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La ribellione del clown

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In questo lunedì, fotocopia di mille altri lunedì, ti sei chiuso in bagno. Hai lasciato il tuo ufficio accompagnato dalle risate dei colleghi. Uno di loro, Ivan, aveva raccontato la seconda barzelletta della giornata: Un siciliano va dal medico.

In questo lunedì, fotocopia di mille altri lunedì, ti sei chiuso in bagno. Hai lasciato il tuo ufficio accompagnato dalle risate dei colleghi. Uno di loro, Ivan, aveva raccontato la seconda barzelletta della giornata:
Un siciliano va dal medico.
– Dottore, dottore…me la faccio sotto tutte le notti!
– Incontinente?
– No, no, qui a Catania.
Seduto sulla tazza hai atteso la chiusura degli uffici. L’allarme è guasto da tempo. Non suonerà. Nessuno si è preoccupato di venirti a cercare. Ora hai il mento appoggiato sopra una scatola intorno alla quale tieni le braccia, seduto alla tua scrivania. Sono le 23.45 e guardi con occhi sonnolenti le altre cinque scrivanie nel chiarore pallido delle luci che segnalano l’uscita di emergenza. Al di là del vetro spesso, il respiro di Roma giunge ovattato. Sullo schienale della sedia di legno, che da un trentennio di onorato servizio in questo ministero scricchiola puntualmente alle 08.00 sotto il peso del tuo corpo, giace la tua giacca. Di velluto a coste piccole, comprata in un mercatino dell’usato, di un colore indefinito tra il giallo e il panna, poteva abbinarsi facilmente al tuo onesto guardaroba di quattro camicie e due pantaloni. La camicia bianca e il pantalone salmone indossati ora sono quelli per le grandi occasioni: gli stessi che il sabato sera sfoggi nella sala da ballo dove tiri tardi sulle note della disco music degli anni settanta, tua passione nascosta. Infatti nessuno ne è a conoscenza. Ti chiami Gaspare Noce, hai lasciato i genitori anziani in un piccolo paesino della Sicilia vicino Catania, non ti sei mai sposato, non hai amici. Le uniche persone con cui hai dei rapporti sono i titolari di quelle cinque scrivanie. Quelli che in mattinata hanno riso sguaiati. Sfogli le pagine di un piccolo calendario, segni la data della giornata che sta per nascere con un cerchio rosso. Delle rughe ti si formano sulla fronte e intorno alla bocca. Sei stanco, molto stanco.

