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Lucy from the sky with demons

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Minchia che botto. Ho fatto un volo allucinante. Non che non ci sia abituato, intendiamoci. Volo per costituzione fisica. Le mie ali sono grandi, candide, vellutate. Anche le più invidiate, ma non per vantarmi eh.

Minchia che botto.
Ho fatto un volo allucinante. Non che non ci sia abituato, intendiamoci.
Volo per costituzione fisica. Le mie ali sono grandi, candide, vellutate. Anche le più invidiate, ma non per vantarmi eh.
Le stesse ali che adesso mi bruciano perché – do un’occhiata fatta bene – si sono tutte sbucciate su questi sassi del cazzo.
Dove sono atterrato, però, non l’ho ancora mica capito.
Mi guardo un attimo intorno e, a occhio e croce, non è il Paradiso.
Troppa gente senza ali – tipi molto strambi a dire il vero – tutta in fila sotto una colonna bianca.
Ah aspetta, non è una sola. Una moltitudine di colonne, porca miseria!
L’ho sbattuta proprio per bene la testa e, infatti, scopro di avere un bernoccolo grosso quanto il cupolone che mi sovrasta.
Ho la mente offuscata, ma ricordo comunque che, prima di precipitare stavo all’Heaven Cafè con un paio di amici. Una serata come tante, una birretta in compagnia, due chiacchiere, un pokerino.
Ora, non è perché sono io, ma è risaputo dalle mie parti che sulle cherubine esercito un certo fascino. Non a caso qui sono il più bello di tutti.
Ah, a proposito, quella degli angeli che non hanno sesso è una stronzata messa in giro da qualche invidioso frustrato.
Insomma, ero lì che ridevo e scherzavo e si avvicina la pupa più bella di sempre – una bomba sexy, da paura. Ho pensato di trovarmi in paradiso e – beh, si – in effetti ci stavamo tutti.
Posa le sue tette enormi sul tavolo e mi fa:
– Ma lo sai che dove ti muovi porti la luce?
– Piccola, non a caso mi chiamo Lucifero. Ma tu chiamami Lucy.
Le ho posato una mano sulla coscia e lei ha risposto con un risolino ammiccante. Poi con le sue ali d’argento morbide e calde mi ha sfiorato le braccia e mi ha cinto la vita.
La serata prometteva bene. Di solito sono tutte santarelline.
Fino a che dal nulla non ti vedo sbucare Michele Arcangelo. Tutti sanno che è parecchio frustrato, poveretto, a causa di questo suo lungo doppio nome.
E poi non sta troppo simpatico in giro. Tirapiedi del capo, aspira da anni al posto di segretario e messaggero, ma non è ancora riuscito a farsi amare più di Gabriele Arcangelo (i nomi doppi sono abbastanza frequenti da queste parti).
Veniva verso di me come una furia e un po’, devo ammetterlo, faceva quasi paura.
– Che pensi di fare, eh? – aveva sbottato.
– Hey amico, calma, è tutto a posto.
– Tutto a posto, eh? Come spieghi allora che hai le ali sul sedere della mia ragazza?
– Ma niente ciccio. Si era qui a fare due chiacchiere, non pensare subito male.
– Beh, non riesce tanto facile con te in giro. Ti ho visto, sai. Che avevi in mente, eh?
Si stava gonfiando tutto e pareva ingigantirsi a poco a poco che si avvicinava, mentre io mi rimpicciolivo.
Poteva anche dirmelo che era fidanzata, la stronza. Considerando soprattutto che il tipo è monogamo e puritano.
– Ok, ok. Mi dispiace. Ti assicuro che non succederà più.
L’avessi mai detto. Ho fatto appena in tempo a indietreggiare un attimo, che lui aveva impugnato una bottiglia di birra vuota.
“Vuoi la guerra? E guerra sia”.
Armato anch’io di bottiglie, ho sfoderato il primo colpo. Michelino si era preso una bella botta.
“Ah, non fai più il gradasso, eh?”. Sono piuttosto bravo in certe cose, azzarderei a dire di essere temuto effettivamente quassù. Solo che stavolta qualcosa è andato storto.
