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Dormivamo abbracciati. Avevamo fatto l’amore, quello bello, pieno, di quando ci si ritrova dopo tanto tempo e ti rendi conto di quanto ti era mancato lui, il suo odore, le sue labbra, il suo modo di tenerti tra le braccia come un’ostrica tiene la sua perla.

Dormivamo abbracciati. Avevamo fatto l’amore, quello bello, pieno, di quando ci si ritrova dopo tanto tempo e ti rendi conto di quanto ti era mancato lui, il suo odore, le sue labbra, il suo modo di tenerti tra le braccia come un’ostrica tiene la sua perla. Una folata improvvisa aveva sollevato le tende, io avevo fatto uno starnuto e Laurent mi aveva passato la camicia da notte aiutandomi a infilarla come si fa con i bambini. Ci eravamo addormentati di un sonno sazio, sereno, nutritivo. A un certo punto nel sonno ho sentito un boato sordo, il letto ondeggiare, e subito ci ho costruito sù un sogno.
Eravamo in barca, nel nostro piccolo dinghi e il maestrale stava montando, la vela sbatteva. Nel cielo lo zigzag di un lampo, poi il rumore del tuono, la vela che sbatteva più forte. Bisognava cambiare direzione, spostarsi dall’altro lato. Mi volevo muovere ma mi sentivo pesante, molto pesante… – Lol – chiamavo – ci pensi tu? Io non riesco a muovermi…
Ci ho messo qualche minuto, un secolo chissà… ad aprire gli occhi. Non sapevo se avevo ripreso coscienza o se sognavo ancora. Vedevo il cielo scuro e le stelle tremolare, la costellazione di Cassiopea proprio sopra la mia testa… Lorenzo era di traverso su di me che mi abbracciava come sempre, ma il suo corpo era diventato pesante… Pian piano ho cominciato a spingere lo sguardo più in là. Ora ero sveglia del tutto e ho visto… il soffitto era scomparso e il muro della stanza squarciato… Ho visto Lorenzo, immobile, con addosso una trave e il suo corpo che facendo da cuscinetto al mio, mi aveva protetto. Più in là, attraverso lo sbrego nella parete, si vedeva il mare. Il mare della Baia di Forìo, nell’isola di Ischia.
Il silenzio era assoluto e durò qualche minuto. Poi poco a poco cominciarono a levarsi dei lamenti, delle voci che chiamavano nomi… – Rosario…. Concettì…
-Tore… MAMMA!… – Olivier, tu es là? – Qualcuno gridava, qualcuno piangeva. Altri sussurravano appena. – Lol… – osai anch’io. – Lorenzo… Laurent! – provai più forte. Ma lo sapevo che era morto, lo sentivo dal peso del suo corpo… che lo chiamavo a fare…
Nel dormiveglia scorrono i ricordi… Vagavo per il mercatino di strada a Chiang Mai* la sera che ci eravamo conosciuti. Dopo il trekking tra le risaie, i miei amici erano ripartiti e io curiosando tra le bancarelle cominciavo appena a sperimentare l’ebbrezza e il panico da solitudine. Mentre davanti a un banco di cibo, chiedevo in inglese informazioni sul contenuto dei loro spring rolls sentii una voce alle mie spalle che diceva “il y a que des legumes dedans, pas de viande”. Dietro di me un ragazzo con l’aria strafottente da scugnizzo e il cappellino da baseball sfornava il più accattivante dei sorrisi e quando gli risposi “Mais moi je ne suis pas végane…” si illuminò: “Ah, mais alors vous parlez bien français!”
Fu così che ti conobbi, Laurent. Con tono galante tipicamente francese, mi invitasti a “boire un verre…”, poi andammo a cena. Eri allegro, brillante e poi parlavi quella lingua meravigliosa, melodia per le mie orecchie. Io che di madre anglosassone e parlando inglese dalla prima infanzia, a scuola avevo studiato francese e tra le mie prime letture “impegnate” c’erano parecchi autori francesi. Uno su tutti mi era rimasto particolarmente dentro: Albert Camus e il suo Straniero. E nel cinema, Truffaut con le sue storie d’amour fou. Jules et Jim, il mio preferito.
Anche tu avevi dentro L’étranger e col tempo capii perché. Amavi Truffaut e Jules et Jim lo sapevi a memoria. Fu coup-de-foudre.
La sera, nel salutarmi davanti alla lodge dove abitavo, facesti il gesto di avvicinarti per baciarmi sulle labbra, io mi ritrassi, quasi spaventata. In fondo ci eravamo appena conosciuti. “Pardon, pardon… – mi dicesti soave – Est-ce-que on peut se révoir demain?
J’ai loué une moto et on peut visiter les environs…
La mattina dopo nel rivederti senza cappellino fui sorpresa nel notare che avevi i capelli chiari, sul biondo, gli occhi verdi dal taglio lungo un po’ orientale e che non eri poi giovanissimo quanto mi eri sembrato. La cosa mi fu di conforto, perché pur essendoci differenza di età, tu quasi vent’anni meno di me, non mi sembrava scandalosa. Eri carino, con l’aria stirata da bravo ragazzo francese. Fu così che passammo i sei giorni che mancavano alla mia partenza sempre insieme. Il giorno scorrazzavamo per le strade della Thailandia del nord arrivando fino alla tribù delle donne dal collo lungo sulle colline o all’orto botanico dedicato solo alle orchidee.
