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“Giorni selvaggi”: il surf e la vita

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È tutta una questione di tempo: spesso si passano ore, mesi o addirittura anni ad aspettare il momento perfetto o a cercare il luogo perfetto.

È tutta una questione di tempo: spesso si passano ore, mesi o addirittura anni ad aspettare il momento perfetto o a cercare il luogo perfetto. E poi, quando arriva non riusciamo a trovarlo, o non siamo capaci neppure di riconoscerlo: perché capire che il momento è arrivato e che quello è il nostro posto nel mondo non è sempre facile. È la vita, dice qualcuno. È il surf, dice William Finnegan, nel suo “Giorni selvaggi. Una vita sulle onde” (66thand2nd). Surfista, avventuriero, firma del New Yorker, ma anche benzinaio, parcheggiatore e premio Pulitzer, Finnegan ha passato la vita a cercare l’onda perfetta e lo spot perfetto. Ma, come gran parte della letteratura americana ci ha insegnato, alla fine non è lo scopo che conta, ma la ricerca stessa. Il surf come metafora della vita, come un’ossessione capace di invadere ogni fibra del corpo: si aspetta per ore, per giorni. E quello che si trova, spesso, non è mai ciò che si cercava. L’autobiografia di Finnegan è un vero romanzo di formazione, intriso della maniacale purezza descrittrice di Hemingway, della passione rigorosa di Jack London e dell’etica di Twain. Il perfetto romanzo americano, che fa del confine e della sua dissoluzione il senso della vita: frontiere invisibili che separano il mare dalla terra, l’amore dall’ossessione, l’attesa dalla delusione. Confini volubili che una tavola da surf è in grado di spazzare via. Non uno sport, per alcuni una filosofia di vita, in grado di cambiare ogni istante della propria esistenza. Quasi una religione laica capace di unire sacro e profano, vita e morte.

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