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In un luogo sconosciuto

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Le nuvole scure chiudevano il cielo come un coperchio e il vento freddo che si era alzato faceva volare pezzi di carta e foglie. L’uomo scivolava veloce rasentando i muri, come se avesse già cominciato a piovere; si stringeva addosso un impermeabile beige, di quelli di una volta, e il bavero rialzato non lasciava scoperta che la parte superiore del viso, e la folta capigliatura.

Le nuvole scure chiudevano il cielo come un coperchio e il vento freddo che si era alzato faceva volare pezzi di carta e foglie. L’uomo scivolava veloce rasentando i muri, come se avesse già cominciato a piovere; si stringeva addosso un impermeabile beige, di quelli di una volta, e il bavero rialzato non lasciava scoperta che la parte superiore del viso, e la folta capigliatura.
Prima di entrare nel bar osservò con attenzione l’insegna e prese nota del nome della strada, poi spalancò la porta. Fu accolto dal tepore e dall’atmosfera chiassosa della sala. Cercò un tavolo libero, ne scelse uno in fondo, vicino ai vetri che davano sulla strada, si sedette e prese il cellulare. Parlò poco, forse indicò dove si trovava, e solo dopo si tolse l’impermeabile e fece un cenno al cameriere. Mise le belle mani prive di anelli sul tavolo e per un attimo le guardò, come a valutarne la cura; poi scostò il polsino della camicia e guardò l’orologio. Aveva ordinato un bicchiere di vino; il cameriere, un tipo alto dallo sguardo severo, l’aveva prima osservato un po’ troppo a lungo e poi invece era stato più che spiccio nel prendere l’ordinazione e questo l’aveva irritato. Poco dopo tornò con il bicchiere di vino. Lo sorseggiò appena, e si dispose ad aspettare. In quel momento entrò nel bar una donna. Era alta e bella; guardò la sala come smarrita, ma appena lo vide si diresse sicura verso di lui. Aveva anche lei un impermeabile, rosso e corto che le lasciava scoperte le gambe. Sedendosi di fronte all’uomo non fece che un cenno di saluto, come se fosse una routine incontrarsi, ma i suoi occhi rimasero fissi su di lui anche mentre riponeva l’impermeabile su una terza sedia.
Lui cominciò a parlarle lentamente, a cercare le parole giuste, le mani intrecciate sul tavolo; lei ascoltava con attenzione: osservava i suoi capelli scuri, che le erano sempre piaciuti. Li aveva accarezzati molte volte, dopo l’amore e sentiva che le appartenevano. Mentre lui parlava però il volto di lei sembrava perdere luce e quando lui tentò di prenderle la mano lei la ritrasse veloce.
Il cameriere girava tra i tavoli a prendere le ordinazioni e ogni tanto gettava uno sguardo su di loro, come se quel tavolo dovesse richiedere più attenzione degli altri.
Ora lui nel parlare gesticolava e si era sporto sul tavolo come per esserle più vicino. Qualsiasi cosa stesse rivelandole la presentava come la più sacrosanta verità; ma forse era una verità tanto fragile quanto bisognosa di essere sorretta non solo dalle parole ma dai gesti, dalla piena fisicità di quell’uomo, e più lui accompagnava con i movimenti delle sue mani le parole, più l’autenticità di quelle si perdeva. Lei ascoltava, il suo sguardo era spesso rivolto in basso e solo raramente lo alzava per guardarlo negli occhi e anche in quei casi velocemente, come se guardandolo, lo cogliesse in fallo, nel pieno di una menzogna.
Fu in un momento in cui si interruppe bevendo che lei rovistò nella sua borsetta, estrasse il cellulare cercò delle immagini e lo posò sul tavolo, di fronte a lui.
Nella foto apparsa sullo schermo si vedevano loro due e sullo sfondo un paesaggio di mare; in un’altra c’era l’immagine di una ragazza, lei di qualche anno prima, che sorrideva guardando l’obiettivo.
Lei bevve d’un fiato il vino e poi, inclinandosi anche lei sul tavolo, avvicinando il suo volto a quello dell’uomo, gli indicò ora l’una ora l’altra foto, parlandogli il più vicino che poteva e fissandolo duramente negli occhi.
Fu il suo turno di abbassarli; guardava le foto e poi il volto di lei, ma sembrava prostrato e la sicurezza che aveva ostentato fino a poco prima l’aveva abbandonato.
Era lei che ora conduceva il gioco, e lui faceva ormai solo blandi tentativi di interrompere il flusso di parole e parole che lei gli versava addosso.
Improvvisamente l’impeto che la donna metteva nel parlare, si placò; si scostò una ciocca dei capelli, fece per riprendere il bicchiere ormai vuoto e lo ripose, si toccò la collana, di nuovo afferrò il bicchiere ma poi, come se avesse esaurito ogni tentativo di sfuggire a ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto e che non voleva, non voleva assolutamente che accadesse, piegò il braccio sul tavolo e ci nascose il volto, le spalle scosse dal pianto.
Lui allungò un braccio sul tavolo raggiungendo la sua mano, ma quel gesto gli sembrò goffo e insincero, e la sua carezza che doveva essere di conforto arrivò estranea sulla pelle di lei.
Il vociare della sala ora era diminuito e anche gli avventori erano meno numerosi; lei sollevò il volto, si asciugò gli occhi e senza dire altro riprese il cellulare sul tavolo e lo ripose nella borsetta.
Poi lo guardò a lungo e lui ricambiò il suo sguardo. Sembravano diversi ora, quasi stupiti di vedersi lì, seduti in un luogo sconosciuto, tra sconosciuti. E non ricordavano neanche come fosse stato possibile arrivare fino a lì.
Lei si alzò, riprese il suo impermeabile, lo guardò ancora una volta e gli disse: “Ciao”.
L’uomo dalle belle mani restò ancora un poco, solo, come se riflettesse; poi lasciò una moneta sul tavolo e uscì nella strada. Il vento era cessato; guardò la strada bagnata e capì che era piovuto. Si tirò su il bavero dell’impermeabile e s’incamminò nella notte.
Fu solo più tardi che il cameriere si avvicinò al tavolo, prese i bicchieri ormai vuoti e li posò sul vassoio. Prese la moneta e la osservò un attimo, come valutandone il valore.
Poi con uno straccio pulì il tavolo e del famoso, grande ed eterno amore di quei due non rimase più nulla.

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