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Congedo

di

Data

Chiudo la valigia e scendo in salotto: c’è odore di fumo e una nebbia densa. La attraverso tossendo forte. Spalanco le finestre: Silvia ciondola annoiata dal ramo più basso del nespolo in fondo al giardino, la testa di capelli ricci e neri stretta tra le braccia, le ginocchia piegate a mezz’aria.

Chiudo la valigia e scendo in salotto: c’è odore di fumo e una nebbia densa. La attraverso tossendo forte. Spalanco le finestre: Silvia ciondola annoiata dal ramo più basso del nespolo in fondo al giardino, la testa di capelli ricci e neri stretta tra le braccia, le ginocchia piegate a mezz’aria. Pochi metri più in là, i due agenti calcano il sentiero oltre la staccionata, a piccoli passi sfaccendati.
Sparpaglio i tizzoni nella stufa, le fiammelle vacillano sopra la cenere. L’aria che entra è fredda e cruda. Sul tavolo c’è una strage di mozziconi di sigaretta e scatole di medicinali.
Butto giù due pastiglie, mi avvicino al lavandino, apro il rubinetto e mi lavo le mani una, due, tre volte, poi smetto di contare. Quando finalmente riesco a darci un taglio apro lo sportello sotto il secchiaio per assicurarmi che la valvola del gas sia chiusa. La giro e rigiro un’infinità di volte, ogni tanto chiudo lo sportello e poi sono costretto a riaprirlo per controllare, finché l’effetto della fluoxetina mi investe di grazia. Ora posso dare le spalle al lavandino: l’orologio segna le due e un quarto. Trascino la valigia fino alla porta, resistendo ai richiami delle compulsioni. Apro e sono fuori. Silvia è ancora là, aggrappata al ramo. Mi siedo sul legno gelido dell’unico gradino della veranda. C’è una palla mezza sgonfia alla mia destra, tra un ciuffo d’erba e uno sprazzo di terra. La raccolgo, insieme alle forze che mi rimangono.
«Giochiamo?», chiedo con il poco, falso entusiasmo che mi riesce.
Silvia raddrizza le gambe e molla il ramo, il pallone si ferma
poco dietro di lei. Si volta e lo raccoglie. Ci lanciamo la palla, facendola salire più in alto possibile, qualche volta fingo di mancare la presa, di inciampare, di cadere. Il picco dell’intrattenimento che posso offrire oggi. Finalmente mi rimprovera divertita:
«Papà, ma cosa fai?»
Per qualche istante dimentico tutto, trattengo il suono delle sue risate, guardo a terra.
Quando rialzo la testa Silvia è dritta in piedi, il pallone vicino alla scarpa destra, gli occhi sbarrati.
«Cosa succede?», le chiedo.
Non risponde, non si muove.
È già capitato che si immobilizzasse così, fin dal giorno della
sentenza, quando ho dovuto spiegarle cosa mi sarebbe successo. Mi avvicino, le accarezzo una guancia.
«Tu hai paura?» mi chiede indicando i poliziotti.
«Sì, mi mancherai tantissimo».
«Anch’io ho paura».
«Potrai venire a trovarmi con la zia, una volta al mese».
«Lo so. Me lo hai già detto».
«La zia si prenderà cura di te, ti vuole bene».
«Io ho paura di uccidere qualcuno», dice alzando le braccia,
poi trattiene il fiato e si appende al ramo.
«Non devi avere paura, non è qualcosa che può succedere
senza che tu lo voglia», dico.
Silvia si tira su e dondola un po’, con la faccia seria, guardando davanti a sé.
I due agenti osservano l’orizzonte piatto, in corrispondenza
di un punto nero che si avvicina portando con sé un brusio secco. Poco dopo un’automobile parcheggia lungo la staccionata. Mia sorella scende, fa un cenno agli agenti, si ferma davanti al cancelletto del giardino. Silvia ed io la salutiamo con un gesto della mano, lei risponde solo alla bambina ed evita il mio sguardo. Si accende una sigaretta e ci dà le spalle.
«Andiamo», dice uno degli agenti senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Un barlume di violenza mi si accende da qualche parte nel mezzo del torace, ma l’intruglio chimico delle pastiglie lo spegne subito.
Raccolgo la palla e mi incammino verso la veranda. Silvia mi segue con lo sguardo, senza espressione. Quando sono davanti alla porta le lancio la palla con una mossa volutamente goffa e le dico:
«Tirala più in alto che puoi!».
Silvia non ride. Nemmeno durante la lettura della sentenza ho sentito lo stesso senso di vuoto e di nudità. Prendo la valigia, attraverso il giardino, apro il cancello. Mia sorella si scosta e mi guarda con disprezzo. Quando raggiungo gli agenti provo uno strano sollievo. Mi fanno salire in macchina. Prendo un’altra pastiglia. Dal finestrino vedo la staccionata e la casa. Partiamo. Continuo a guardare anche quando l’automobile si allontana: dal camino esce ancora un filo di fumo, ma non c’è nessuna palla che voli in alto.

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