Condividi su facebook
Condividi su twitter

Noi due

di

Data

In ascensore c’è odora di umido e muffa. Controllo in borsa di avere con me il mio iphone con la cover “odiotutti”. Spingo l’ultimo tasto in basso dell’ascensore, distrattamente. “Io non sono distratto per niente, spingi il pulsante del terzo piano, te l’ho detto, voglio restare a casa“.

In ascensore c’è odora di umido e muffa. Controllo in borsa di avere con me il mio iphone con la cover “odiotutti”. Spingo l’ultimo tasto in basso dell’ascensore, distrattamente. “Io non sono distratto per niente, spingi il pulsante del terzo piano, te l’ho detto, voglio restare a casa“.
Lo specchio chiazzato di macchie e ruggine riflette la mia immagine. Questa è la realtà vera, la mia me intera. Lui è solo una parte di me. “Una parte, forse, ma l’unica sana“.
Ci stiamo trasformando in due asociali. Son giorni che stiamo rintanati in casa!
Stare in mezzo agli altri è più triste della solitudine. Allora è meglio rimanere a casa che vedersi per stare insieme e chattare con chi non c’è!
Il ciondolo che ho al collo brilla: è un cerchio per metà bianco, con una minuscola pietra nera di onice, per metà nero, con intarsiato un brillante bianco. È un simbolo importante per me. Il ciondolo, se proprio vuoi è simbolo solo di quanto mi fai spendere… comunque con questi simboli mi hai stancato, e mi ha stancato questa abitudine che hai preso di mandare emoticon a simbolo di un sentimento, invece di parlare davvero.
Ecco, l’ho fatto di nuovo: parlo con me stessa come se lui fosse altro da me e parlo di me usando il plurale, ma Lui, è solo una parte di me.
La dottoressa mi ha detto che devo smettere di parlare di Lui come se fosse una persona: è solo una voce che mi parla dentro. Ma non devo zittirla perché è una voce preziosa “beh senti, lo sai quel che penso della tua psicologa e della sua stupida teoria della relazione che cura. Nessuna relazione cura“.
Il fatto è che se stiamo a casa mi logora dentro con le sue critiche caustiche contro di me, e mi sento sola e sbagliata; se stiamo con gli altri critica ogni persona o cosa che veda e mi sento un’aliena.
Sai, la soluzione è semplice, torniamo a casa, io so capirti meglio di chiunque altro. E tu conosci e capisci me, cerchiamo di convivere e di bastarci a vicenda!
Con gli occhi fissi sulla immagine riflessa allo specchio mi ricordo della prima volta che l’ho conosciuto. Avevo 14 anni: era il mio compleanno e fino a quel momento mi sembrava tutto straordinario, gli amici, le feste, i professori, la scuola. Lui iniziò a serpeggiare dentro di me, prima come sottile malessere, poi come una voce più definita, criticava tutto. All’inizio mi divertivo con lui ma presto il nostro rapporto peggiorò: lui si trasformo’ in un criticone, tagliente fustigatore di qualsiasi imperfezione altrui, iniziò lui stesso a tendere ad una perfezione irraggiungibile e a volersi isolare, un vero asociale.
Beh, asociale, diciamo che gli altri sono insopportabili. Anche a questa tua festa, quel “baccanale” dei 14 anni, tutte le tue amiche vennero mezze nude, truccate da Barbie, volevano trovare il loro Ken vero. Tu eri vestita normalmente, cioè eri vestita. Loro ridevano di te, ridevano tra loro e ti prendevano in giro mentre si scattavano selfie con la bocca a cuore o la lingua di fuori.

L’ascensore si ferma al secondo piano, la porta si apre e vedo una donna con cappello, una bambina con trecce bionde, un uomo alto, in giacca e cravatta. L’uomo chiede: “Permesso?”, io leggo il cartello che indica la capienza massima 4 persone, 350 chili, Mi guardo allo specchio: io sono una, una persona intera, mi dico, sono come il mio ciondolo: è uno ma è diviso in due, io sono una e son scissa in due, ma sono una.
Sto per dire, “si certo, prego!” sorridendo con cortesia, ma Lui mi precede:
No, siamo in troppi. Habitaculum plenum“.

