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Il clandestino

di

Data

Senza volontà, Guido si prepara ad affrontare la nuova giornata. Da quando sua moglie è morta, i suoi giorni sono tutti uguali. È un pensionato vedovo, in buona salute, ma depresso, un vecchio convinto di non avere più nulla da dare… aspetta l’ora…

Senza volontà, Guido si prepara ad affrontare la nuova giornata. Da quando sua moglie è morta, i suoi giorni sono tutti uguali. È un pensionato vedovo, in buona salute, ma depresso, un vecchio convinto di non avere più nulla da dare… aspetta l’ora…
Gravato dai soliti pensieri, esce di casa. La porta del capanno degli attrezzi è accostata; si stupisce perché è sicuro di averla chiusa la sera prima. Forse si sbaglia, e va per controllare, uno sguardo all’interno e un moto di sorpresa e di paura lo coglie: c’è qualcuno raggomitolato in un angolo, due occhi sbarrati lo fissano, impauriti, come di un condannato in attesa di sentenza.
D’istinto Guido si chiude in difesa, ma quello sguardo fisso, implorante, impaurito e incerto scioglie la sua tensione, e si accorge che è un ragazzo, poco più di un bambino la persona che ha di fronte e che lo guarda fisso.
“Chi sei?” Per tutta risposta il giovane lo guarda implorante, estrae dalla tasca del giubbino liso una bustina di plastica. Gliela porge. C’è un biglietto spiegazzato, con su scritto un numero di telefono e l’indirizzo di Monaco di Baviera, di un certo Ahmed Musa Abdi, Agnes Strasse 10b. Da un foglio, che forse è un documento, legge Ali Musa Abdi, Massaua, juli 2003.
“Ti chiami Ali? Vieni dall’Eritrea?. Capisci se ti parlo in italiano? ” il ragazzo annuisce;
“Che posso fare io? Devi andare via.. Hai proprio sbagliato posto…” il vecchio tenta l’ultima resistenza.
Il ragazzo non reagisce, accenna un flebile “ thanks, thank you” “E va bene. Intanto ti porto qualcosa da mangiare, ma forse è meglio se entriamo in casa.
Veloce, non farti vedere.” Guardandosi intorno, entrano in casa.
“. Ho del formaggio, dei fagioli…. mangia mentre cerco un maglione, qualcosa di più pesante, dormire all’aperto non è ideale quassù , anche se siamo in primavera, ed è più caldo della norma”.
Rovista in cassetti che non aveva più aperto, trova i giacchettoni che sua moglie usava, perché con quelli stava calda e poteva muoversi più liberamente, lei ripeteva ogni volta.
Doveva avere davvero una gran fame, nota Guido mentre porge le maglie al ragazzo, che guarda fisso il telefono, sulla mensola accanto alla porta della cucina, senza osare toccarlo.
“Provale, ce ne sarà una che ti va bene, non sei poi così piccolo di struttura. Io mi chiamo Guido. Se vuoi fare un bagno caldo…..ma forse vuoi telefonare. Chiama, dai.”
Il ragazzo sorride, capisce ciò che il vecchio gli dice. “are you Guido?….phone yes, thank you…” .
Ali alza la cornetta, compone il numero, ma senza esito. “ No, no” sussurra, negando col capo. “Ci riprovi più tardi, il telefono è là .”
Nel vecchio si sta ridestando la natura napoletana, l’empatia tipica che in tanti anni di vita nel piccolo paese di montagna aveva controllato, adattandosi all’ambiente.
Guido è là, che rovista nella dispensa semivuota, trova solo degli spaghetti, un barattolo di pelati, qualche scatola di legumi.
“Conosci gli spaghetti? Li preparerò per pranzo. Buoni come li faccio io, non li hai mai mangiati.” dice mentre cerca nella credenza pentole adatte allo scopo. Torna a cucinare, è una cosa che non faceva più. La piccola cucina è impregnata dell’odore di sugo di pomodoro. In tutta la casa si spande l’odore. “ Una casa è viva se ci sono odori”, amava ripetere Ada, sua moglie.
