che hai visto alla tua compagna di banco”. Ero felice, perché anche io avrei potuto farlo girare come avevo visto fare ad Emma mentre giocava col cerchio. D’un tratto, sentii dei passi che si avvicinavano alla porta, e non erano quelli leggeri della mamma quando camminava scalza. Smisi subito di pensare al vestitino, ad Emma, e il cerchio che girava sembrava essere entrato nella stanza, tanto che lo sentivo girare dentro la mia testa. Vidi un’ombra, dietro la porta a vetri, e subito dopo sentii il rumore della maniglia che girava adagio. L’ombra era alta e copriva tutta la porta, e quando entrò dentro e mi si avvicinò io accostai la faccia al muro e sentii che mi si bagnava lentamente. L’ombra era proprio dietro di me, quando sentii quella mano, la solita mano del buio, che cercava la mia. Era tutto come prima, ma l’odore non era quello delle altre volte. Era odore di gelsomino, e adesso il fiore stava chiuso dentro il mio pugno, mentre l’ombra si allontanava ed io, voltandomi nel letto, vidi il mio papà che usciva dalla stanza.

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