Il locale si era diviso in due schieramenti. Un centinaio di alati gridava fortissimo intorno a noi. Un tifo degno delle migliori squadre di serie A.
Poi non so bene cosa è successo. Qualcosa deve avermi distratto, dannato me.
Sta di fatto che mi sono ritrovato per terra con una ventina di angeloni sopra di me che mi prendeva a bottigliate in testa.
Poi il mio sfidante, con aria da femminuccia e facendo la lagna, mi ha fatto:
– Adesso andiamo dal capo!
E mi sono ritrovato trascinato via per i capelli, umiliato davanti a tutti.
La sede del parlamento Di-vino (è nota a tutti la passione di Gesù Superstar per questa bevanda sopraffina) era poco distante da lì.
All’ingresso, davanti alla porta a vetri scorrevole, si viene accolti da una reception gremita di serafine centraliniste meravigliose. Siamo sempre in Paradiso, dopotutto.
Non è stato difficile per il biondino palestrato che mi aveva battuto farsi ricevere pur non avendo un appuntamento.
L’ufficio del capo è al primo di tre piani. Questi sono già d’altronde chiaramente contrassegnati sull’ascensore:
1. Padre
2. Figlio
3. Spirito Santo
Fuori dall’ascensore un potentissimo odore di incenso ti invade le narici.
Sulla porta dell’ufficio campeggia la targa con su scritto “Dio” sovrastata da un’aureola in oro e di fianco un’altra targhetta recita il verbo “Suonare” sotto una campana da cui pende una cordicella.
La stanza è enorme e si sviluppa in lunghezza. In pratica si deve percorrere circa un chilometro prima di raggiungere una scrivania nascosta da una montagna di fogli in cima alla quale fa capolino un fascicolo che riporta la definizione “Casi Umani”.
Il boss ci ha accolto con l’aria severa di sempre. Vuole fare il duro con quella sua barba lunga e quel suo sguardo accigliato, ma lo sanno tutti che è un bonaccione.
– Mi rincresce venire a conoscenza dell’increscioso incidente verificatosi poc’anzi – ha tuonato minaccioso.
“Minchia, le notizie corrono” ho pensato.
La checca che mi siede accanto prova a giustificarsi miseramente, mentre si accarezza il bernoccolo che ha in testa.
“Povera stellina, si è rovinato la chioma”.
– Sono mortificato, Signore. Ma posso assicurare che si tratta di un episodio isolato, almeno da parte mia. Lei sa come sono sempre pronto a difendere il Bene e, beh, non potevo rimanere a guardare.
“Leccapiedi di merda”.
– Michele caro, pur non apprezzando, come sai, un uso spropositato della violenza, prendo atto della tua scelta come un mezzo necessario alla difesa dei nostri principi. Quanto a te, Lucifero…
– Signò, io mi sono solo difeso, lo giuro su Dio… Cioè, insomma, lo giuro, aveva una bottiglia e io ero lì e c’era la folla in delirio…
– Ho sentito e visto fin troppo. Non accetto giustificazioni. In verità io vi dico, però, mi è venuta un’idea. Mai ho visto qualcuno come te, Lucifero, incarnare così bene il Male. Osservavo gli uomini poco fa… E… Beh, sono un po’ confusi ultimamente. Non è che hanno molto chiaro il concetto di Bene. Però se noi contrapponessimo a questo una forza uguale e contraria… Forse, forse…
E si grattava la sua barbona mentre rifletteva. Poi, con un po’ troppo entusiasmo per i miei gusti, ha quasi urlato:
– Ci sono! Serve un nuovo regno. Il regno del Male. Con un nuovo direttore.
Non sono riuscito a nascondere l’entusiasmo. Mi immaginavo già seduto sul mio trono, col mio scettro e la mia corona, un sacco di servitori al mio cospetto, tante belle donne intorno e una temperatura calda – quanto mi piace il caldo.
Ho sempre pensato che, se avessi avuto un regno tutto mio, lo avrei chiamato Inferno.
Ah, già lo immaginavo, il mio Inferno.
