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L’ultima stanza

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La camera d’ospedale in cui l’hanno sistemato ha due letti, ma l’altro al momento è vuoto. L’infermiera ha chiesto se doveva avvertire qualcuno. Nessuno, ha detto Antonio. Non c’è più nessuno da avvertire.

La camera d’ospedale in cui l’hanno sistemato ha due letti, ma l’altro al momento è vuoto. L’infermiera ha chiesto se doveva avvertire qualcuno.
Nessuno, ha detto Antonio. Non c’è più nessuno da avvertire.
Ha sistemato le poche cose che ha portato con se nell’armadio a un’anta e nel comodino. Tenta di infilare il pigiama bordeaux. Il pantalone s’incastra sul tallone, lo strattona e finisce per tirarlo troppo su: l’elastico sale oltre la vita e l’orlo sopra le caviglie, con un effetto buffo, da pagliaccio. Poi entra nel bagno per riporre il resto. È lungo, stretto e non ha finestre. C’e un piccolo specchio con la cornice di plastica blu, appeso al muro con un gancio giallo, di quelli che si trovano al supermercato. È rotto in più punti e restituisce immagini spezzate.
Col passare delle ore il reparto si è svuotato. Il numero degli infermieri è diminuito: il via vai ordinato nel corridoio è come una corrente d’acqua calda in un mare freddo, che fluisce, estraneo. Per la notte si è accesa una luce azzurra, densa, che non produce calore.
Antonio, seduto sul letto, gioca con le pantofole logore. Le sposta con piccoli tocchi per poi recuperarle. Le allontana e le riprende. Poi le infila.
Ha sete. Percorre tutto il corridoio, avvolto dalla luce azzurra. La bottiglia, che rotola dentro la gola del distributore e finisce nella bocca aperta, produce un tale rumore di ferraglia, che pensa di aver svegliato tutto il reparto.
Beve lunghi sorsi d’acqua fresca e, mentre sta tornando indietro, la nota.
È in piedi sulla porta della camera, stretta in una vestaglia di cotone. Non sa dirne l’età, ma certo è un po’ più giovane di lui. Non sembra malata, anzi. Ha un’energia vitale contagiosa, anche ora che non fa proprio nulla, anche ora che è solo ferma, in piedi, sulla porta. Ha lunghi capelli bianchi, sciolti sulle spalle, ma potrebbero anche essere azzurri. Come la luce del corridoio.
Buonasera, gli sussurra.
Buonasera. Antonio sistema i piedi nelle pantofole larghe, spingendoli bene fino in fondo. Raddrizza la schiena.
Vuole entrare? Ha fatto un passo indietro per farlo accomodare. Si è seduta sul letto e lui di fronte, su una sedia. Parlano sottovoce.
Non è qui da molto. Non l’ho mai vista.
No, da qualche ora. E lei?
Da una ventina di giorni, ormai.
Allora tra un po’ potrà tornare a casa.
Beh, non è così semplice.
Si avvicina ad Antonio che la guarda negli occhi, ha grandi pupille grigie con schegge d’argento nel mezzo. Questa è la mia ultima notte qui. Ma non tornerò a casa. Mi trasferiscono, ha spiegato. Ecco perché l’ho fermata. Vorrei chiederle un aiuto.
Un aiuto? Certo se posso. Ma perché proprio a me?
In questo reparto non ci sono molte persone che camminano sulle proprie gambe. Se ne sarà accorto. Entrano con le proprie gambe – non tutti, certo – ma in capo a un paio di giorni se ne dimenticano. Si sentono malati, stanchi. Rinunciano. Chiusi nelle proprie camere, ubbidienti, attaccati a cannule che portano cibo, medicine, ossigeno. Non li vedi più.
Si è avvicinata ancora un po’ ad Antonio e, mentre parla, raccoglie i lunghi capelli bianchi da un lato, accarezzandoli. Scopre un piccolo orecchino, una lacrima di perla.
