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Bombolone alla crema

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L’appartamento era stato scelto esposto a est, così che non vi battesse il sole nelle ore più calde, quando lui era già a casa da un pezzo, con la nipote, a farle il bagno, mentre Elvira apparecchiava la tavola e il pranzo era pronto per essere servito e mangiato nel tempo strettamente necessario prima che Alice non stramazzasse sul letto, sazia di sole, onde e castelli di sabbia.

L’appartamento era stato scelto esposto a est, così che non vi battesse il sole nelle ore più calde, quando lui era già a casa da un pezzo, con la nipote, a farle il bagno, mentre Elvira apparecchiava la tavola e il pranzo era pronto per essere servito e mangiato nel tempo strettamente necessario prima che Alice non stramazzasse sul letto, sazia di sole, onde e castelli di sabbia.
Sul retro, su una lingua di prato e roselline gialle, affacciava un balcone attrezzato con un tavolino rotondo dove a stento ci si entrava in tre.
Era lì che ogni mattina, al risveglio, Alice trovava ad aspettarla, sopra una tovaglietta ricamata con un pulcino che sbucava da un guscio d’uovo, accanto ad una tazza di latte, adagiato su un piattino, un bombolone alla crema.

Giovanni partiva a comprarlo con largo anticipo rispetto alla sua sveglia, poco dopo le sei.
Beveva il caffè in piedi e usciva in missione in punta di piedi, con l’aria piacevole di quell’ora del mattino.
Prima però entrava nella stanza di Alice, per passarle una mano sulla testa tiepida mentre lei dormiva: la guancia rosa sul cuscino, le labbra aperte, in pace col mondo.
Si presentava davanti alla pasticceria prima ancora che fossero sfornati e aspettava il click nella serratura della porta per scambiarsi il buongiorno con la signora Teresa, mentre lei appendeva fuori il cartellino con su scritto “Aperto”.
Era sempre il primo ad entrare e travolto dal profumo avvolgente e tiepido delle brioche e dei bomboloni disposti in fila, in equa distanza, sopra una teglia rettangolare e infarinata, ne studiava la grandezza e il ripieno prima ancora che il fornaio li disponesse in una vetrina con le luci gialle, pronte per essere vendute.
Premuroso e attento, si prendeva il mento tra le dita, metteva a fuoco oltre gli occhiali con le lenti rettangolari a correggere una miopia che lo accompagnava dall’infanzia, e faceva un impercettibile segno di accondiscendenza tra sé e sé, puntandone uno tra tutti, come a dirsi che anche quella mattina aveva individuato il bombolone più grande, quello con più ripieno.
Quella sua attitudine a centrare il bersaglio probabilmente gli era venuta fuori a furia di allenarsi, per anni ed anni, con la settimana enigmistica, con quel gioco in cui vignettisti abilissimi ti costringono a guardare due immagini apparentemente identiche, messe a confronto e ti chiedono di trovarne le differenze millesimali.

Giovanni aspettava paziente e ingannava l’attesa recandosi presso l’edicola all’angolo per comprare il giornale.
Quel giorno era giovedì. Il giornalaio lo conosceva ormai, e glielo faceva trovare già piegato, insieme alla settimana enigmistica.
Lui lo salutava con un sorriso e un cenno del capo, e sapendolo taciturno, si limitava a dargli le monete esatte e a metterli sotto il braccio.
Si dirigeva verso una panchina alla fermata dell’autobus, dall’altra parte della strada, che dava sull’ingresso della pasticceria e aspettava leggendo i titoli del giornale.

