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Peso specifico

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Ricky, il bambino magro, ha tre anni. Si arrampica agilmente sull’albero e raggiunge i rami. Poi si volta verso Angela, la bambina grassa, che è rimasta alle pendici. Anche lei ha tre anni.

Ricky, il bambino magro, ha tre anni. Si arrampica agilmente sull’albero e raggiunge i rami. Poi si volta verso Angela, la bambina grassa, che è rimasta alle pendici. Anche lei ha tre anni.
“Sali”. Il punto interrogativo non c’è perché lui non sa ancora che il movimento di un corpo è legato al suo peso specifico; e, per quel che ha visto del mondo finora, quella bambina, con il rotondo sorriso su una faccia rotonda, dovrebbe seguirlo, posando i piedi sulla corteccia, e issarsi con leggerezza di fiato.
Ricky afferra un ramo e all’improvviso cade giù qualcosa. Non distingue cos’è, ma sente un gran tonfo. Forse è una di quelle enormi pigne che a volte ha trovato sparse nei prati.
“Sali?” Adesso è una domanda. Perché il bambino impara in fretta le cose.
Lei non mostra alcuna volontà. Continua a sorridere, come un cerchio perfetto. Allora la linea retta di Ricky fa il percorso all’indietro, ridiscende dall’albero; tradisce la sua natura di avanscoperta. E si posa accanto al cerchio, in attesa. Le scorre sul braccio con la mano, proprio mentre la mamma, rimasta seduta sulla panchina dei giardini pubblici, chiama. Si alza quasi subito per andare. “Ciao”.
Da sola, Angela guarda l’albero intero, fin sulla cupola verde.
Ogni volta che vede Ricky, Angela si sente in bocca il dolce. Dopo tanti mesi e dopo che i mesi scorrono in piccoli anni, lei ha sempre questa riserva di zucchero molle sotto la lingua mentre gioca con lui. Perciò è capace di affrontare le cime senza guardare in basso. Quella volta, per esempio, hanno 8 anni. Sono in camera da soli, hanno chiuso la porta e nessuna mamma viene ad aprirla. Le mamme si sono conosciute, hanno fatto amicizia, si fidano di loro due insieme.
Ricky scala per primo come sempre l’armadio. Sulla sua sommità c’è abbastanza spazio per raggomitolarsi. Poi dall’alto si lancia sul letto in picchiata, anche aprendo le braccia e facendo un suono con la bocca. Angela lo guarda incantata, decide di rifarlo. E lo fa, persino; il suo corpo che vuole cambiare peso e forma si allunga sulla cassettiera di fianco, che sembra essere lì per un primo appoggio. Poi Angela guarda bene l’armadio di mogano antico, ne calcola la tenuta, le rientranze e le scanalature che serviranno da appigli per la salita. Il viso di Ricky fa capolino dal tetto, dice: “Sali” e gli occhi la incitano a cominciare. Angela fa il primo tratto. Ansima e si ferma. Combatte con la forza che la tiene in basso. Ricky tende una mano. Angela non la vede, continua da sola; poi se ne accorge, riesce ad afferrarla. Fa un suono anche lei adesso, nel punto esatto dove scava un vuoto nella pancia, per accogliere il fregio intagliato della cornice. I capelli, per il colpo, sono andati oltre il laccio che li trattiene; la camicetta larga, invece, ora aderisce su un sottile capezzolo. Poi si strappa, la scopre tutta.
Nonostante questo resta tranquilla. È in alto. Inizia a muoversi per conquistare il tetto, usando le braccia come leva. Anche Ricky si muove: è prono e la prende con le mani a coppa sotto le ascelle. All’inizio pensa di non farcela perché Angela ormai pesa parecchio e ha un piede solo poggiato sul pomello al centro dell’armadio. Poi ci riesce e ha il busto di lei davanti, passa con la testa vicino al suo petto. E in quel momento ha gli occhi sul suo capezzolo, lo guarda bene, è rosso; spicca, come nel bianco dell’ovatta, dove nessuno aspettava una presenza appuntita. Si fa distrarre per un momento dalle ciocche a grandine, mentre la prende intera, finalmente, e la fa adagiare. Lei respira fortissimo. Lui torna a quel capezzolo. Diverso da quelli della mamma. Perché è certamente di Angela. E Ricky per la prima volta può guardare, a lungo, senza che qualcosa del corpo venga bruscamente ricoperto. Ricky quindi guarda. E decide anche di toccare. Ha l’istinto della linea, lui; l’istinto adatto per andare a vedere.
Angela sa di stare bene. Non ha più dolore. Non ha altro che ritmiche manciate di zucchero nella bocca. Come quelle che prende con il cucchiaino quando la mamma non la vede. Adora il dolce. E Ricky, lei lo ha capito subito, sa come procurarglielo in qualsiasi momento. Che sia inventarsi vette da raggiungere o che sia il gioco del capezzolo – che si sgonfia e poi si indurisce, ora che lui lo sfrega e lo carezza – Ricky è il suo amico migliore. Non l’ha chiamata mai mucca. Non la prende in giro per i vestiti larghi. O perché non termina la corsa con gli altri insieme alla maestra. Ricky le sfila la camicetta, le sfila anche la gonna, tocca l’altra punta, scende in basso con lo sguardo alla piccola, nuda “v” di Angela, si fa il quadro completo. Resta sul bordo del tetto sovrastando il corpo morbido e calmo di lei, che adesso respira in silenzio mentre guarda la testa di Ricky. Poi, sempre a bocca chiusa, a capo chino, lui si toglie la maglietta, i pantaloncini. Il suo membro acerbo ora è scoperto, Angela può vederlo e, anche se fino a quel momento non ci aveva mai pensato, glielo esplora a occhi attenti perché lui vuole così, la sta di nuovo portando in vetta, le sta ancora segnando il cammino. Angela non sente più il proprio immenso corpo, non si vergogna più di essere mucca.