Guido torna ad apparecchiare la tavola, aveva dimenticato che si può mangiare seduti ad un tavolo a consumare il pasto insieme a qualcuno.
Il ragazzo partecipa alle operazioni seguendo ciò che il vecchio dice sottolineando ogni azione con “ yes, tank, thank you” .
“Basta con i tank, qui si dice “grazie”. E poi non stare sempre a ringraziare…” Si siedono a tavola, Guido con piacere osserva l’ospite che prova a mangiare gli spaghetti,
sorride nel vederlo in difficoltà, “ È probabile che non li conosce, gli spaghetti” pensa. “Guarda me, ne prendi qualche filo con la punta della forchetta, poi arrotoli e via in bocca.”
Ali osserva curioso, poi in un modo o nell’altro, gli spaghetti un po scotti, li finisce.
Il ragazzo dimostra di essere rispettoso e molto educato; goffo, cerca di aiutare nel rigoverno. Al vecchio fa piacere osservarne la vivacità curiosa tipica dell’adolescenza.
Girano per la casa, Guido gli mostra tutto; si soffermano a guardare le foto incorniciate, testimonianza dei tempi belli e ormai andati,“ Vedi come era bella la mia Adina? Era la più bella del paese! E ha sposato me.”
Ali è attratto dalla tromba, custodita in alto sul mobile della saletta d’ingresso, “Sono stato prima tromba nella banda cittadina” si vanta “poi mi sono ammalato di asma….” Però il vecchio non è proprio contento del fatto che tocca ogni cosa, della sua collezione di reperti della grande guerra. Ad ogni mossa, è ricorrente un “fai attenzione, sono cose molto delicate” oppure, “le armi non si toccano, si toglie l’olio che protegge l’acciaio, poi le baionette le guardi solo da lontano, che potresti farti male”. Ogni volta per tutta risposta è “sorry, sorry…Guido sorry.”
Le proteste divertono Ali, è come un gioco, sembra quasi che lo faccia apposta a toccare tutto.
Si è adattato il ragazzo, non è ancora sera ma conosce già tutto della piccola casa. Hanno imparato a comunicare con poche parole e tanti gesti, e si capiscono. Mentre lo osserva Guido pensa che oggi non è andato al cimitero, e ha dimenticato la
pillola della pressione. Pensa anche che Ali ha occhi buoni e un sorriso franco, lineamenti molto delicati. Pensa che potrebbe andare lui stesso a Monaco, a conoscere questo Ahmed (sarà suo fratello?), ad accertarsi che esiste, non ha alcuna voglia di mandare un bambino allo sbaraglio, non vorrebbe contribuire a fornire manodopera a costo zero a qualche malintenzionato. Quest’ultimo sta diventando un pensiero fisso, in fin dei conti come fidarsi di un indirizzo e un nome? Ora però la priorità è che il ragazzo non venga scoperto.
Sul tavolo è aperto un vecchio atlante, riemerso dal fondo di un cassetto. Ali ha davanti la pagina dell’Africa, e mostra a Guido la terra da dove è venuto. Indica Massaua. Segue col dito il lungo viaggio che ha fatto, attraverso il Mar Rosso e poi l’Egitto, poi ancora mare. Il vecchio pensa che Ali è un ragazzo davvero in gamba, deve essere andato a scuola, ha familiarità col libro , e si immalinconisce quando il dito continua a scorrere sulla pagina dell’Europa e si ferma su Monaco di Baviera. Il ragazzo sembra avere chiaro dove vuole che si concluda il suo viaggio, ha nella testa solo di andare via.
