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La vita in rose

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La catastrofe era stata annunciata alla tv da giorni ed era stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alcuna via di scampo. Una tromba d’aria di intensità pari a quella di un uragano tropicale si sarebbe abbattuta sul litorale tirrenico per la prima volta a memoria d’uomo.

La catastrofe era stata annunciata alla tv da giorni ed era stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alcuna via di scampo. Una tromba d’aria di intensità pari a quella di un uragano tropicale si sarebbe abbattuta sul litorale tirrenico per la prima volta a memoria d’uomo. Attila, questo il nome che ripetevano i telegiornali in sottofondo, puntava dritto a casa mia, periferia nord di Ladispoli. La sfortuna mi teneva compagnia da così tanto tempo che la notizia non mi sorprese e mi lasciò come mi aveva trovata.
Alla sigla finale dell’edizione delle 13:30 del Tg1, avevo ripreso, senza spegnere la tv, ad aggirarmi come una zombie tra i due piani di quella casa isolata a un passo dal mare. Stavo salendo le scale quando mi soffermai sulle foto appese al muro. Presi tra le mani la prima e vidi un uomo dalla barba nera che lasciava intravedere una splendida fila di denti perfetti e sorrideva. Sorrideva a me. Era bello? “Sì, mi sembra ancora bello” pensavo mentre infilavo la mano in tasca al giacchetto della tuta blu e facevo risuonare il tubetto delle pastiglie. “Mezzo vuoto… quante ce ne sono ancora?” Tirata fuori la mano dalla tasca contai le pillole che intravedevo nel fondo trasparente del piccolo contenitore giallo sotto l’etichetta. Ne ingoiai subito un paio. Dalla finestra il cielo si rannuvolava e il vento aveva iniziato a tirare forte, mancavano poche ore all’arrivo di Attila. Un respiro profondo e ripresi i miei conti con la memoria. Riappesi la foto del mio ex marito al muro e non riuscendo a trovare un giusto equilibrio del ritratto che si inclinava a destra e a sinistra, continuavo a fissare quel sorriso che ora mi sembrava beffardo. Lo stesso che aveva quando si scusò delle sue scappatelle, un lungo elenco confessato prima della sua fuga d’amore definitiva con la nostra vicina e sua collega di lavoro. Mi catapultai a mille metri sopra la mia testa e mi osservai da lassù: vidi un manichino spento sulle scale che non sapeva dove guardare e lo spostai sul gradino superiore.
Presi in mano una seconda fotografia: Laura e Mariasole quindici anni fa, gita del liceo, non ricordavo altro. Mi venne voglia di sentirle e andai alla ricerca del cellulare e mentre mi affannavo a finire gli ultimi gradini verso la camera da letto sentii una vibrazione. Entrai di corsa nella stanza, prima sulla poltrona coperta dai vestiti, poi verso il letto sfatto, alzai e lanciai alle mie spalle un paio di riviste spanciate sul cuscino e controllai dietro due libri sul comodino. Il fremito sembrava ovattato come se il telefono fosse avviluppato in qualcosa di morbido e continuava a ronzare. Trovai l’arnese dentro una piega del copriletto, paziente e insistente. Chi chiamava mi conosceva bene; potevo riconoscerlo da come suonava che era una delle mie figlie.
“Pronto, Laura? Sapevo che eri tu”
“Ma’, piantala con sta storia che capisci dal trillo chi è a chiamare, per favore” mi sgridò subito mia figlia Laura. “Ho poco tempo mamma, Lorenzo arriva da Milano e ho i piccoli da prendere. Vieni da noi più tardi? Hai poi deciso? Mi faresti un favore a tenere i piccoli e poi c’è il compleanno della mamma di Lorenzo, la domenica… ”
“Avevo pensato di stare dalla mia amica Sara la notte della tromba d’aria, tu quando dicevi?” mi ero completamente dimenticata della festa della suocera di mia figlia.
“Come quando? Ma mi ascolti? Alle solite, ma’. Va beh ora vado ti richiamo stasera” e chiuse la chiamata.
Io avevo continuato a parlare o meglio a giustificarmi “Laura non è così, io… non so…” ma ero sola al telefono. Pensai alla chiamata che volevo fare: “Mariasole”. Il telefono dell’altra figlia, la più grande anche se dava solo una anno a Laura, suonava, suonava senza risposta. Le persiane sbattevano forte perché non le avevo fissate e non me ne curai, la stanza era diventata più buia e c’era un odore di terra misto a gas.
Seduta sul letto col telefono all’orecchio scostai uno dei libri appoggiati sul comodino che cadendo fece scivolare fuori un foglietto. Un elenco di città greche, un viaggio che noi quattro avevamo pianificato tanti anni fa ma che non abbiamo mai fatto. Avrei voluto che qualcuno potesse aiutarmi a risolvere tutto. Tirai fuori dalla tasca il flacone giallo, aprii il cassetto e presi anche quello di scorta. Una, due, tre pillole per allontanare i ricordi.
Le pillole stavano facendo effetto, ero quasi in uno stato di trance ma respiravo a fatica, l’aria si bloccava nel mio naso e non usciva. Mi sembrava di soffocare e iniziavo a smaniare. Intontita mi interrogavo sul perché fossi finita così e nella mia analisi non ne uscivo bene: pigra, esasperante ed egoista; aveva ragione Laura! Ero stanca di vampirizzare il mondo e la vita. Ci doveva essere stato un tempo in cui il mio cuore era diventato secco come argilla al sole e divenuto polvere, era stato soffiato via: aveva lasciato una traccia sul petto, una macchia di muffa, come quando scostiamo un oggetto dopo anni di ignorato riposo. Un peso costante mi rendeva impossibile ogni pensiero, quando alla fine nella mia testa prese forma la soluzione che mi avrebbe liberata da questo incubo per sempre. Illuminata da quell’idea mi tranquillizzai. Avrei salutato il mondo che conoscevo prendendo appuntamento con Attila: con l’arrivo della tromba d’aria sarebbero iniziate le ultime ore della mia vita.
Inghiottii tutte le pillole rimanenti nella bottiglietta di plastica gialla un’ora prima che si scatenasse la furia della natura. In quel momento mi sentii alleggerita e i pensieri si assottigliarono lasciandomi intravedere una vera pace, stavolta dentro di me. Iniziarono i primi lampi e la pioggia, rami che si piegavano al vento elastici o roteavano snodati. Sedie, tavolini e mille altri oggetti volavano in alto come palloncini. Il caos restava tutto fuori e non mi riguardava più.