“Prendi il cioccolatino”. “Grazie” risponde Zina con uno dei suoi sorrisi strizzati che Angela non ha mai visto fare prima di ora, ma che su Ricky – osserva – hanno un effetto dirompente: lo spingono ad offrire a quella bambina tutto il sacchetto, che tra l’altro aveva fatto comprare alla madre quel mattino, prima di scuola, proprio pensando a Zina. Zina, un nome delicato. Come le fattezze minute di questa loro nuova compagna di classe. Hanno 11 anni ed è iniziato il quarto d’ora di ricreazione. Angela non si allontana mai da Ricky e sono diventati una cosa sola: ma Zina, da quando è inspiegabilmente comparsa, sembra essere un’altra vetta. E Angela sta buona a guardare. Sente che stavolta non può seguire. Perché Zina è una cima strana, non si limita a rimanere immota; si incurva, attira: tutti i maschi di classe puntano invincibilmente verso di lei. Angela registra l’accaduto, come quando si coglie ogni dettaglio prima, molto prima di sapere la fine della storia.
“Angela, non so perché. Zina è un’altra cosa”.
Sono seduti, da soli, di sera, nei giardini pubblici. Dopo cena la mamma di Ricky si è messa a parlare al telefono e, con una mano che copriva per un attimo il microfono, ha detto: “Ok, andate”.
Angela non respira. È come quando tenta di salire e va in apnea. Il peso da spostarsi è troppo grande.
“Ma almeno mi hai amata?” trova la forza di dire. Hanno 12 anni: e lei trova la forza di dire. Ma Ricky, come sempre, non sbaglia il colpo, non la delude mai. Risponde, lui; e sa cosa rispondere, sa come trovarle il dolce, anche in quel sapore amaro. “Pazzamente”, stabilisce. “Pazzamente”: un avverbio che prima nei discorsi non esisteva e ora resta.
Angela ha 13 anni. Ha sognato Ricky. Da quando è andato via è la prima volta che le accade di notte. Non c’erano stati proclami speciali, niente di memorabile. Angela si era solo accorta, un mattino di scuola, che Ricky non c’era, dritto, tra lei e quelli che dicevano mucca. Un mese prima lei era andata con la mamma a salutarlo in aeroporto. I genitori di Ricky preparavano molte valigie per il check-in e avevano nelle mani i documenti. C’era una strana confusione che Angela non aveva mai provato intorno a lei e Ricky. E poi, da lontano, oltre una larga vetrata, si vedeva la monumentale cima dell’aereo, con la sua voragine spalancata dalla quale ondeggiava una scala, quasi troppo piccola e leggera da usare. Angela la stava guardando ancora, mentre Ricky imboccava il corridoio di imbarco con la testa voltata verso di lei, le labbra che si muovono, ma non si sente.

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