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“Il sermone sulla caduta di Roma”

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Jérôme Ferrari e l’arte della fine.

Esiste un tempo per ogni cosa, anche per la fine. Difficile capirlo per chi ogni giorno si alza pensando, o meglio credendo, che il proprio mondo sia l’unica realtà possibile, eterna e immutabile. Eppure basterebbe ricordare le parole che Sant’Agostino rivolse ai fedeli nel 410, quando Roma fu saccheggiata dai Visigoti di Alarico: tutto ciò che è umano e terreno è destinato a finire perché ogni cosa costruita dall’uomo e per l’uomo è fatta di sabbia. Una lezione, che abbiamo rapidamente e volutamente dimenticato, ansiosi di immergerci di nuovo nelle nostre rassicuranti certezze. Ma a ricordarci la forza di queste parole ci ha pensato il premio Goncourt Jérôme Ferrari, con il suo “Il sermone sulla caduta di Roma” (edizioni e/o). Tutto in questo romanzo famigliare e geografico è destinato a finire: noi, da bravi spettatori, ne avvertiamo l’impermanenza e la fragilità. Ma per i protagonisti la fine arriva sempre troppo presto, inaspettata e dolorosa. E non è solo la fine di una vita: a sgretolarsi sono interi mondi, intere realtà. E così il mondo di Matthieu inizia laddove è finito quello di suo nonno Marcel, in Corsica: impossibile sottrarsi alla forza che i luoghi hanno sulle nostre esistenze. Sono quasi maledizioni che avvelenano intere famiglie, non saltando neppure una generazione. E così Matthieu si illude di poter costruire un suo mondo dietro il bancone di un bar, abbandonando gli studi in filosofia e la vita cittadina, per ritornare in quei luoghi dove tutto è iniziato. Sembrerebbe l’inizio di una bella storia, ma come ci insegna Sant’Agostino, i nostri mondi sono destinati a finire, prima o poi: finiscono la gioventù, l’amore, la guerra. Nulla è eterno: e in questo divenire continuo e doloroso dobbiamo trovare la forza di andare avanti. A dar coraggio, sono i ricordi, belli, brutti, buoni o cattivi, ma sempre presenti. La memoria, intima o collettiva, unica arma impotente contro il passato che muore: Ferrari si lascia sfuggire le sue origini profondamente francesi, calibrando le parole e raccontandoci una storia apparentemente consolatoria, ma che restituisce solo l’amarezza della vita.

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