Con una piroetta del miglior Travolta, ti approssimi alla scrivania della Signora Carmoni per te, Anna per gli altri colleghi di stanza. La succitata, nel suo impeccabile tailleur spigato giacca pantaloni falso Dior, ultimamente ha pesantemente inveito contro la tua persona per la scarsa cura con cui hai rilegato i fascicoli delle relazioni trimestrali, sbagliando, nel fotocopiarli, la numerazione delle pagine. Perché di questo ti occupi da trent’anni. Fotocopie. E la Signora Carmoni che quando parla non sputa mai, quindi se dovessimo riportare una sua frase non vi troveremmo virgole punti puntini di sospensione e nella malaugurata sorte ci trovassimo di fronte a lei dovremmo con cura ripararci dal fatale sputacchio, non perde occasione per opprimerti a torto o a ragione. Ora prendi due cartoncini rosa che la suddetta usa come copertine per gli inutili fascicoli di cui sopra. Li sagomi e te li fissi sulle orecchie con una spillatrice. Ta-tac, ta-tac, ta-tac, ta-tac. Volteggi leggiadro verso un’altra scrivania.
La scrivania del Valori, archivista e sterminatore di documenti scaduti a norma di legge. Dalla montagna di fogli ingialliti accatastati prendi non più di dieci e li infili nel trita carta elettrico. Il Valori se fosse stato presente non ti avrebbe accusato dell’uso improprio del mezzo distruttivo e dell’inconsulto strepitio del ferino meccanismo che ora azzanna il silenzio mortalmente. Il collega si sarebbe indispettito per avergli tolto la visuale sulla Betty. Ti avrebbe spinto in malo modo, precipitandosi verso il vertiginoso sipario aperto sulle quinte burrose della collega del protocollo. Come ha fatto nella mattinata odierna quando il Valori le ha portato il caffè appoggiando la tazzina sulla scrivania con annessa sbirciatina e strusciata lasciva. Il succitato, dicono le malelingue, fa seguire spesso al gesto cortese lo sbrigamento di una pratica manuale nel bagno riservato al personale. Per poi tornare facendo l’occhiolino alla Betty mentre si sistema il riporto con il pettinino sempre pronto nella tasca interna della giacca nera devastata dalla forfora. Di questo sei testimone passivo da anni. Ora prendi della colla liquida, la spargi sui capelli appena spruzzati di bianco e ti rovesci il contenuto del trita carte sulla testa. Con la giallognola parrucca alzi lo sguardo verso la prossima scrivania.
Quella della prosperosa, prosaica, prostatica sobillatrice, prospiciente protocollista Betty, di cui tutti ormai ignorano il vero nome. Il masochismo a cui lei sottopone l’intero corpo impiegatizio maschile, per te non consiste in quel guardare e non toccare ma nel tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik, tik… Di cosa parliamo? Immaginate le sue unghie con l’extension mentre picchiettano sulla tastiera, alla “folle” velocità di 30 battute al minuto, tutti i giorni, cinque giorni a settimana, venti giorni al mese, dodici mesi, ferie, malattie, pause pranzo e caffè esclusi. È più forte di te, quel ticchettio ti entra nel cervello, ti scuote nell’intimo. Stamane l’hai disegnata dietro una fotocopia scartata con le mani mozzate e collocandola in un girone infernale dantesco dove dei sindacalisti, altra categoria da te evidentemente biasimata, anch’essi senza mani, garrivano le bandiere confederate piantate nel deretano investendola con un calore infernale. Ti guardi riflesso nello specchietto della Betty, sulle tue guance glabre manca del colore, prendi gli smalti allineati in fila per due con i timbri e li usi come trucco. Tra i tanti scegli di utilizzare il rosso più acceso mettendolo sulle gote. Passi oltre.
L’oltre è per te l’irraggiungibile anzi per meglio dire l’irraggiungibilità fatta persona. Barbara, la contabile, è il sorriso, la serenità del “so di non essere perfetta ma mi accetto per quello che sono”, gli occhi sinceri, le braccia forti per sostenere l’altrui fragilità, la parola buona e giusta per tutti. Ma non per te. Anni addietro per il di lei compleanno ti sei presentato con due biglietti per il concerto di Morrisey, artista da lei preferito. Barbara ti ringraziò entusiasta in quanto il suo fidanzato di allora non era riuscito a trovarli, sarebbe stata una serata perfetta per festeggiare il genetliaco. Al tempo sei rimasto impietrito come il pezzo del tuo cuore che non batte più dal quel giorno. Il gelo tra le costole passa ora nel tuo sguardo puntato verso la fotografia di lei abbracciata al fidanzato diventato suo marito, sfondo sul monitor lasciato acceso. Ti metti a sedere. Hai il respiro affannato. Prendi il libro che lei legge durante le pause pranzo e ne strappi la copertina non prima di avere letto il titolo:”Questa notte mi ha aperto gli occhi” di Jonathan Coe. Sorridi pensando all’ironia della cosa mentre crei un origami a forma di fiore e te lo appunti sul petto con uno spillino, forando la camicia dritto all’altezza del cuore. Vieni attratto da un cono di luce sull’ultima scrivania.
È quella di Ivan. Il collega confeziona pacchi per le spedizioni. Pensa di essere un comico nato. Da anni, ogni giorno una battuta, una freddura, un colmo. E il bersaglio preferito sei tu. Di solito picchia con le forbici sulla campana della lampada da tavolo per attirare l’attenzione e racconta. Senti ancora le risate rimbombare nell’ufficio, le risate degli altri, non la tua che in quell’occasione hai abbassato lo sguardo esasperato per l’ennesima barzelletta rivolta alla tua persona.
Un siciliano va dal dottore: “Dottore dottore… betta matreee mi sento un dolore ca, uno ca e un altro ca, è pericoloso?”
“Sig. Gaspare si levi la camicia” e comincia a visitarlo.
Ad un certo punto della visita il dottore si rivolge al paziente:
“Sig. Gaspare mi dica 2 volte 33”
“Sessantasei dottore”.
Ivan ti ha stuzzicato invitandoti a fartela una risata ogni tanto utilizzando come punto esclamativo finale della frase il noto epiteto dell’apparato genitale maschile. Scorgi l’alba alla finestra, il sipario di un nuovo giorno, afferri le forbici buttate su quest’ultima scrivania.

È mattina. Ivan entra in ufficio, un saluto frettoloso buttato lì mentre appende il giubbotto all’appendiabiti. Si accorge di non essere solo. La sua scrivania è occupata. Qualcuno gli da le spalle seduto sulla sua poltroncina. Lo sguardo si fa interrogativo. Si avvicina. Un manichino con una parrucca giallognola? Uno scherzo? Gira intorno alla scrivania e crolla a terra. Un tremito irrefrenabile lo artiglia come l’odore ferroso del sangue che vede rappreso intorno alla tua bocca diventata un enorme sorriso. Una scritta rossa lampeggia sul monitor acceso:
– MINCHIA! NUN JÈ DIVERTENTE?
Intanto gli altri colleghi di stanza hanno fatto il loro ingresso ignari di quanto avvenuto. La Signora Carmoni inizia a sproloquiare, Valori porta il caffè alla Betty che sta per registrare il primo protocollo, Barbara afferra il libro senza copertina con uno sguardo perplesso. Riscosso dalla loro presenza, ti alzi con affanno. Intoni lievemente una musica circense che si mescola ai suoni dell’ufficio. Vai verso la tua scrivania e tiri fuori dalla scatola una pistola. Ti giri e la punti tremando verso i tuoi colleghi. Nascono grida, muoiono sorrisi, miri verso Ivan ancora a terra e premi il grilletto. Omicida di un martedì, fotocopia di mille altri martedì, la bandierina con la scritta “BANG!!” sventola allegra. Ti chiami Gaspare Noce, impiegato ministeriale da trent’anni, sei originario della Sicilia e guardando i pantaloni bagnati di Ivan non smetti più di ridere.

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