Il giovane cerca di raccontare aiutandosi con la mimica: “ Dead….mom and dad are deads, my parents dead…all dead …. Ahmed, my brother,..live
in Monaco…” mentre compone un sei con le dita. Guido intuisce ciò che dice, più che capire, in patria forse non ha più nessuno, saranno sei
mesi che è partito? “Dunque non hai più nessuno in Eritrea?” Il ragazzo fa no col capo , “Ahmed, to Monaco”
ripete. “Ali dobbiamo essere prudenti, non possiamo rischiare che ti trovino.”
Distogliendo lo sguardo dal ragazzo e scuotendo la testa continua tra sé: “Penso proprio che andrò a conoscere questo fratello ….”
Ma lui sta ascoltando, lo guarda e parlando anche con le mani: “ We go, you and me go…” “Ma che dici? Ho capito bene? vuoi partire con me?” Guido sorride, il ragazzo sente bene e
capisce tutto quello che gli interessa…. “Sei stanco? Andiamo a dormire? Vieni, prepariamo il divano letto.” Ali si stende, prende immediatamente sonno.
Guido, invece, per l’eccitazione, non riesce a dormire. Cerca la carta stradale del centro Europa, cerca di darsi un’idea del viaggio da affrontare. La vecchia Ford Escort modello familiare, ce la farà ad arrivare a Monaco, è datata, ma ben tenuta. Pensa alla grande difficoltà di attraversare l’Austria e poi la frontiera in Baviera con un clandestino a bordo.
“ Comunque, meglio affrontare il viaggio e rischiare di essere denunciato per aver aiutato un clandestino minorenne, piuttosto che abbandonare il ragazzo al suo destino. Non lo potrei accettare. E poi che mi possono fare? sono troppo vecchio anche per finire in galera.”
Il ragazzo dorme sereno sul divano letto nella saletta d’ingresso, “Chissà se sta sognando” gli viene da pensare.
Lo guarda ancora una volta prima di andare a coricarsi.
È l’alba quando si sveglia da un sonno tormentato. Il cervello macina idee su idee. Esce di casa silenzioso per non disturbare Ali.
Dal grande ciliegio, che con la chioma di foglie ricopre quasi totalmente l’area del giardino, arrivano i concitati cinguettii degli uccelli. È un concerto mattutino a cui non aveva più prestato attenzione. La ford è sotto la tettoia accanto al capanno degli attrezzi, è una macchina grande, si presta per ricavare uno spazio che contenga il ragazzo durante il viaggio.
Ha il cervello in fiamme il vecchio. Sente ad un tratto, dietro di sé la presenza di Ali, uscendo lo ha svegliato. “Ali, stamattina debbo scendere in città. Mi devi promettere che non esci di casa, devi
essere prudente. Mentre sono via, riprova a telefonare, magari oggi risponde qualcuno. Partiremo per Monaco quanto prima.”
Il giovane ha bisogno di abiti, ma soprattutto di scarpe. “Che numero hai di scarpe?”e guardando, “Hai un bel piede, quello è un quaranta sicuro. Ora torna a dormire, è ancora presto, anche per andare in città è presto.”
Guido lo guarda mentre, ciondolante e assonnato, rientra in casa e non può fare a meno di pensare, con la morte nel cuore, che Ali come è venuto, presto se ne andrà, col soffio di primavera che ha portato in casa; è cosciente che la vita del ragazzo è altrove, deve accontentarsi del piccolo ruolo che gli è capitato in questa storia. Godrà della sua presenza, finché lui avrà bisogno del suo aiuto e poi si inventerà un commiato, e gli rimarrà, indelebile, il ricordo del ragazzo, di quel soffio di primavera e di un’esperienza nuova e bellissima, che lo ha coinvolto anima e corpo.
In città ha sbrigato tutto in poco tempo, non gli resta che preparare la macchina per la partenza.