Dormii per sedici ore e finito l’effetto delle pillole cominciai a percepire il rumore di un drappo che sventolava e un soffio freddo e umido sulla pelle. L’aria sapeva di legno e di mare nelle mie narici libere e gelate.
Aspettai che tutto si zittisse prima di decidere di svegliarmi del tutto. Aprii gli occhi e mi sollevai sui gomiti. Dalle finestre rotte della mia camera da letto, tra le crepe dei vetri rotti e le liste di legno a penzoloni, intravidi un pezzo di cielo e qualche coda di nuvola biancastra ormai sgonfia d’acqua. La stanza era irriconoscibile: la scrivania ribaltata e i libri scaraventati ovunque, anche sul letto dove ero distesa, l’armadio si era aperto di lato ed era crollato facendo cadere tutti i vestiti in un piccola montagnola di stoffa colorata. Un altro scorcio di cielo si era fatto spazio dal soffitto e illuminava l’angolo accanto a me. Non dubitai per un secondo: ero ancora viva.
Mi alzai per scendere al piano di sotto e vedere il reso della casa. Infilai i miei piedi nelle pantofole di peluche rosa che avevo comprato con Sara mesi fa durante una sessione di shopping.
“Vorrei vivere in una casa ricoperta di velluto rosa, sì…” le dicevo e sghignazzavo man mano che si chiariva l’immagine che avevo in mente, un po’ allegra per il vinello pomeridiano “ecco, sì tutto rosa, anche gli oggetti, le cose, i mobili, i tappeti, le poltrone: tutto rosa” continuavo attaccata al suo braccio e appoggiata su di lei in un equilibrio precario lungo i corridoi del centro commerciale. Non la smettevamo di ridere e di strattonarci. Anche Sara era brilla e piangevamo di gioia come due ragazzine. Proprio in quel momento l’occhio mi era caduto su un paio di pantofole di peluche rosa ben in mostra in una vetrina. Le comprai quel giorno e ora le avrei usate per la prima volta. Seduta sul bordo del letto le rimiravo affascinata e contenta. Improvvisamente cominciarono ad apparire piccole macchie rosse che si allargavano man mano sul tessuto e solo allora mi resi conto che avevo delle ferite su tutto il corpo e dalla mia testa gocciolava un po’ di sangue per terra. Non mi allarmai, non sentivo alcun dolore. Muovevo le punte dei piedi dentro le pantofole e sentivo ciuffi di pelo sfiorarle e infilarsi tra le dita per poi scivolare sulla pianta sospesa che pian piano si adagiava sulla stoffa lanosa. Che bell’accoglienza, pensai. Cercai l’uscita della stanza tra le macerie sparse intorno al letto. Mi fermai sul pianerottolo poco prima dell’inizio dei gradini e allungai lo sguardo in basso, la tromba d’aria aveva spazzato tutto anche sotto, a cominciare dalle fotografie appese al muro. Le immagini del mio vecchio marito e delle mie figlie si erano volatilizzate. La moquette che ricopriva le scale era imbevuta di pioggia e i miei piedi affondavano ad ogni passo, l’acqua passava dalle pantofole alla mia pelle e la rinfrescava. Ero un fuoco e il contatto con quella fibra bagnata mi dava un profondo sollievo ristoratore. L’acqua aveva coperto la poltrona e il divano: riuscivo ad intravedere i primi gradini e alcuni oggetti in trasparenza. Sotto il livello dell’acqua tutto sembrava pulito e limpido: sopra, mobili sconquassati, macerie e pezzi di oggetti ormai indefiniti, sotto le cose brillavano sospese nei loro contorni perfetti dentro quel caleidoscopio acquatico. Non resistetti e mi immersi in quell’acqua rivelatrice. Mi sono lasciata andare all’indietro con una lieve spinta formando delle piccole onde che mi incoronavano la testa come il velo blu della madonna ed fu mentre galleggiavo verso il tavolo delle riviste che mi accorsi che l’acqua intorno alle ferite delle mie braccia diveniva rosa e il mio corpo prendeva colore. Sentii distinto il battito di un cuore e chiara si accese la voglia di vedere quella stanza ricoperta di velluto rosa.

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