Nelle camere più lontane ci sono i pazienti appena arrivati, dice. Non stanno bene, ma neanche così male. Vecchi, come me e lei. Poi quando peggiorano, li spostano in un’altra camera. Più avanti. Le stanze per i pazienti più gravi sono all’inizio del reparto. Le attrezzano per le diagnosi che non lasciano speranze. E sono le più vicine all’uscita, tanto ormai…
E lei? Ha chiesto Antonio. Le hanno già cambiato camera?
Oh sì, un paio di volte. Come vede, siamo a metà del corridoio. Ma la mia situazione peggiora. Per questo mi trasferiscono, domani. Nella stanza vicina al distributore.
È una notte calda, di fine maggio. Dalla finestra socchiusa entra un filo di vento che porta il profumo dolce dei tigli del viale, più tenace dell’odore alcolico dei medicinali e di quello viscido del cibo consumato.
Resti con me. Fino a domani.
Antonio le prende le mani, sono morbide e asciutte. L’aiuta a stendersi nel letto e resta a guardarla, mentre lei si sposta contro il muro, per lasciargli spazio. La vestaglia si apre sopra le gambe magre e scopre un tubicino che scende lungo la coscia. Drena liquido scuro dentro una sacca, assicurata alla gamba. Dietro si è creata una piaga, spunta oltre la medicazione: un triangolo rosso, di carne viva. Lei tira il lembo della vestaglia, tenta di coprirsi, ma la sacca punta sul materasso, gonfia la stoffa e resta lì, in vista. Una pozza nera contro il lenzuolo pulito.
Ora devo andare, dice.
Stesa nel letto la donna continua a lisciare la vestaglia e a cercare di coprirsi.
E dove? Dove pensa di andare? Forse spera che a lei non capiterà. Non questa malattia forse, ma un’altra sì, le capiterà. E farà male.
Lei non mi conosce. Antonio cerca di controllare la voce e di restare calmo ma non ci riesce. Lei non sa nulla di me, della mia vita e della mia salute. Alza il tono delle voce, si allontana dal suo letto. Io uscirò da qui. Ha capito? Le mie analisi sono buone, il medico ha detto che sto bene. Solo qualche controllo e andrò via da qui.
Lei guarda fuori dalla finestra.
Io invece non uscirò, dice, e mi toccherà l’ultima stanza.
Uscirà. Certo che uscirà. Maledizione. Stringe la sponda del letto con entrambe le mani, la scuote. Gli manca il fiato, digrigna i denti.
Esce dalla stanza, cammina più in fretta che può ma le pantofole deformate, gli rallentano il passo. Ne perde una, ci inciampa contro e cade, ormai a un passo dalla sua stanza. Maledizione. Maledizione!
Rimettersi in piedi gli provoca un dolore intollerabile. Si regge sulla porta, si aggrappa alla maniglia che si flette quando prova a sollevarsi. Prima una gamba, poi l’altra, si tira su. Tossisce, piegato in avanti, si appoggia al muro fino a quando recupera fiato.
Raddrizza le spalle e torna indietro, zoppicando.
Le chiederà di scusarlo. Le dirà che è solo un vecchio sciocco. Ecco quello che le dirà.
La stanza di lei è vuota. La forma del corpo della donna resta ancora appiccicato alle lenzuola e sul cuscino. Dalla finestra entrare odore di terra.
La trova nella stanza vicino al distributore. È a letto, distesa su un fianco.
Eccomi, le sussurra all’orecchio. L’aiuta a voltarsi sulla schiena.
Le schegge d’argento dei suoi occhi brillano dentro pozze di lacrime, come pezzi di vetro bagnati dall’acqua sulla riva del mare. Le carezza i capelli dispersi sul cuscino, raccoglie le ciocche che le attraversano il viso. Le bacia.
Restano stretti nel letto, le dita intrecciate in mezzo a loro.

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