I tre si guardano sbigottiti, la donna prende per mano la bambina che era già precipitosamente salita in ascensore e la tira a sé; l’uomo sta per reagire ma la donna con un solo sguardo gli intima di non dirmi niente, ma io il suo labiale lo leggo. Le porte si richiudono e sento la voce della bambina ripetere: “mammina è quella la matta?”
Dal vetro delle porte dell’ascensore vedo che l’uomo le mette una mano sui capelli e le dice, qualcosa, che non riesco a sentire. Riesco a sentire, però, la dolcezza con cui le accarezza le trecce e mi viene da piangere.

Mi viene da piangere anche perché lo ha fatto di nuovo: quando vuol creare distanza, dice frasi in latino.
Ma non capisci che fate tutti cosi! Quando non vi parlate, abbandonate il gruppo WhatsApp o non rispondete al telefono o mandate un emoticon con la lacrimuccia! Quando state in un posto bello e pensate a postarlo su facebook invece che godervelo in pace con chi è con voi. Meglio come faccio io allora: “habitaculum plenum’’, non fingo di voler stare con gli altri senza entrarci in contatto, è chiaro che dico non voglio nessuno, vicino né intorno!
La luce si accende e si spegne. L’ascensore si blocca tra il secondo ed il primo piano.
Dal vetro della porta vedo solo pareti biancastre di mura ammuffite.
Mi sento murata viva.
Dal fondo dello stomaco sale un macigno che odora di muffa e mi blocca la gola.
Le mie urla strozzate rimbombano e fanno eco ad uno scoppio elettrico, un allarme, un tonfo.
Mi ritrovo nel primo piano sotterraneo. Lo specchio ancora attaccato alla parete ha una spaccatura verticale e il mio volto allo specchio, ora, è diviso in due metà irregolari. Il mio iphone per terra, non si è rotto, lo ha protetto la cover odiotutti.
Il cuore mi batte nelle tempie all’impazzata, il fiato si spezza, mani e gambe mi tremano.
– Ecco – gli urlo – è tutta colpa tua!!
– E ti pareva! Una causa un effetto! Siccome sono asociale, si è rotto l’ascensore!
– Certo, perché sei negativo! Mi rovini la vita, mi levi energie e poi se ho bisogno io di te, è come se non ci fossi.
L’odore di muffa si fa più intenso, diventa un tappo nel naso e mi entra in bocca, come una palla di gomma pelosa che mi intasa la gola. Non riesco a respirare e nemmeno ad urlare… Sto per morire qui dentro.
Sto per morire da sola.
Avrei voluto imparare a vivere e sentirmi parte di qualcosa, avrei voluto persino conoscere quei tre in ascensore. Fossero almeno saliti! io non sarei morta da sola come un sorcio sottoterra.
“Morire da sola?” Ripeto ad alta voce. “ma allora son sola?” Davvero sono una. E se sono sola, lui non esiste. È davvero solo una parte di me – Beh, una parte, diciamo almeno al 50%.
L’allarme continua a suonare, ma l’ascensore riparte e risale.
Al piano terra le luci si accendono.
Porta chiusa. Porta aperta.
Non riesco a scendere, guardo allo specchio il mio volto diviso in due metà irregolari.
“Tutto bene signora?” Mi dice un uomo con una tuta blu.
“un guasto, signora, tranquilla, solo un guasto temporaneo”.
Mi porge la mano per aiutarmi a scendere, ma mi gira la testa, le gambe vacillano, le mani mi tremano, ho le orecchie attappate e le gambe bloccate.
“Non riesco a uscire’’ faccio in tempo a dire.
Va bene, signora, tranquilla, vengo io con lei. Si gira all’uomo con la cravatta nel frattempo sceso a piedi ed accorso sul piano e gli chiede di salire anche lui. “Permesso?” mi dice.
“Certo”, gli dico, con un sorriso di cortesia e di gratitudine. La signora lo aspetta in androne e tiene la mano alla bimba con le trecce.
Sento l’odore dell’aria e dei fiori dei vasi. Mi tocco la gola per sentire che non c’è più la palla di muffa, e per toccare il ciondolo che mi conforta.
Sulla mia testa, una carezza.
“Te l’ho sempre detto di non farti toccare!”
“Mammina! la matta sorride”.
“Mica lo so se c’è tanto da ridere”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'