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Sgt. Pepper la-la-la

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Los Angeles, 29 agosto 1966 Entri nella grande sala che le ampie vetrate, con il sole già alto, rendono luminosa; noti subito la tavola già apparecchiata, decidi che ti avvicini per vedere cosa c’è; immediatamente senti i morsi della fame stringerti lo stomaco.

Los Angeles, 29 agosto 1966

Entri nella grande sala che le ampie vetrate, con il sole già alto, rendono luminosa; noti subito la tavola già apparecchiata, decidi che ti avvicini per vedere cosa c’è; immediatamente senti i morsi della fame stringerti lo stomaco. Vedi che ci sono le uova strapazzate, la tua colazione preferita, che tua madre ti preparava la domenica quando non andavi a scuola, almeno finché il tumore non se la portò via. Il profumo, per un frammento di tempo infinitesimo, ti riporta proprio lì, nella cucina della tua vecchia casa; altro morso allo stomaco, ma non è la fame. Vai oltre e vedi che c’è anche la marmellata, e dei mandarini, insoliti per questa stagione, e ti domandi da dove li abbiano portati, e poi le fragole. C’è anche il pane tostato, e più in là il burro, tè e caffè, e tanti tipi di torta.
Avverti una presenza, non sei solo, e mentre ti giri per vedere chi c’è, il tuo sguardo scorre sul divano, vedi la tua chitarra e il tuo basso e ti ricordi che prima di andare a dormire, la sera prima, stavi provando un motivo che ti girava per la testa. Alla fine scorgi il cameriere che se ne sta lì, un po’ in disparte, a osservarti intimidito. Forse ha la tua stessa età, forse è un po’ più giovane. Immagini che sia stato reclutato per quel lavoro di pochi giorni e che quando gli hanno svelato che doveva prestare servizio per voi, proprio per voi i Beatles, per poco non abbia avuto un mancamento. Lo saluti con un sorriso e noti che ha qualcosa tra le mani, guardi meglio, si tratta di una foto. Ecco, forse sperava di trovare il coraggio quella mattina di chiedervi un autografo per ricordo. Gli sorridi ancora e allunghi la mano verso la foto che lui, con aria impacciata, ti porge.
Tu hai già deciso. Raggiungi gli altri nelle camere dove stanno ancora poltrendo a letto e gli fai mettere le firme sulla foto, e gli fai anche autografare le facce disegnate sulla copertina del vostro ultimo disco, Revolver. George ti guarda con aria interrogativa e, tenendo tra le mani la copia del disco, ti segue nella sala, e insieme consegnate al cameriere la foto e il disco. Ti intenerisce vedere il suo stupore prima, e poi la sua gioia. Vi confida che vuole regalare la foto alla sua ragazza, ex ragazza – si corregge -, ma che il suo cuore infranto ama ancora. È contagiosa la sua gioia nel ricevere quelle semplici cose che valgono la speranza. Semplici cose, semplici cose… Come un mantra, la frase continua a rimbalzare tra le pareti della tua mente.
Ora la fame torna a stringerti lo stomaco come a ricordarti che devi ancora darle soddisfazione. Mentre ti avvicini nuovamente al tavolo, noti che ci sono copie di vari giornali, messi in ordine sul carrello. La tua attenzione si concentra su un giornale locale che, in prima pagina, riporta una vostra foto gigante e il commento sul concerto di ieri sera. Prendi un piatto e ti servi le uova strapazzate con una fetta di pane ancora tiepido. Ti riempi la bocca e assapori, manca un po’ di sale: lo cerchi e vedi, ben posizionata sulla tavola, una strana composizione in porcellana, una damigella in stile vittoriano sul cui grembiule c’è la scritta “Salt” e un fante, con i gradi di sergente, che sul cappello ha la scritta “Pepper”. Il piccolo sergente ti colpisce, decidi di prendere la statuetta, la osservi rigirandola tra le mani, spargi del pepe sulle uova; poi ti fermi, guardi oltre l’ampia vetrata il giardino con il suo prato verde molto fitto e ben tosato e rimani così per qualche secondo. Ti è tornato alla mente il sergente Pepper della polizia di Toronto, che solo qualche giorno fa si è occupato della vostra sicurezza, e ti risuona nella testa il motivetto improvvisato ieri sera alla chitarra che ti trovi ora a cantare sottovoce: “Sergeant Pepper la-la-la”. Decidi che non è male, ci puoi lavorare sopra, sorridi tra te e te; riponi la statuetta con molta cura, prendi la damigella, aggiungi un po’ di sale e finalmente mandi giù un altro boccone.