Carica la ford all’inverosimile, con tutti gli attrezzi da lavoro che sono nel capanno, soprattutto i pezzi della piccola impalcatura, che usa per la manutenzione della casa. Fa in modo che le assi arrivino a coprire il sedile del passeggero. “Tu, ragazzo, ti sistemerai là sotto seduto sul pavimento. Se sarò fermato, farò il vecchio chiacchierone e un po rimbambito, è sicuro che con i crucchi funziona, non vedranno l’ora di liberarsi di un rompiscatole.” dice ad Ali, che segue le operazioni seduto a terra nascosto dietro un bidone di raccolta dell’acqua piovana. Non resta che sistemare i teli mimetici per coprire le attrezzature. Rientrano in casa, il ragazzo torna accanto al telefono, e ad ogni tentativo di chiamata fa segno che non gli risponde nessuno.
“Comunque partiamo presto, appena arrivati andremo subito all’indirizzo, se siamo fortunati troveremo qualcuno della comunità del corno d’Africa, e avremo notizie.” lo consola Guido, ma dentro di se pensa che non è un buon presagio, sarebbe stato tranquillizzante se qualcuno, Ahmed o chi per lui, avesse dato segno di esserci.
“Adesso prepariamo il pranzo, poi bisogna riposare il più possibile, partiamo a notte fonda. Lo stufato di carne e verdure che ho messo su stamattina è cotto . Però metti su l’acqua, ci vuole anche un po di pasta, intanto faccio un ragù in bianco, bagnato con un bicchiere di Caldaro rosso, è insuperabile”. Il ragazzo lo guarda preoccupato, “No, non facciamo gli spaghetti, ho comprato i paccheri, che sono una bontà… vieni trita la cipolla, impara a cucinare, è utile….”
Mentre consumano il pasto, guardano il televisore per ingannare il tempo dell’attesa. Il ragazzo mangia con voracità accompagnato dall’occhio compiaciuto del vecchio, che nota quanto è impaziente ed eccitato, “Non sta un attimo fermo!”
Una notizia attira la loro attenzione.. Si parla di Monaco di Baviera, della rete di accoglienza messa in piedi dopo che la Germania ha aperto ai rifugiati. È il progetto Bahnhof Mission, e pare che, grazie a ciò, assistenti sociali addirittura, aspettino i migranti alla stazione. Immediatamente a Guido viene in mente che se non dovesse esserci nessuno all’indirizzo, Ali potrebbe farsi trovare da loro alla stazione centrale. È minorenne, cosa potrebbe rischiare oltre che essere mandato a scuola? Poi inserito nella comunità potrebbe cercare suo fratello.
Sarebbe la soluzione perfetta, non lascerebbe il ragazzo alla ventura, e sarebbe consolatorio per lui stesso saperlo nelle mani di una organizzazione nata per occuparsi di casi simili. Questo pensiero rassicurante, è la spinta decisiva verso l’avventura che lo aspetta, e lo tranquillizza non poco. Rinfrancato, si rivolge al ragazzo:
“Non aspettiamo oltre, ci mettiamo subito in viaggio, non appena chiude il supermercato qui vicino. È per evitare domande da qualche conoscente, che va a fare la spesa in ritardo. Intanto calerà la sera… Faremo la strada più comoda, Brennero, Innsbruck, poi autostrada fino a Monaco. Senza preoccuparci del tempo che ci vorrà. Se si presenteranno ostacoli li affronteremo. “
Ali gli getta le braccia al collo in un impeto di gratitudine. “ Tank.. Guido…Grazie, grazie Guido…” Si legano in un abbraccio dettato da affetto reciproco. A Guido viene in mente che quando tutto sarà finito avrà molto da raccontare a sua moglie, nelle visite mattutine al cimitero. Gli dirà la dolce sensazione che gli ha lasciato l’abbraccio grato di Ali. Gli racconterà la breve presenza in casa loro del ragazzo e della cura che lui stesso gli ha prestato e poi, di una presenza giunta da lontano che ha avuto il potere di scaldare il gelo e la solitudine in cui era piombato.