– Partirai per la Terra domani mattina, Lucifero.
“Aspetta… che?!?”
– Signore… Non penso di aver capito bene…
– Michele Arcangelo qui presente ti aiuterà, tranquillo… Ti darà quella che si dice una “spintarella”…
Quel figlio di buona donna di un Arcangelo mi ha guardato con un sorrisetto sghembo e mi ha accompagnato fuori dall’ufficio e quindi dal parlamento.
Poi con tono canzonatorio ha detto:
– Ciao ciao Lucy!
E con un calcio nel sedere mi ha spedito quaggiù.
Alla mia sinistra, scorgo un tizio che legge il giornale. Sulla prima pagina campeggia il titolo a caratteri cubitali “E’ ARRIVATO LUCIFERO – Ondata di caldo infernale travolge Roma e il centro Italia”.
Quindi è a Roma che mi trovo. E hanno avvisato tutti che sarei arrivato e che mi piace il caldo. Bah, non mi pare una mossa tanto astuta. Faccio per avvicinarmi al tipo per chiedergli di farmi leggere l’articolo, ma, nel frattempo, sento un urlo disumano dietro di me. Mi giro e trovo una donna che copre gli occhi al suo bambino mentre indica scandalizzata i miei gioielli di famiglia.
Effettivamente mi rendo conto che qui girano tutti vestiti, cosa che da noi avviene solo per le alte cariche.
– Cos’è signora, pensa che i bambini li porta la cicogna? Vuole mica farsi un giro?
Intanto una piccola folla si è riunita intorno a me. Mi alzo un po’ a fatica, mi fa male tutto e sono sporco e pieno di graffi. Mi annuso un’ascella. Cazzo, puzzo pure.
Qualcuno ha tirato fuori cellulari e macchine fotografiche per immortalarmi.
Sono una star. Ah Gesù, me spicci casa.
– Ahò, anvedi, ma che hanno spennato un gabbiano qua? – ha detto un tizio.
Mi tocco dietro la schiena e… Oh merda, dove sono le mie ali?
Mi giro e assisto inorridito al tappeto di piume bianche dietro di me.
Qualcuno mi indica, mi guarda e ride. Altri urlano e scappano inorriditi.
– Ma ‘ndo vai, ma chi te manna in giro, ah verme!
Si sa com’è lo showbiz insomma, non si può mica piacere a tutti.
Decido che prima di firmare gli autografi è il caso che mi dia una ripulita. Dietro di me c’è un edificio enorme, quello con la cupola.
Rivolgo un cenno con la mano ai miei fans e mi dirigo verso l’entrata.
Magari c’è un po’ di acqua santa per sciacquarmi.
Faccio per accodarmi alla gente in fila per entrare. Certo, mi sa che di privacy ce ne sarà poca, ma va beh, bisogna pure sapersi adattare.
Mi passano davanti due vecchiette vestite completamente di nero, coperte dalla testa ai piedi. Mi fissano sconvolte e una delle due sviene addosso all’altra.
Ero sicuro di non aver perso il mio charme.
Arrivo sotto le colonne e vengo bloccato da un tipo con una divisa strana tutto impettito, con un’aria da bullo.
– Scusi lei, dove pensa di andare?
– Mi pare ovvio, voglio entrare.
– Non sta né in cielo né in terra che lei vada in giro così, tutto nudo. Figuriamoci entrare a San Pietro! Dove sono i suoi documenti?
– Hey bello, ma che pensi di sapere di quello che sta in cielo, eh? Io posso entrare dove mi pare, non sai chi sono io!
– Un grande figlio di buona donna drogato schifoso che adesso viene con me in centrale. E non prima di essersi coperto con qualcosa, ma si vergogni!
– Si vergogni a me! A me! Te lo faccio vedere io adesso!
E sto per sferrargli un pugno come si deve, quando lui, più rapido, ha già tirato fuori un manganello e con una ferocia mai vista prima si avventa su di me e comincia a picchiarmi forte.
Al terzo giro di manganello, sono a terra, confuso.
Minchia che botto.

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