A quel punto entra il vostro road manager a ricordarvi che dovete fare in fretta perché vi aspetta l’aereo per San Francisco, dove suonerete questa sera per l’ultimo concerto del vostro tour americano. È una cara persona il vostro road manager, vorresti dirgli di non rompere le palle, ma ti limiti, sorridendogli, a tirargli un tovagliolo. Ti accorgi che George se ne sta silenzioso da una parte, piluccando un po’ di frutta da un piatto. Fissa il vuoto con aria pensierosa. Fuori, oltre la vetrata che dà sul giardino, c’è una piscina che riflette la luce del sole, circondata da grandi fioriere. Ti colpiscono i fiori rossi, gialli e blu, decidi che ti piacciono.
Ti avvicini a George, gli poggi una mano sulla spalla carezzandola delicatamente e finendo con una leggera pacca. Lui si desta dai suoi pensieri e, con un sospiro, posa sul tavolo la foto che ha tra le mani con aria trasognata. Il ritratto di una donna, la sua; la conosci bene.
Vedi il cameriere con il cuore infranto che da solo attraversa il giardino con un vassoio in mano; poi pensi a voi, sì, proprio a voi, che non siete più cuori solitari, ma siete lontani da casa; ti torna alla mente il motivetto, con un’intera strofa che calza con il suo ritmo: “Siamo La Banda del Club dei Cuori solitari del Sergente Pepper”, “We’re sergeant Pepper’s lonely hearts club band”; sei felice per l’ispirazione, per la scintilla. Poi pensi che certe tue passioni, entusiasmi e curiosità giovanili sono oramai appagate e te ne rendi conto: puoi e potete andare oltre.
Hai compreso l’afflizione del tuo amico, cerchi un modo per consolarlo, due giorni ancora e ripartirete per tornarvene a casa, vorresti dirgli. Non sopporti di vederlo così giù di corda, prendi la chitarra acustica e gli fai ascoltare il pezzo a cui stai lavorando. Gli racconti dell’idea che hai avuto di fare un album sui vostri luoghi cari di Liverpool. Lui ti ascolta, sì, ma ha l’aria ancora assente; più di tutti gli altri è quello che ne ha abbastanza di questa vita. Ne avete già parlato, eri rimasto solo tu caro Paul, pensi, a dovertene convincere. Sì, lo sai, è una vostra regola, le decisioni le prendete tutti insieme, all’unanimità.
Poi i tuoi occhi sono nuovamente caduti sui giornali e sulla foto del concerto di ieri sera, rifletti. Poi, volgi lo sguardo verso il giardino e la piscina che riflette la luce del sole, come per allontanarti da tutto, astrarti. Lo sai, lo sapete: questa sera a San Francisco sarà l’ultima volta. Suonerete in pubblico per l’ultima volta prima di congedarvi; siete cambiati, pur rimanendo gli stessi, e anche la vostra musica è cambiata, pensi. Speri che la gente si divertirà per quest’ultima volta. Ed ecco ancora il motivetto che irrompe nella tua testa; congedarvi, divertimento; click, le parole s’intrecciano, si uniscono, s’innamorano, si organizzano, prendono il proprio posto, fluiscono e si accordano con la melodia: “ci auguriamo che lo spettacolo vi piaccia; siamo spiacenti ma è ora di andare”, “We hope you will enjoy the show; We’re sorry but it’s time to go”. Ti sembra di udire dei fiati nell’intermezzo. Un’altra piccola scintilla che ora però, infiamma tutta la tua mente, e il fuoco ti ha scaldato anche il cuore; decidi di prendere penna e quaderno.

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