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Quel che resta di Paula Fox

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Cinque mesi senza la scrittrice che ha dato vita a uno dei romanzi più significativi della letteratura americana.

Si dice che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma a volte la realtà ci restituisce l’immagine contraria. Se non fosse stato per Jonathan Franzen, Paula Fox sarebbe finita nell’oblio delle molte scrittrici di talento dimenticate, o ricordate solo da una ristretta cerchia di intellettuali radical chic. Eppure il suo romanzo più famoso “Desperate characters” datato 1970 fu, all’epoca, un tale successo da meritare la trasposizione cinematografica, l’interpretazione di Shirley MacLaine e la regia del premio Pulitzer Frank D. Gilroy. Ciò che accadde dopo fu solo una dimenticanza, una svista da parte dei lettori, degli intellettuali e della scena critica. Un abbandono, l’ennesimo nella vita di Paula: non più doloroso certo dell’abbandono di sua madre, né tantomeno paragonabile agli anni in orfanotrofio, o a quelli accanto a suo padre, uno sceneggiatore con problemi di alcool. Sicuramente non fu più doloroso dell’abbandono che la vide protagonista di nuovo a 17 anni, quando, appena sposata, si ritrovò giovane, incinta e con addosso i fantasmi del passato: questa volta decise lei di dare in adozione sua figlia appena nata. Una decisione inevitabile, visto che ormai la separazione faceva parte di lei: l’assenza da qualcosa o da qualcuno aveva contaminato ogni momento della sua esistenza. Era il suo destino. Così quando anche i lettori l’hanno rinchiusa in un cassetto e dimenticata, deve essere sembrata solo l’ennesima dimostrazione dell’esistenza di un fato, feroce e privo di giustizia. E il suo libro, “Quello che rimane” (Fazi editore), il suo capolavoro, ritrovato da Franzen che ne ha celebrato l’importanza scrivendone l’introduzione, è proprio la storia di un’assenza, di un vuoto capace di divorare ogni parte di noi. Così la storia di Otto e Sophie Bentwood, una coppia borghese, la cui vita viene sconvolta dall’arrivo di un gatto randagio, ci costringe a guardare quel vuoto, fino a farci venire le vertigini.

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