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Beklager

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È mattina presto. Sono uscita appena il cielo ha accennato a schiarirsi per essere certa di poter fare tutto con calma e per bene. Qui al nord a maggio la notte dura appena poche ore, il freddo invece rimane; solo io e te, amore mio, e nessuno a disturbarci.

È mattina presto. Sono uscita appena il cielo ha accennato a schiarirsi per essere certa di poter fare tutto con calma e per bene. Qui al nord a maggio la notte dura appena poche ore, il freddo invece rimane; solo io e te, amore mio, e nessuno a disturbarci. L’albergo che hai prenotato è molto carino e moderno, in una via piccola e graziosa proprio nel centro della città, vicino al Teatro nazionale. Ho percorso la strada principale, Karl Johans Gate, in silenzio con la valigia nella mano destra, incrociando soltanto una coppia abbracciata che aveva l’aria d’esser stata tutta la notte fuori a bere e divertirsi. Non mi hanno neanche vista. Ho proseguito verso la parte orientale del porto fino a raggiungere la fortezza di Akersus, un castello spoglio e austero con intorno bastioni e torrette a punta. Mi sono fermata accanto al monumento alla memoria dei combattenti per la resistenza, giustiziati proprio lì nella seconda guerra mondiale, e ho guardato il fiordo azzurro e luminoso. Anche tu tra pochissimo sarai solo freddo e blu, un oblio gelido e salvifico, per sempre.
Mi sono seduta sul molo e ho aperto la valigia. Ho tirato fuori la corda e la pietra; è grande come la mia mano, appuntita, pesante e scura. Qui tutto è pesante e duro come le pietre, anche le parole. Oslo in norvegese si pronuncia con una O iniziale prolungata chiusa che sembra quasi una U e una S sibilante di gelo e silenzio. Amore si dice elseke. Pessima scelta per la nostra prima fuga insieme, avrei dovuto intuirlo.
Ma tu avevi il sole dentro e gli occhi scurissimi, splendenti. I ricci incasinati, corvini, e il sorriso gigante pieno di luce e amore. Un abbraccio sicuro e morbido quando mi hai messo in mano due biglietti per la Norvegia e hai detto “partiamo”. E dopo stringendo più forte hai sussurrato “mia”. Ti sarebbero piaciute le statue di Vigeland al parco delle sculture, ti saresti messa a fotografare i dettagli, le curve di ferro battuto nei capelli delle donne, il movimento catturato nell’inarcare dei piedi e avresti detto che sarebbe stato bello tornarci con la neve. Ci Avremmo passato tutta la mattina e io avrei mangiato un panino burro e salmone leggendo un libro, mentre ti aspettavo.
In questa città oggi sembra non esserci nessuno, dormono tutti al caldo da soli o con qualcuno. Io, qui con te, sono sveglissima. Un gatto spunta dal pozzetto di una barca e si siede sulla passerella guardandomi attento. Prendo la corda e la srotolo, misuro la lunghezza che serve con il braccio sinistro, che sia sufficiente per la pietra e per il cappio e resistente quanto basta per portare le tue bugie sul fondo e non farle più tornare. È tutto pronto, ordinato e disteso sull’asfalto del molo accanto alle scalette che scendono dentro l’acqua. Ci infilo l’indice attenta a non bagnarmi gli scarponcini, dalla punta del dito sento un brivido che risale veloce fino a quella del naso.
Quel pomeriggio ti aspettavo con i bagagli pronti e il profumo di caffè in cucina, tu sei arrivata puntualissima. Ti ho aperto la porta con il sorriso delle grandi occasioni, caldo e complice. Avevi gli occhiali da sole a specchio e le labbra indentro. Hai chiuso la porta, in silenzio hai attraversato la stanza con passi rigidi fino al divano e ti sei seduta. Hai sollevato gli occhiali e hai detto “ Io non vengo. Mi dispiace, ho sbagliato tutto. Non posso partire e non posso continuare con te. Non sei tu, sono io”. Epilogo amaro per chi pregustava il miele. Ti aspettavo tutta luce e entusiasmo invece ti ho scoperta ossidiana tagliente e nera, lucida e bugiarda.
Quando sei uscita le parole mi si sono spiaccicate nella trachea, tutto in me è ammutolito. La logica incredula ha sbarrato gli occhi, la razionalità ha sollevato le mani in segno di resa. Amore inaspettato ha acciuffato il tuo regalo più prezioso, l’ha chiuso in valigia e mi ha trascinata a 2949 km da casa, da sola in Scandinavia a dondolare i piedi sul mare del Nord.
Per affogarti ho scelto una pietra piccola perché sono i dettagli i ricordi più taglienti. Come il neo che hai alla base del collo, l’ultima e la prima cosa che vedo addormentandomi abbracciata a te. E il timbro squillante e travolgente della tua risata che mi ricorda il concerto per tromba di Hayden. O il tuo odore e il modo in cui mi rimane addosso per tutto il giorno. Dettagli invisibili che fanno un amore diverso da qualsiasi altro. Dettagli precisi che rimangono conficcati come vetri, dopo.
Avrei potuto ucciderti. Strangolarti con il guinzaglio del cane, tagliarti a pezzi con le cesoie che mi hai regalato per il giardino e spedirti in un baule con il servizio di posta internazionale nel punto più freddo di questo gelido paese. Abbandonarti tra i ghiacci perenni di una terra sconosciuta e ostile, sola. Ammetto di averci pensato. Ma per la tua esecuzione al sangue ho preferito un rito simbolico, piu intimo e originale, più adatto alla mia personalità. Qualcosa di memorabile e folle da ricordare per dimenticarti. Ho scelto di affogare il tuo sole di terraccotta, il primo regalo che hai fatto per me, modellando la pasta con le mani, lisciando la pancia con il palmo e allungando i raggi con le dita. Imperfetto e irregolare, unico come l’amore.
La fortezza di Akersus fu liberata l’11 maggio del 1945. Qui furono giustiziati i traditori. Qui oggi muori anche tu. Ho guardato l’orologio, ho aspettato che le lancette segnassero le 7 in punto e mi sono alzata.
In piedi, nel silenzio delle grandi occasioni, ho inspirato l’aria fredda ben dentro ai polmoni. Lentamente ho tirato indietro le braccia, parallele al corpo, stringendo forte la statuetta nella sinistra e la pietra nell’altra e poi rapida gli ho lanciati in alto aprendo le mani e buttando fuori tutta l’aria. Siete volati in su e poi di colpo, rapidi, siete precipitati giù: un sole rosso, una corda e un sasso in caduta libera, come noi. O sole mio riposa in pace in fondo al mare. Mi sono voltata e ho guardato il gatto, unico testimone di questo insolito tramonto. In norvegese mi dispiace si dice “Beklager”. L’ho pronunciato incerta, è uscito come una benedizione. Da quando ti ho ucciso anche le parole sono più leggere.

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