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Chiedo perdono

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È lì seduto sulla poltroncina di vimini dell’androne. Non ci si è mai seduto prima. Di solito se ne sta nel portico col giornale in mano e invece ora è lì, come a sbarrarmi il passo. Mi sono raccattata quattro cose e le ho messe in un borsone.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio sull’autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

È lì seduto sulla poltroncina di vimini dell’androne. Non ci si è mai seduto prima. Di solito se ne sta nel portico col giornale in mano e invece ora è lì, come a sbarrarmi il passo. Mi sono raccattata quattro cose e le ho messe in un borsone. Devo solo scendere le scale e uscire. Dove vado ancora non lo so, ma so che devo andare. Scendo i gradini della prima rampa, dal ballatoio si vede il soffitto affrescato nei primi del ’900. Pittori abruzzesi locali lo hanno dipinto per poche lire o per avere in cambio le cure dal medico del paese. Era lui allora il padrone di quella casa, fatta costruire dopo il terremoto del 1915, quello che aveva raso al suolo la Marsica. Quando mio padre l’aveva acquistata negli anni ’60, i soffitti delle stanze di sopra erano neri di pipistrelli. Non li avevo mai visti prima e avevo scoperto solo allora che si trattava di topi con delle larghe ali, alla ricerca del buio e della libertà.
Devo andare via da quella prigione estiva, di cui l’amore materno ha scavato la cella e la protezione paterna ha costruito le sbarre. Devo scendere le scale, senza guardare la poltrona di vimini su cui lui è seduto, senza ricordare tutti i viaggi per arrivare da Roma lungo la Tiburtina, le canzoni di Mina, Celentano e Battisti spalmate nell’aria dai finestrini aperti. La mia voce che prende gli acuti e riempie le tre ore del viaggio, mentre i miei genitori mi ascoltano, felici del mio stare con loro al mondo. Scenderò la seconda rampa e andrò dritta fino al portone, lo varcherò, camminerò a passi misurati sull’erba gialla mista a sassi di quell’arida Marsica, arriverò al cancello, ne aprirò l’anta accostata e poi a passo veloce, quasi di corsa, andrò giù per la discesa, fino alla provinciale, al primo pullman di cui non so neppure gli orari.
Tutto è cominciato quella stessa estate con il viaggio a Verona. Io e mia cugina da sole, su un treno che ci porta per la prima volta verso una città qualunque. No, non una città qualunque, ma Verona. La città in cui mio padre, a 19 anni era stato richiamato alle armi durante la maturità. La città in cui forse aveva avuto la sua prima fidanzata e da cui era cominciata l’avventura che l’avrebbe portato dopo pochi mesi ai lager nazisti. Verona era la città di cui si era riempito il mio immaginario di adolescente, attraverso i racconti di un padre che aveva vissuto la Storia. Non aveva potuto negarmelo quello squarcio di libertà, forse perché attraverso il mio viaggio poteva riprendersi un po’ dei suoi vent’anni, un respiro di spensieratezza prima del buio. Rivedere attraverso i miei racconti i luoghi in cui aveva camminato, ragazzo, con le mani in tasca alla vita. Eravamo salite sul treno e avevamo ascoltato nel rumore delle rotaie e nel vociare delle stazioni il primo suono della libertà. Poi quel suono era diventato, con le ore, più sordo per le note basse della paura che si mischiava ai desideri custoditi nelle pagine dei troppi libri letti e dei troppi giorni non vissuti.

Passeggiare nel Giardino dei Giusti era stato un ritrovarsi a casa, un muovere i passi con Goethe tra i cipressi neri ed eterni, arrampicandoci sotto una fitta pioggia tra fiori gialli e violetti, statue d’imitazione greca e giochi di siepi. E poi nella sera piena di odori, in mezzo al corso luccicante di vetrine e colorato di gente avrei incontrato il suo sguardo. Il mio giovane cuore assaporò le linee del suo viso, l’amara dolcezza delle parole e fuggì nella notte dei vicoli stretti. Seduta su una scalino in piazza Erbe, imbiancata di chiarore crepuscolare, vedevo luci artificiali formare prismi scintillanti per i miei occhi astigmatici. Le voci del mercato giungevano uniformi alle mie orecchie, come silenzio. Amavo quell’angolo di mondo pieno di vita e di eternità, pieno di minuti scanditi dall’orologio della torre merlata. Dimenticare il corpo in una lunga gonna senza colori. Le orecchie tintinnano del fitto scrosciare della fontana. Gli occhi persi nella folla. In quell’attimo senza tempo mi hai preso le mani. Mi hai trascinato tra palazzi del trecento e fontane rinascimentali, nei chiostri bianchi di bifore, negli angoli allegri di colombi, nei nostri occhi luminosi e colmi d’immagini. Jo vendeva i suoi quadri sul lungo Adige, avevamo parlato solo un po’ e la sera per caso ci eravamo rincontrati in piazza delle Erbe. Lui ed un suo amico. Io e mia cugina. Nella notte i nostri sguardi, le mani e i versi di Majakowskij “Potranno mai le foglie secche delle mie parole trattenerti un momento”. Era bastata quella notte per capire. Avevo 21 anni e dovevo andare, camminare per le strade delle mie tante Verona, per scegliere dentro agli occhi di chi perdermi, per scoprire che erano i miei stessi occhi. Ero tornata e avevo raccontato a mio padre la mia Verona, che non era la sua. La mia era la piccola città della mia giovane voglia di crescere, di conoscermi, oltre quella arida terra marsicana, oltre le mura di pietra del 1915. Non era la Verona che aveva fatto la sua Storia nel 1943. Lui mi aveva guardato con occhi di disprezzo, ero una poco di buono, una donnetta di facili costumi. Aveva forse pensato alle donne partigiane, alle ebree trascinate con lui sui carri merci destinati a Mauthausen. Chi ero io? una ragazzina alla ricerca di banali avventure con imbrattatele di dubbia provenienza. Ecco chi ero.