Al Passo del Brennero si profila la prima difficoltà. Guido trema un poco, ma deve essere la sua giornata fortunata, perché gli agenti di frontiera italiani e austriaci, sono tutti occupati a controllare un tir, e poi conosce l’agente addetto al controllo del piccolo traffico, è il figlio di un vicino di casa. L’uomo lo saluta chiamandolo per nome e lo lascia passare.
Fino a Innsbruck il viaggio va liscio come l’olio. Poco traffico, nessun gendarme in giro. Guido ha caricato la macchina all’inverosimile, ha messo dentro anche gli strumenti che usa per lavorare in giardino e due sacchetti di terriccio, oltre agli attrezzi per la manutenzione della casa. Ogni tanto dà voce ad Ali “ Stai scomodo? Se vuoi ci fermiamo.” “No, no” È la risposta puntuale. Tranquillamente arrivano al confine austro-tedesco. Nei pressi di Rosenheim, ormai in Germania, una pattuglia fa cenno di accostare. Sono solo due agenti. Guido spera nell’aiuto del buio, che è ancora notte. Scende dalla macchina con i documenti in mano e subito comincia a parlare, per spostare l’attenzione dall’auto.
“Salute agenti, freddino eh? Certo fate un lavoro… di notte si sta bene a casa. Non ditelo a me!” nel frattempo apre il portellone posteriore. I teli mimetici e i sacchetti di terra messi ad arte confondono tutto all’interno dell’auto. “Io sono una persona generosa, vado al lago di Starnberg. Un amico ha lì una casa di vacanza, vado ad aiutarlo per la manutenzione, se non ci aiutiamo tra pensionati…io ho fatto sempre questo lavoro di manutenzione di immobili e giardini. Poi sono contento di aiutare un amico…pensate, abbiamo lavorato insieme in Svizzera!”
Uno dei due agenti, gira intorno alla macchina, muove gli attrezzi, cerca di alzare il telo… “Agente non sono un contrabbandiere, sono un vedovo, che si riempie la vita come può,
anche aiutando gli amici…. Controllato vero? Posso andare? Il mio amico mi aspetta di prima mattina.”
La filippica, rigorosamente in italiano, confonde gli agenti, che però non accennano a restituire i documenti. E Guido ricomincia “ Il mio amico mi aveva consigliato una via più breve, ma di montagna, io ho preferito fare la via più lunga, anche viaggiando tutta la notte, tanto soffro d’insonnia, del resto in autostrada si viaggia più sicuri. Ma voi mi capite? Io parlo solo italiano” intanto il solito agente insiste a guardare all’interno, sposta lo sguardo dalla macchina al vecchio. Guido gli si avvicina, “Guarda le attrezzature? Roba vecchia, ma roba buona, funziona meglio di certi aggeggi moderni, che sono sempre rotti, i miei hanno sempre funzionato, mai una riparazione” sposta un sacchetto di terra, il bidone di tinta, due barattoli di vernice isolante per il legno poi alza il telo e mostra il decespugliatore e il tagliasiepi. “Guardi qua agente, questa è roba seria….e poi, che vuole … Io so lavorare solo con le mie cose. Che ne so se il mio amico ha tutto? Ci manca solo che perdiamo tempo ad andare a cercare in giro. Che dice agente, posso andare, che arrivo tardi? Non vado veloce, perché ci vuole prudenza, e poi ho rispetto per la mia vecchia ford. Scusatemi, se parlo solo italiano, ma io non so le lingue straniere, Io non sono andato a scuola, dopo la guerra ero ancora giovane, però bisognava lavorare, da Napoli sono venuto al nord, e…sono qui…”
Gli agenti si guardano. La minaccia e il timore, che l’italiano possa continuare con la storia della propria vita, è decisamente troppo per loro, tanto più che sta cominciando a piovere. Gli restituiscono i documenti e lo lasciano andar via senza una parola. “Buonanotte, buonanotte, mettetevi al riparo che sta piovendo….. Grazie”. Si accomiata Guido con un inchino.