Ogni mattina, su quella panchina, trovava seduta, ad aspettare l’autobus, una ragazza che indossava sempre dei sandali di vernice con i tacchi scheggiati, a reggere delle gambe sottili, leggermente gavelle, non di rado con dei lividi sulle ginocchia spigolose, a grande distanza dalla fine della gonna, molto corta, e canotte vistose, piene di pailettes di ogni forma e colore.
Emanava un profumo agrumato mescolato ad altri sgradevoli, che non le appartenevano.
Quel profumo pareva giungere più marcato dal suo collo, sul quale pendeva una catenina d’argento sottile, che le finiva nella fossetta sotto, con un piccolo pendente a croce.
I suoi occhi grandi e tondi, di un marrone intenso, inerti, sul viso ovale, dal colorito olivastro erano persi oltre la sbavatura di una matita nera sotto un mascara caricato sulle ciglia lunghe.
Guardavano la fine della strada, aspettava l’autobus.
Dava l’impressione di non abitare molto distante da lì, visto che tirava fuori da una borsetta con il tessuto consumato, un mazzo con tre chiavi, con l’atteggiamento tipico di chi sta per aprire un portone che ha di fronte.
Ingannava il tempo passando l’indice sul dislivello dei denti, impercettibile su quella piccola, della cassetta della posta, un po’ più accennato in quella media del portone, con la punta tonda, più marcato in quella lunga e definita della porta di casa, con la punta squadrata.
Probabilmente era troppo stanca per fare il tratto a piedi, oppure si era stancata di passeggiare su un marciapiede. O più semplicemente compiva il gesto per scongiurare quanto prima l’arrivo dell’autobus.
Giovanni la incontrò anche quel giovedì, sembrava più provata del solito.
Aveva sempre le chiavi tra le mani ma ciò che lo colpì fu che nervosamente giocava con un ciondolo appeso alla fine che non aveva notato fino al allora: un rettangolo in plastica colorata con su scritto in stampatello ALICE.

Rimase a fissare quel nome per qualche secondo, ognuna di quelle cinque lettere, poi lo sguardo gli finì su quella nuca con i capelli scuri, su una vertigine in alto sulla sinistra e gli venne voglia di accarezzarla, come aveva fatto con sua nipote poco prima.
La ragazza, quasi a sentirsi osservata, aveva d’un tratto girato la testa di scatto investendolo con occhi inerti ma turbati. Non lo guardavano. Poi si era girata di nuovo, dandogli le spalle curve, chinando la testa e tirandosi i capelli di lato.
In quel attimo Giovanni aveva notato, dietro al suo collo, i segni di dita nodose e tozze, sui quali poggiava la catenina, con la croce che stava al contrario, come di chi è stato sdraiato fino a poco prima e non ha avuto il tempo di accorgersene e sistemarla.

Aveva poi sentito il rumore della porta della pasticceria che si apriva e notato la signora Teresa che lo aspettava.
Si era alzato, aveva attraversato la strada ed oltrepassato quella porta.
Aguzzata la vista, aveva scelto un bombolone enorme.
La pasticcera lo aveva preso e incartato e automaticamente, si era limitata poi a battere con le dita sui tasti della cassa, senza chiedergli se gli servisse altro, ma Giovanni, mentre lei gli porgeva lo scontrino, aveva di nuovo puntato gli occhi su quei bomboloni e le aveva chiesto di incartare separatamente, un altro, sempre grande, sempre molto ripieno.
Aveva pagato in fretta ed era uscito.
Dall’altra parte della strada, l’autobus quella mattina era arrivato stranamente, maledettamente, in tempo.
Giovanni aveva attraversato affannato ed era giunto dall’altra parte, dove l’autista aveva intanto chiuso la porta e stava già partendo ma lui agitò la mano in aria più che poté, un paio di volte e quello aprì.
Gli chiese di aspettare un paio di minuti.
Quello lo guardò scocciato, con l’aria di chi ha appena iniziato a lavorare senza voglia.
Alice era lì: tra tutti i sedili liberi, aveva scelto quello in fondo, nell’angolo e vi si era accasciata su.
Giovanni le andò incontro e vide che si era addormentata.
Le poggio il bombolone incartato sopra la gonna e si affrettò a scendere.
Le porte si chiusero e Giovanni rimase immobile, fissando l’autobus che lentamente gli scorreva davanti per riprendeva il tragitto.
Oltre l’ultimo finestrino due occhi grandi e tondi, stropicciati, afferrarono i suoi e Giovanni sussultò.
Alice alzò la mano, gli sorrise.

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