Devo scendere quelle scale. Non per andare da Jo, ma per andare nelle strade di Jo, per respirare la notte, di cui le mie ali sono affamate. Non posso rimanere in quella casa che risuona d’insulti, di disprezzo, di schiaffi che fendono l’aria di fine agosto.

Devo scendere: basta mettere un piede dietro l’altro, uno scalino sotto l’altro. L’acustica delle scale e dell’ampio androne può competere con quella di un teatro. Lo sapevamo bene, quando da bambini con i miei cugini avevamo approntato lì, la nostra pièce “omicidio a via degli Olmi”, in cui una insospettabile vecchietta, impersonata dalla mia ormai ventenne compagna di viaggio, era l’artefice di efferati omicidi. “Dove vai?” Eccola la voce di mia madre che rimbomba nell’androne come nell’orecchio di Dionisio e sale su per i gradini, con la velocità che i miei piedi non riescono neppure a immaginare. Mi guarda dal fondo delle scale. “Me ne vado” le rispondo, cominciando lentamente a scendere come nell’immagine di un film. “Vuoi far prendere un infarto a tuo padre? Non lo vedi che sta male…”. Il padre che mi ha urlato parole d’ingiuria, che mi ha colpito sul viso con la mano pesante di sempre, sta male. Ho un rigurgito di rabbia che mi spinge giù per gli scalini, che mi spinge verso quella sedia di vimini in cui se ne sta seduto e lo vedo, da vicino. Nella poltrona sembra più magro e meno alto. Gli arti appaiono chiusi sul corpo. Ha gli occhi velati di lagrime. Quegli occhi verdi con cui mi ha sempre incenerito sin da piccola brillano. Occhi che anni prima erano rimasti asciutti davanti a sua madre morta, perché un uomo non piange, perché in un paese della Sicilia un don… non piange e il dolore se lo tiene dentro. Ma la vergogna di una figlia che se ne vuole andare, la vergogna partorita in una casa sconosciuta della lontana Marsica può far cadere gli argini e fare uscire gocce di fragilità con cui l’animo è impastato. Il viso è inclinato leggermente su un lato, le labbra sottili chiuse in una smorfia di sofferenza. I miei occhi si fermano su quel quadro dipinto nell’angolo. Le gambe si paralizzano. Gli occhi vanno a cercare quegli occhi per chiedergli di essere cattivi, vanno alla bocca per chiederle di cavare parole di disprezzo, a quegli arti di muoversi e aggredire. Ma lui è fermo e io pure. Due figure messe in un angolo: io guardo lui, lui guarda il ragazzo sbandato a Verona dopo l’8 settembre, guarda una ragazza che scherza con uno che vende quadri su un ponte. “Ciao papà io vado, mi dispiace, ma vado” . La mia voce esce fuori da un fondale sconosciuto. E’ la mia voce ma mi sembra quella di un’estranea. “Se esci da quella porta non rientri ”. Le sue parole camminano sui vecchi binari dell’autorità paterna, ma risuonano dei toni sordi delle labbra piegate alla sofferenza. Non voglio sentirle le sue parole, le inflessioni cupe di un uomo fragile, che guarda deluso un mondo che non è più il suo, ma di altri strani e inconsistenti personaggi. Devo andare. Devo voltarmi verso la porta, fare pochi passi e volgere la schiena a quella poltrona che contiene i suoi resti. Oltrepassare la porta, calpestare la terra bruciata dall’estate, aprire il cancello, scendere giù fino alla provinciale, fino alla fermata dei pullman. Dietro ai vetri scorre la campagna coi pochi alberi sparuti e dietro ancora le montagne sono grigie. Non c’è verde per la siccità, ma il cielo è azzurro, proprio azzurro.

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