Quella che poteva restare solo una romantica storia da vacanza diventò un grande amore per entrambi. Io in quel periodo lavoravo alla Camera dei Deputati. Guadagnavo bene, ma mi annoiavo molto e quindi l’incontro con te, con il corollario di Parigi costituì per me un diversivo essenziale. Diventasti il rayon de soleil che illuminava il grigiore della mia vita a contatto con la politica. Cominciammo a sentirci tutte le sere, e a vederci ogni quindici giorni a turno. Una volta a Parigi, una a Roma. Il nostro primo weekend insieme fu a Parigi e fu magico. Erano passati tre mesi dal nostro incontro e faceva già un freddo polare. Nel lettone che occupava l’ottanta-per-cento del tuo studio facemmo l’amore come fosse la prima volta nella vita. Tu fosti un amante appassionato e attento oltre ad essere un anfitrione impeccabile. Musei e mostre da visitare, infinite varianti di ristoranti sushi da assaporare… che altro desiderare? Anche la tua prima volta a Roma fu da sballo. Con la mia moto, ti scarrozzai su e giù senza sosta: San Luigi de’ Francesi con il suo Caravaggio nascosto di giorno, il buco in Piazza Cavalieri di Malta all’Aventino al tramonto e la sera Trastevere. Bingo! Al secondo week-end insieme eravamo entrambi cotti come due zucchine.
Il sogno cominciò a incrinarsi al mio terzo o quarto week-end a Parigi. Tu cominciasti a diventare ogni volta più nervoso come se la mia presenza su piazza ti irritasse. Come se avessi cose che la mia persona ti impedisse di fare.
Le prime ventiquattro ore eri adorabile, ma se mi fermavo un po’ di più anche su tua richiesta, scleravi e da uomo attento a ogni mio desiderio, diventavi polemico, indisponente. Passavano i mesi e il tuo umore peggiorava. Forse avevi problemi di lavoro. Quale lavoro facessi non lo avevo ancora capito e se ti facevo domande mi rispondevi con altre domande del tipo – Pourquoi tu me poses cettes questions? Je ne te dois aucune explication!”. Avevi l’agenda piena di appuntamenti e schizzavi da un capo all’altro di Parigi come una trottola. Cominciai a pensare che avevi dei segreti inconfessabili, tipo un’altra relazione o un lavoro indecente. Ma io ti amavo e per me sarebbe andato bene tutto. Sentivo la tua sofferenza anche se non la capivo e ti amavo ancora di più. Amavo le tue parti buie, mi rimandavano alle mie che sebbene diverse erano state anche loro nel sottosuolo. Avrei voluto dirtelo, ma tu non mi permettevi alcuna comunicazione.
Intanto passavano i mesi. Il tuo umore quando ci vedevamo, a parte il primo giorno o due in cui facevamo l’amore come ossessi, diventava sempre più nero.
– Stai male? – ti chiesi un giorno che stavi accartocciato nel letto senza parole – Posso fare qualcosa per te? – Je t’aime, mi dicesti con tono accorato. Facemmo l’amore, come fosse l’ultimo desiderio di un condannato a morte. Quella volta, quando il giorno dopo insistesti per accompagnarmi alla navette per l’aeroporto, dopo aver sistemato il mio bagaglio a bordo, mi allungasti una busta e poi platealmente a voce alta davanti agli altri passeggeri dicesti: “En fin, je me suis liberé de toi! – e scendesti. Per me fu come uno schiaffo in piena faccia. Una volta seduta, aprii la busta e dentro c’erano i soldi del biglietto aereo e un foglietto confuso e scarabocchiato che non riuscii mai a decifrare. A Roma piansi molte lacrime e decisi che non volevo più vederti. Tu, impunito, riprendesti presto a chiamare con la tua voce flautata. Ma io mi negavo e dopo un po’ smettesti di telefonare.
Passarono tre anni, e una sera il telefono di casa ricominciò a squillare. Riconobbi il trillo. Dal cordless vidi che il prefisso era 00331… eri tu. Ero decisa a non risponderti mai, ma una volta squillò di giorno. Alzai la cornetta senza pensare e… tana, mi avevi riacchiappato.
E ora eccomi qua, con il tuo corpo addosso e la polvere dei calcinacci in bocca.
Qualcuno arriverà a tirarmi fuori da qui? Lol, Lorenzo, Laurent… dove sei, mi senti?
Lo so che nonostante le tue incongruenze e la tua follia mi hai amato e anche io ti ho amato. Ci siamo amati molto. Con le nostre imperfezioni, le nostre paure, le nostre angosce inconfessate. Quanto non-detto tra noi, quanti misteri… O forse no, solo incapacità di spiegarsi, orgoglio, inadeguatezza.
– Lol, Lorenzo, Laurent, amore mio, lo sento che sei ancora vicino. Che vegli qui su di me e non puoi trovare pace finché non sono in salvo. Non riesco a gridare, la polvere mi strozza… se non ci pensi tu, io morirò. Pensa ai titoli dei giornali – Morti due amanti sorpresi nel sonno. Si erano ritrovati dopo un lungo periodo e avevano scelto Ischia come meta romantica per il loro incontro… – roba da romanzo d’appendice, un feuilleton alla francese. Ora però non riesco più a respirare… Mi sa che me ne sto andando… aspettami Lol… vengo con te… ti amo…
– Emergenza, emergenza… so’ Gabriele. Qui ci stanno due corpi, uno è freddo, ma l’altro, una donna, è ancora caldo, mi pare che respiri… male però. Stanno sotto a ‘n trave, approntate la gru, fate presto…

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