È decisamente il suo giorno fortunato. “Non ho capito che cosa cercavano Ali, però li ho stesi, lo spirito napoletano funziona
sempre. Se non ci lasciavano andare, gli raccontavo tutte le malattie di famiglia. Tu come stai? Alla prima piazzola di sosta mi fermo, così fai due passi”.
“No, no…io bene.” “Non vedi l’ora di arrivare, vero?” “Si, si” “Adesso che te ne vai, tiri fuori qualche parola di italiano?” A Guido, sollevato per lo scampato pericolo, sale una risata sonora.
Una pioggia leggera accompagna l’ultimo tratto del viaggio. È giorno pieno quando sono davanti al primo pannello di segnalazione della città.
“Siamo a Monaco, finalmente.” dice Guido ad alta voce.
Si fermano ad un grande parcheggio quasi deserto alle porte della città; pioviggina ancora, ma ormai è giorno.
Ali scende dalla macchina, comincia a saltellare per sgranchirsi e volteggia incurante della pioggia guardando in ogni direzione, come per appropriarsi dei nuovi spazi.
“ Sta festeggiando. Ha raggiunto la sua meta” pensa Guido cogliendo il rapimento di quella danza improvvisata, mentre si stringe nella giacca. Osserva lo sguardo del ragazzo cercare in giro, forse per individuare un segno amico, a cui riattaccare quel filo sottile che lo lega a coloro che come lui, hanno intrapreso “il viaggio”, quello stesso filo che lo aveva portato clandestino sul tir fino al confine e si era interrotto col blitz delle forze dell’ordine, e poi nel breve tempo di permanenza a casa sua. Lo vede pronto ad andare via, ad affrontare il suo destino. Triste, si dice che non sarà necessario accompagnarlo oltre.
Hanno raggiunto la metropolitana, Ali si muove sicuro, come sapesse dove andare, e traspare che è impaziente di allontanarsi.
Allora Guido gli dà dei soldi, e gli fa segno di continuare da solo il viaggio. A quel punto, intensi scambi di occhiate sono il loro tacito saluto, che non è un addio, perché finché c’è vita… si sa….
Un ultimo sguardo reciproco ed eloquente mentre il ragazzo sale sul treno con lo zainetto nuovo sulle spalle da cui fuoriesce il becco della tromba, che gli ha regalato….e al vecchio piace pensare che un giorno imprecisato un’auto si fermerà sotto casa sua,… così, tanto per soffocare la commozione che sale prepotente dalla voragine che gli si sta creando nel cuore….
Respira profondo, inghiotte una lacrima che si è fatta strada fino alla bocca, distoglie a forza il pensiero..
“Ora che sono a Monaco, non vado via senza aver bevuto una buona birra e mangiato gli knodel bavaresi; mi riposo poi torno indietro, ma stavolta passo per Garmisch, dovessi incontrare di nuovo gli agenti di stanotte. …” dice ad alta voce.
Si dirige, confuso tra viaggiatori frettolosi, verso il treno che lo porterà in centro a Marienplatz. Proprio là vicino c’è la birreria più famosa del mondo.
È pomeriggio inoltrato, quando il vecchio intraprende il viaggio di ritorno.
Da domani riprenderà la solita vita, gli stessi passi fino al cimitero dove cambierà i fiori sulla tomba di Ada, pulirà la lapide, e nel frattempo, avrà tante cose da raccontare.
L’ebbrezza di essersi sentito padre, soprattutto.
Padre per un giorno, padre di un figlio venuto da lontano. Per poco tempo, ma intensamente, ha amato questo figlio fino ad accompagnarlo alla soglia del suo destino. Il vecchio, mentre torna a casa, va ripetendosi che “ Ali ha gli occhi buoni e un sorriso
franco. È un ragazzo in gamba, ce la farà.”

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