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Il bello di noi donne-vulcano

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La prima di noi a sposarsi era stata Alice. Con l’automa che le imbustava la spesa al supermercato. Che d’accordo, è antropomorfo e tutto, ma nemmeno da lontano lo si potrebbe scambiare per un umano vero, e si inceppa quando deve pronunciare le doppie;

La prima di noi a sposarsi era stata Alice. Con l’automa che le imbustava la spesa al supermercato. Che d’accordo, è antropomorfo e tutto, ma nemmeno da lontano lo si potrebbe scambiare per un umano vero, e si inceppa quando deve pronunciare le doppie; allora grazie tante, ho pensato, a questo punto meglio il mio Aldo. Solido. Muto. Inodore. Quando l’ho incontrato ero su una pista da sci. Nevicava. Aldo era in servizio: era un automa semianimato in ghiaccio, addetto alla manutenzione delle Funivie Camune. Io sono una ragazza solare e un po’ pazza, ho l’energia di un vulcano, ma qualcuno ha detto che gli opposti si attraggono. Gli avevo chiesto: «Hai da accendere?».
Per una volta uno bello. Aveva sulle tempie sottili cavi azzurri, occhi opachi come bon bon alla menta, arti (e non solo) perennemente rigidi. Ai tempi di mia nonna sarebbe stato impensabile che mi sposasse; per mia mamma era ancora scandaloso. Se io e Aldo eravamo potuti diventare marito e moglie era stato grazie al Referendum di Gennaio, voluto dalle madri costituenti quindici anni fa.
Mio padre aveva già lasciato la città, come quasi tutti i maschi adulti che conoscevamo, emigrati in continenti dove ancora potevano contare qualcosa: il golpe delle donne, qui da noi, li aveva privati già da qualche anno dei diritti civili, obbligati a lavorare per stipendi ridicoli e rimossi da tutti i posti di potere. Prima del colpo di stato gli uomini erano trenta milioni nel Paese. Al momento del referendum poco più di metà. Quando ho sposato Aldo, in tutta Milano erano un migliaio. Ma era gente come il mio vicino di casa Pablo: siamo cresciuti insieme e gli voglio bene, ma è uno col fisico da poeta, timidissimo, mammone. Che male può fare al regime uno così?
Per soppiantare gli emigranti, sul lavoro, era nato un mercato fiorente di automi, costruiti in vari materiali: il ghiaccio, un ghiaccio speciale animato da una manciata di transistor, andava per la maggiore, perché era bello, duttile e costava pochissimo. Gli automi erano ottimi come operai. Ma sempre più donne li volevano come fidanzati: muti, servienti, dal design elegante. Niente depilazione obbligata, tacchi al primo appuntamento, niente più paragoni impliciti con le pornostar né accuse di «parlare troppo» o «essere un po’ suora» o «prendersi troppo sul serio». Facevi il giudice, la ministra, la chirurga? Nessuno sussurrava che forse «avresti spaventato il tuo compagno» o «eri un po’ fallica». Guadagnavi molto? Perfetto: serviva a comprarsi un automa più bello. Pesavi cento chili? Lui poteva sollevarti con un braccio solo, e a colazione, se glielo chiedevi, ti scaldava il quarto croissant. Per relazionarsi con loro non era necessario essere dolci, o sensuali. Per la verità, nemmeno gentili. Potevamo finalmente mettere in pratica il primo diritto fondamentale della nuova costituzione, approvata per acclamazione: essere noi stesse.
Con la legge approvata dal Referendum di Gennaio, finalmente, potevamo anche sposarli. Le civiltà si evolvono così: per glaciazioni.
A me e Aldo chiedevano tutti: ma d’estate come fate? Quando vuoi prendere il sole, dove lo lasci? Il riscaldamento in casa sta acceso? Come se il problema di una coppia fosse il meteo. Casa nostra era climatizzata a -2°, io giravo in piumino, avevo una pelle bellissima. Quando era in un’altra stanza mi chiedevano: ma ce l’ha una volontà? Ce l’ha un’anima? Ma certo che l’aveva. A noi due piacevano il gelato artigianale e le tempeste di ghiaccio; Arvo Pärt, i vini arancioni, la pittura iperrealista. Era un conservatore. Il primo anno insieme fummo felici e contenti.
E poi? E poi non lo fummo più.

Un marzo caldissimo fece perdere ad Aldo molto peso. Si coprì di brina, come un frigo abbandonato. Lo so, è il matrimonio: nella buona e nella cattiva sorte. Ma forse non ero pronta. Non comunicavamo. Era diventato freddo. Continuava ad andargli bene tutto quel che facevo ma anche per questo mi sembrava sempre più uno senza qualità. Bella la vita, eh, Aldino? Hai una moglie piena di iniziative, che ti porta a teatro, al cinema, in montagna, tu mai un’idea, mai una sorpresa, mai un pensiero carino. Sei diventato prevedibile. Non mi emozioni più. Gli dicevo queste cose ogni sera, e lui muto, gli occhi luminescenti come fuochi fatui. Sembrava dirmi: ma che cazzo vuoi, lo hai sposato tu uno che è un automa. E lì toccava dargli ragione.
Litigavamo. Io lasciavo tutti i fornelli accesi, per dispetto; lui abbassava la temperatura e quando rientravo la casa era un igloo. Io gli spegnevo sigarette su un braccio: non restavano cicatrici, solo buche profonde, come quando si fa pipì sulla neve. Lui mi si lasciava cadere addosso all’improvviso, da dietro le porte, usando il pene appuntito a mo’ di arma bianca. Tu sei un vulcano, mi dicevano le amiche, sei sprecata per lui, meriti di più. Ripresi a uscire con Alice, che da quando aveva provato a truccare il motore di suo marito, allacciandolo a un vibratore, si era abbonata a un matrimonio bianco per sempre. Entrambe volevamo divorziare, ma la legge non prevedeva un iter per separarsi dagli oggetti. Potevi solo liberartene.
Così una sera rientrai con una fiamma ossidrica nello zaino, e un nuovo mocio per pulire a terra. Ma trovai Aldo sulla soglia, con le orbite tutte sfavillanti di azzurro. Mi liberò dallo zaino, premuroso ma perentorio: in salotto erano in venti, tutti come lui. Non avevo mai saputo che avesse degli amici. Mi girai verso la porta d’ingresso, ma Aldo fu più svelto: mi abbracciò, e subito tutti corsero a circondarci.
Era estate, indossavo un vestitino leggero. Stretta nel ghiaccio quanto sarei potuta durare? Urlavo, ma la mia voce rimbombava. I minuti passavano. Mi feci la pipì addosso e i due che mi stavano contro si scostarono, come in un prato di ortiche. Ma poi la morsa tornò a richiudersi.
Fu lì che pensai all’accendino che avevo in tasca. Lentissimamente, fasciata dal ghiaccio, dovevo trovarlo. Le dita non le sentivo più, e anche se lo avessi raggiunto chissà se avrei saputo ancora accenderlo. Ma ce la feci. Il bello di noi donne-vulcano è che non ci arrendiamo mai, dice una scritta che ho letto su Facebook di recente. Scottai l’automa che avevo più vicino, che si ritrasse e colpì quello dietro, che reagì e gli si fece cadere addosso; poi scottai Aldo, che non era mai stato un cuor di leone, e si piegò in due. Scivolai, ma poi raggiunsi la porta, fradicia, con le labbra viola. Ero fuori casa. Il mio matrimonio era finito. Citofonai alla porta di fronte, e mi aprì Pablo: i suoi occhi castani, gentili, non li avevo mai trovati così belli.

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