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Il profetico vegliardo

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“Vieni: è arrivato” ha detto lei fiera e mi ha preso per mano. “Chi è arrivato?” ho chiesto io, ancora confuso. “È proprio qui!” “Chi?”

“Vieni: è arrivato” ha detto lei fiera e mi ha preso per mano.
“Chi è arrivato?” ho chiesto io, ancora confuso.
“È proprio qui!”
“Chi?”
“Il Profetico Vegliardo.”
La mia bocca ha preso a impastarsi in una prospera poltiglia di pi.
“Ppp.. Profetico Vegliardo?” le ho domandato. Lei era lì pronta a correggermi all’evenienza.
“Profetico, sì. Profetico Vegliardo. È qui per aiutarci, dai, parlaci anche tu.”
Si è chinata sulla scultura a cui lavorava da giorni e l’ha accarezzata col dorso della mano.
“Giovanni.”
Era il mio nome. Non l’avevo detto io. Non l’aveva detto Lola.
“Ha proprio la voce di Babbo Natale” ha commentato mia moglie estasiata. Io, che non ci avevo mai parlato con Babbo Natale, stetti zitto.
“Giovanni?”
Ecco la pacifica voce di un vecchietto.
“Sì?”
“Ti serve il fraus.”
Lola mi ha guardato sorda. “Dai, forza, prendi il Faust.”
Mi sono avviato autonomamente, si fa per dire, verso la libreria in salotto. Si fa come dice la mia Lola. Perchè farsi problemi: io di lei mi fido.
“Non il Faust, il fraus.”
Lola ha insistito affinché non facessi altre domande al suo Profetico Vecchietto.

Senza spiegazioni e senza giacca è partita poche ore dopo, per andare a trovare la mamma, che ultimamente non stava molto bene. A mia suocera ci tenevo, mi sarebbe dispiaciuto saperla sola per l’ennesimo fine settimana; così ho accompagnato Lola alla macchina e l’ho salutata. Sarebbe tornata domenica sera.
“Per favore, ricordati del fraus.” Mi ha detto prima di chiudere il finestrino.
A dormire, quella notte, proprio non ci riuscivo, così sono sceso nello studiolo pronto a contravvenire alle direttive.
Ho passato la mano sul pezzo di legno come Lola e ho aspettato.
“Signore?”
“Mi chiamo Profetico Vegliardo, Giovanni” mi ha rimbeccato il ciocco.
“Sì, scusi.”
Sono rimasto zitto e tutto con me era nel silenzio.
“Vuoi chiedermi qualcosa?”
In quel momento ho accettato la situazione per ciò che era.
“Questo fraus…”
“Il fraus è fondamentale” mi ha interrotto subito la voce.
“Si, ma…”
“Eh, ti serve proprio.”
Quello non mi voleva ascoltare ed ero sempre più maldisposto.
“Come è fatto?”
Ho chiesto a bruciapelo, torturandomi le dita le une con le altre.
“Come un fraus.”
“Tipo rotondo?” mimavo con le mani una sfera.
“Ha la sua forma.”
Sono rimasto nella penombra dello studiolo quasi tutta la notte a pensare e riflettere. Ho pensato di riflettere male e ho riflettuto su come mi conveniva pensare. Se Lola fosse tornata e mi avesse trovato lì seduto accanto alla sua scultura, senza risposte e senza fraus, sarebbe stata sicuramente delusa.
L’indomani alle prime luci dell’alba sono andato a prendere un caffè e ho cercato su Amazon “fraus”. Niente, così ho chiamato alcuni amici. Niente. Sono sceso nello stanzino e mi sono piazzato accanto allo sgabello sul quale troneggiava il Nonnetto. L’ho sfiorato.
Per tutto il giorno ho cercato di estorcergli informazioni, ma mi ha detto solo ciò che già non sapevo. Ho chiesto se il fraus lo si poteva costruire e mi ha detto che lo dovevo trovare. “Dove?” ho domandato. Non volevo far trapelare la mia irritazione per paura che smettesse di rispondermi.
Alla fine della giornata ero livido dalla rabbia.
“Ma è un fraus piccolo o un fraus grosso?” ho domandato quando ormai non ne potevo più. Sapevo che era una domanda inutile, ma ormai le avevo fatte tutte.
“Non ci sono fraus piccoli e fraus grossi.”
Aveva risposto il Patetico Vegliardo. Ho colpito forte col pugno sul bordo del legno e ho sbattuto la porta dello studiolo. Poi sono andato a letto. Chissà cosa faceva la mia dolce Lola. Avrei voluto chiamarla.
L’indomani mi sono svegliato tardi e con un gran bisogno di uscire. Il tempo correva. Erano le undici e io, scemo, non ero venuto a capo di un bel niente. L’antipatia per quel pomposo vocione mi aveva dato la libertà di prendere un’iniziativa.
“Facciamo così: ora io ti metto sul sedile accanto al mio e guido per tutta la città, e appena vedi un fraus che va bene lo prendiamo” ho spiegato al Profetico Bastardo mentre lo tiravo su per caricarmelo in spalla lungo il vialetto. Pesava come un vitello.
Dopo due giri completi e ore di viuzze non l’avevo ancora sentito parlare, così sono tornato a casa, vergognandomi come un un ladro per il mio ennesimo fallimento. Nel pomeriggio attendevo l’arrivo di mia moglie sconfitto, seduto per terra accanto alla sua opera.
“Mettiamo caso che lo trovo. Poi cosa ci faccio?”
“Niente.”
Mi ha risposto pazientemente il mio aguzzino.
“Allora non mi serve più?” un lampo di speranza.
“No, no. Ti serve.”
Ho chiuso (piano) la porta dello studiolo e sono uscito in giardino, ho raggiunto la mia auto e ho girato la chiave.

Lola, vita mia, non prenderla male, ma me ne sono andato. Non ce la faccio più a non essere ascoltato, a vedere le mie intenzioni e il mio impegno rivisitati, quando vorrei solo risposte, vorrei solo finire di parlare, essere capito. Tu sei bella, tanto bella, e sei tanto dolce. Amo tutto di te, ma non basta. Penso di aver provato tanta frustrazione che mi avanzerebbe anche per una seconda vita. Il problema è che tu non sei mia, sei solo Lola.

Per qualcuno ora sono in piedi a godermi un gran tramonto, in chissá che posto.
Per altri, sono steso accanto alla più smaliziata donna del mondo e ci ho appena fatto l’amore.
Forse qualcuno addirittura mi vede precipitare appeso a un paracadute, fluttuando nel vuoto.
Per chi me lo chiede, sono nel fraus.

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