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La mosca

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Quella canaglia di mio marito stamattina non si è svegliato. L’ho chiamato, dalla cucina, come faccio sempre, è pronto il caffè Vincenzo, ho detto. Ho aspettato, qualche minuto, e ho preso le gocce, poi ho pensato, che strano questo silenzio.

Quella canaglia di mio marito stamattina non si è svegliato. L’ho chiamato, dalla cucina, come faccio sempre, è pronto il caffè Vincenzo, ho detto. Ho aspettato, qualche minuto, e ho preso le gocce, poi ho pensato, che strano questo silenzio.
Vincenzo?
Ho aperto la porta ed era fermo, supino, con gli occhi aperti, che muoveva a scatti, e io l’ho guardato e ho pensato bastardo. Sono tornata in cucina e ho bevuto il caffè e calma calma ho avvisato mia figlia.
Tuo padre non si è alzato buttagli un occhio il caffè si fredda e a lui piace caldo anzi bollente, insomma sveglialo, ho detto.
Di tutto quello che è successo dopo, ricordo poco, le sirene dell’ambulanza e quel pensiero insistente che poi è la base essenziale. Se c’è un malato in famiglia non è certo quel brigante certificato di mio marito che se c’era una laurea, in truffa, lui la prendeva honoris causa.
Si dice così?
La malata sono io.
Ho la stenosi e la psicosi e l’ischemia, a questo pensavo seduta in cucina facendomi vento con una rivista cretina, notando per terra le impronte di fango degli infermieri, dei vicini, dei farmacisti, dei baristi, dei falegnami, che non ho capito cosa sono venuti a fare, mio marito mica ha intenzione di schiattare.
Sono rimasta sola con me stessa, e per fortuna è entrata una mosca e l’ho stecchita sullo specchio e l’ho guardata, sullo specchio, spiaccicata mentre le ali ancora vibravano. Non mi sentivo molto bene, i pensieri mi si ingarbugliavano, allora ho preso altre trenta gocce, dirette in gola e a quel punto ho notato che il telefono suonava.
Era mia figlia, madre Teresa di Calcutta, la chiamano.
Diceva cose che non capivo, tipo mamma vieni, papà sta male, mamma ti prego, non mi lasciare sola, devi venire all’ospedale.
Io naturalmente non ci pensavo proprio, la malata della famiglia sono io, con la stenosi, la psicosi e l’ischemia e poi mia figlia fa la strizza cervelli e dovrebbe saperlo che io e il dolore non siamo tanto per la quale, che io lo prendo a calci e gli faccio male.
Invece è venuta a prendermi e ci sono dovuta andare e mi sono ritrovata nella stanza 12 al terzo piano. E se proprio devo essere sincera, ecco, se proprio devo essere sincera, era meglio se mi sparavo tre quattro cinque sei sette sonniferi e dormivo per una settimana.
Mio marito era giallo giallo come la stoppia nelle campagne di Colobraro, e io non lo volevo vedere, non lo potevo guardare e mi tiravo i peli e mi torcevo le mani e dicevo cose strane.
Mia figlia mi ha fatto sedere su una sedia di fianco al letto e si è messa in ginocchio e ha detto mamma dobbiamo parlare.
Che c’è, ho detto.
C’è che dobbiamo portare papà a casa. C’è che dobbiamo farlo morire nel suo letto. C’è che dobbiamo scegliere a chi affidarci per tutto. Lo capisci?
Mi sono tirata tre capelli e mi sono strofinata le mani e ho detto che lei non aveva capito niente che suo padre era meglio di Lazzaro che quello si alzava e beveva e mangiava e comunque se veramente consegnava le targhe poteva pure finire nel cassettone nel sottoscala.
Ho detto proprio così e mia figlia ha fatto una faccia strana, una faccia a lago, una faccia che singultava, e tra uno squasso e un singulto mi ha detto mamma che dici, mamma ti prego, mamma svegliati, mamma guardalo è Vincenzo tuo, non lo vedi?
No! ho detto, parlo arabo? ho detto che finirà nel cassetto e poi in chiesa come fanno tutti gli altri, se proprio muore, ma non ci muore, non ci muore, quello resta qui, a infelicitarmi.
Ho lasciato mia figlia lì e sono tornata a casa a piedi.
Avevo freddo e avevo caldo e soprattutto pensieri strani. Non volevo pensare a niente ma ho pensato alla mosca sullo specchio, con le alette che vibravano. Ho pensato chissà se le mosche hanno un’anima e se ce l’hanno dove andranno a macerare? E se vanno tutte nello stesso posto, le nostre anime ammazzeranno le anime delle mosche o saranno loro a darci la caccia e a spiaccicarci contro un vetro come ho fatto io nel bagno prima di andare all’ospedale?
Ho trascorso la notte sulla sedia in cucina col ventaglio in mano a pensare alla mosca.
Un brivido di freddo mi ha schiantato la schiena, avevo freddo, avevo caldo, mi sono affacciata alla finestra e ho visto l’ambulanza e ho pensato vedi, avevo ragione, Vincenzo è tornato, ora sale, sono i suoi passi, sulle scale.
Che spavento.
Non è Vincenzo.
E’ mia figlia, che sale, le scale, a quattro a quattro, sembra che un lupo se la voglia mangiare.
Che spavento, mia figlia ha un lago in faccia più grande di quello che aveva in quella merdosa stanza d’ospedale.
Che spavento, sta dicendo cose strane, dice che ha fatto un patto con un medico e con un paio di infermieri pure se è illegale dice che stanotte dobbiamo fare le brave dice che non possiamo piangere ora per la gente papà morirà domani.
CHE VUOI DIRE, ho detto e sono andata in bagno e ho aperto il rubinetto per lavarmi le mani.
CHE VUOI DIRE, ho detto, la mosca spiaccicata era ancora lì, sullo specchio, ma le ali non vibravano, non vibravano, sullo specchio dove mio marito si specchiava tutti i giorni al mattino, lo specchio dove si faceva la barba fischiettando come un merlino, e che ora sanguina del mio sangue che non vedo, perché è arrivato Vincenzo, amore mio, non è vero, amore mio, dove sei andato, canaglia mia, che brutto scherzo, sono io la malata, sono io.

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