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La prima volta

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Gli occhi di Sara sono stati il colore della mia infanzia. I nostri genitori erano vicini di casa ma non si sopportavano. La prima volta che l’ho vista, era davanti al portone. Era con la mamma, una signora sempre elegante e di fretta.

Gli occhi di Sara sono stati il colore della mia infanzia. I nostri genitori erano vicini di casa ma non si sopportavano. La prima volta che l’ho vista, era davanti al portone. Era con la mamma, una signora sempre elegante e di fretta. Sara mi ha guardato con quel grigio-verde che aveva negli occhi e non ho capito bene che cosa ho provato. Era una sensazione nuova, come quando scartavo le buste blu piene di giochi che mio padre portava dall’edicola dove lavorava. Lui non c’era mai, diceva che era il suo lavoro. Mamma gli diceva che era un ottimo assente. Per mesi sono stato convinto che mio padre di mestiere facesse l’assente.
Sara non frequentava la mia stessa scuola. All’epoca mi sembrava una cosa assurda visto che la scuola per me era una soltanto. Quando un pomeriggio, mamma ha bussato a casa di Sara per offrirgli dei dolci che aveva preparato, ha aperto una donna. Mamma disse che era la filippina. Ha preso i dolci, ha ringraziato e ha richiuso la porta. Quando ho visto quella signora, mi sono chiesto se era la sorella di Sara. Ero figlio unico e mi parevano più felici i bambini che non lo erano. Sara però, non la volevo come sorella. Ci volevo giocare e basta. Non la vidi per mesi ma poi, una mattina di giugno, finita la prima elementare, la rincontrai. Ero con mio padre, lei con il suo. I nostri genitori si dissero due cose che non ho capito e si salutarono. Quando dissi a papà se potevo andare a giocare con la bambina della casa di fronte, lui disse – assolutamente no –. Non ho capito perché, ma era cosi deciso nel dirlo che sentii quasi il pianto salirmi in gola.
Una mattina, la filippina portò Sara a giocare nel cortile sotto casa. Io la vidi dal balcone. Andai in cucina da mamma e le chiesi se potevo scendere a giocare:
– Sì, ma non fare tardi – mi rispose.
Scesi e la vidi di nuovo. Mi fece quella stessa, strana, sensazione. Avevo ancora le mani sporche delle palline di Nesquik che mi divertivo a schiacciare sul tavolo più che a mangiare nel latte. Mi tremavano un po’ le gambe. Faceva caldo. Sara aveva dei bellissimi capelli rossi. Gli dissi se voleva giocare con me. Giocammo ad acchiapparella, a nascondino e poi a pallone. Mi sorprendeva che a una femmina piacesse il calcio. Tutto sudato la guardavo più di quanto osservassi qualsiasi giocattolo. Mi dava piacere vederla. D’un tratto sentii l’orecchio sinistro tirarmi forte. Era mia madre che mi diceva di salire.
Mentre piagnucolavo trascinato da mia madre verso il portone, Sara mi fissava come se quello che stava accadendo fosse la cosa più normale del mondo.
Giorni dopo, mamma mi disse che scendeva un attimo a fare la spesa. Mi lasciò davanti la tv da solo. Guardai dallo spioncino fino a che non sentii il rumore del portone sbattere. Una volta chiuso, balzai fuori inciampando sul tappetino e per poco non caddi a terra. Mi risollevai e bussai al campanello di Sara. Aprì un signore che non avevo mai visto. – Ciao – disse con voce ferma, bassa. – Ciao – risposi io quasi sottovoce. Poi presi coraggio e dissi – C’è Sara? – e lui – Certo, entra pure –. La casa era molto diversa dalla mia, oltre che più grande era piena di cose che non sapevo chiamare. Quadri, Sculture e un sacco di cose così. Poi, nel salone, vidi Sara; – Ciao Luca – disse. Per la prima volta la vedevo con i capelli legati.
Aveva una cicatrice vicino l’orecchio sinistro, sembrava un piccolo sorriso. In casa sua c’era solo questo signore che ci osservava da lontano. – Vieni, ti faccio vedere camera mia – disse muovendo la lunga coda di capelli rossi in un modo che mi sembrava la pubblicità dello shampoo che comprava mamma. La sua stanza era completamente rosa, ma la mia attenzione andò all’odore.
Aveva un odore cattivo, che non saprei dire. Un po’ acido.
Mi sedetti su un letto dove mi sembrò di sprofondare. Sara prese da un cassetto delle forbici. Grandi, non come quelle che usavo io a scuola per ritagliare. Si avvicinò a pochi centimetri dal mio volto. – Pronto? – disse. Deglutii. Vedevo la lama scintillare col riflesso del sole che entrava dalla finestra. Avevo paura. Sara aprì le forbici guardandomi dritto negli occhi. Era bellissima.
C’era qualcosa che volevo prendere, ma non con le mani.
Allargò fino alla massima apertura le forbici davanti al mio naso. Le chiuse di scatto riaprendole. Chiusi gli occhi e mi scappò un – Dio, ti prego.
Li riaprii e vidi i suoi assottigliarsi. Il cuore mi andava a mille.
Poi, si afferrò i capelli e si tagliò una ciocca. Subito dopo, fece la stessa cosa con me. – Tu tieni i miei e io tengo i tuoi – disse. Io feci un sospiro profondo.
– Guarda – urlò indicando la porta. Tirò fuori dello scotch da un cassetto e attaccò la ciocca dei miei capelli alla porta.
Tornò da me dandomi i suoi. Mentre li afferravo, sentii le campane della chiesa suonare. Mi ricordai di botto che a breve sarebbe tornata mamma. Uscii senza neanche salutarla, scappando come un ladro. Nel farlo per poco non caddi a terra. Avevo calpestato qualcosa di scivoloso sul pavimento della cameretta.
Non mi girai a vedere cosa fosse. Non rividi quel signore uscendo. Davanti alla porta di casa mia, capii che non potevo aprirla senza avere le chiavi. Ero rimasto chiuso fuori.
Dietro di me sentii la presenza di qualcuno. Tentai di aprire la porta con forza ma non riuscivo neanche a girare la maniglia. Mi arrivò uno schiaffo che prese in pieno il mio orecchio sinistro. Pensai alla cicatrice di Sara proprio in quel punto.

Mi ritrovai tutto agitato sul divano di casa. Era sera. Mamma e papà litigavano in cucina. Mi faceva male sotto la pancia. Guardai sotto il lenzuolo che avevo addosso e vidi il mio pisello gonfio e duro. Mi spaventai. Forse si era gonfiato perché avevo sbattuto anche quello cadendo. Non lo so. Chiusi gli occhi e feci finta di essere ancora addormentato perché sentii mamma avvicinarsi. Se ne accorse – Quante volte ti ho detto che non devi uscire di casa senza permesso? – disse dolcemente. Poi, mi diede un bacio proprio nel punto in cui Sara mi aveva tagliato la ciocca. – Hai qualcosa di diverso – disse accarezzandomi.
Io, mi resi conto che accanto alla mia mano, sotto il lenzuolo, avevo ancora i capelli di Sara. Li strinsi forte. Poi baciai la mano di mamma.

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