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Chiedimi scusa

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“Chiedimi scusa”. So che non devo farlo, è troppo tardi ormai. Ma ho ancora tanta rabbia da smaltire. È ridicolo, penso, ho 50 anni e mio padre è vecchio e solo.

“Chiedimi scusa”.
So che non devo farlo, è troppo tardi ormai. Ma ho ancora tanta rabbia da smaltire.
È ridicolo, penso, ho 50 anni e mio padre è vecchio e solo. L’ho perdonato, ormai, non fosse altro che per pietà. Eppure, detesto questi pranzi del sabato.
I suoi occhi sono spenti, persi in un punto che non riconosce. Occhi in cui resta solo la paura di non essere più. Ma non è più da tanto. Non apre bocca e non mi ascolta se gli parlo. O almeno così sembra. E, ticchettando le dita sul tavolo, spero solo che due ore passino in fretta. Ancora tanta rabbia, sì.
“Chiedimi scusa. Dì: Mi dispiace per quello che ti ho fatto, ti chiedo scusa”.
Con la forchetta a mezz’aria tra il piatto e la bocca, mi fissa stupito senza capire. Ce l’ho con lui ma non ha idea del perché. Muto, piega la testa in avanti e il boccone finisce la corsa. Mastica lento, in punta di denti come qualcosa di caldo, ma il pasto non scende e non sale.
“Sì, tieniti tutto dentro. Come una vergogna, come una punizione, come al solito”.
Le parole, scalpitanti da sempre, si lanciano al via. Senza freni in discesa, prendono velocità e non riesco a fermarle.
“Chiedimi scusa”.
Poi si infrangono sul suo mento abbassato, sulla forchetta che fruga nel piatto pieno, diventato indigesto. Sulle sue sopracciglia folte e scomposte che adesso si arricciano al centro.
“Ma io cosa ti ho fatto?” mi dice.
Ha parlato. L’impatto è violento.
“Che cosa mi hai fatto?” Scaccio rapida una ciocca dal viso e le parole si rimettono in moto.
“Ma che credi? Che tacendo non si possa fare del male a qualcuno?”. Ecco che riprende la corsa… “ Te ne stavi lì in silenzio, come neve che non attacca, mentre subivo la furia di una donna infelice”.
“Che potevo fare, io?”
Di nuovo in discesa: “Farmi da scudo, perdio! Quando mamma sbottava feroce, come lava da sotto un coperchio, dovevi farmi da scudo. Ma tu no, opponevi silenzi, una pioggerellina sottile e altrettanto feroce – che credi – di silenzi e mi lasciavi da sola. E da sola con lei”.
“È questo che pensi di me?”.
“Sì, chiedimi scusa”.
Silenzio.

Basta. Lo aiuto ad alzarsi. Lo sostengo sottobraccio, attenta al gradino. Sono più alta di lui mentre ci avviamo lenti alla macchina. Si è fatto piccolo, ormai. Una vetrina rimanda il riflesso di una signora con un vecchio che si accascia.
La rabbia svanisce, sapevo che non avrei dovuto farlo, che non avrebbe retto il colpo, ma l’ho inferto ugualmente.

Mio padre ha una vestina bianca a piccoli quadri turchesi e blu. Le gambe magre e incrociate sono stese, la mano sul ventre e l’occhio liquido fisso verso l’albero di fronte, le chiome di quelli più bassi che si affacciano alla finestra ondeggiano al venticello primaverile. Sta così, in silenzio, e guarda fuori.
E vorrei essere capace di parlare a chi soffre, di sussurrare con tanto affetto da farlo sentire al sicuro. E amato. Vorrei essere così, ma, dannazione, non mi ci avvicino neanche un po’. Somiglio a mio padre, piuttosto: neve che non attacca.
Ed esco da lì come sono entrata, in silenzio, un giorno dietro l’altro, con una palla nel cuore che si fa tronco da trascinarsi dietro.

“Papà, sono le cinque, mi hai svegliato”.
“E quando io ti aspettavo le notti sveglio fino alle due, allora? Stamattina ho sentito cantare una bella canzone…”.
“Magari l’infermiere aveva la radio accesa”.
“Non era la radio: una fila di preti cantava Un mondo migliore. E portava una croce.
“Una fila di preti? Dove?”
“Proprio qui, nella mia stanza”.
“Ma sai dove ti trovi?”
“A San Pietro, non vedi l’angelo?”
Va come un treno, mio padre. Sbalordita lo afferro in corsa: ora o mai più, penso in fretta.
“Papà, sono le cinque. Cosa mi devi dire?”.
Silenzio.
Scema io a pensare per un attimo che mi abbia chiamato per chiedermi scusa.

Tanta gente, tutta insieme nello stesso momento sotto lo stesso tetto. Non un tetto, un soffitto, di quelli alti dove i suoni rimbalzano e creano echi. Tanta gente, tutta con lo stesso sangue. Il mio. Sciolto in altri, mischiato, annacquato, quasi disperso. Ma il mio. Una famiglia dimentica e dimenticata da quando ci entravo col braccio alzato per arrivare alla tua mano.
E mentre sto lì assorta, a tossire l’incenso, tornano i grandi saloni, i lampadari a goccia, le tavolate immense e chiassose, i cani che mordevano al gomito, lo scacciapensieri tra le labbra di mia cugina mentre si infila il pigiama, le tre bimbe identiche accucciate intorno a una favola, lo schiaffo al bambino capriccioso, la porta segreta nel mobile del bagno, qualche parola in un dialetto che non conosco più, un profumo insistente… e tu che mi guardi, con le labbra socchiuse come pronte a parlare.

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