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Correvo affamato per le vie del centro e mi imbattei in un “Five star food corner“, uno di quei nuovi distributori automatici di piatti pronti dove si può mangiare e bere per pochi soldi.

Correvo affamato per le vie del centro e mi imbattei in un “Five star food corner“, uno di quei nuovi distributori automatici di piatti pronti dove si può mangiare e bere per pochi soldi.  Sono simili ai vecchi foodies che frequentavo da ragazzo quando ci sembrava di vedere il futuro ad occhi aperti a scorgerli qui e là per la città.
In pochi anni avevano sostituito l’intero panorama di trattorie hi-tech e ristoranti con camerieri robot che pullulavano a Roma all’epoca. Chissà in quale discarica interplanetaria avranno spedito tutto quell’hardware obsoleto.
Nonno mi diceva sempre che i foodies gli ricordavano i fast food della sua infanzia, ristoranti “veloci” dove preparavano panini con carne vera. “Quindi esistevano degli slow food?” gli chiedevo, ma lui ogni volta sgranava gli occhi e ripeteva di non ricordare.
Avevo saltato la pausa pranzo a causa di una riunione che era andata per le lunghe e, uscito dall’ufficio a tarda ora, avevo trovato tutto chiuso. Fedele alle mie abitudini mi dicevo “Mai ci spenderei un soldo” ma quella sera mi parve un’oasi nel deserto. Si presentava come un anfratto buio, a differenza dei miei amati foodies così luminescenti, completamente aperto era delimitato da due colonne per lato e formava un porticato, l’ideale per consumare un pasto veloce in caso di pioggia. Occupava l’angolo che univa due vie e all’interno era arredato da una parete ricoperta di immagini di primi e secondi piatti, sulla destra accanto alla parete interna c’era un pannello con un display su cui digitare le combinazioni di numeri e lettere corrispondenti al piatto prescelto. Infilatomi nella loggetta con lo stomaco che risuonava come un nuovo modello di macina sassi, iniziai con gli occhi roteanti a esaminare a scatti il menù spalmato davanti a me. Alcune immagini erano illuminate altre spente, nelle prime era ben visibile il codice alfanumerico per la selezione, nelle seconde a stento si riusciva a distinguere cosa rappresentassero.
Pesce allevato in mare* (*safe area) in pastella con patatine* fritte (*prod.  immersione in gel) e insalata con pomodori* (*idroponici), C4. Colpito e affondato.
“Inserire l’importo” risuonò una voce metallica. “Sono tornate le voci computerizzate” e subito risposi con un frenetico movimento di monete messe una dietro l’altra manco si rincorressero per una gara a chi arrivava prima in fondo. Tanto rumore nell’entrare era stato seguito da una fontana di tintinnii poco più in basso. “Inserire l’importo” ripeté la voce senz’anima a conferma del mancato pagamento.
Ripresi le monete e le ricaricai una per una, piano, aspettavo quasi che ciascun pezzo fosse digerito dalla macchina e arrivato all’ultimo inserimento, una nuova cascata di suoni metallici risuonò nella bocca in basso. Rifiutato una seconda volta. Lo stomaco aveva reagito emettendo un lamento breve e lugubre come un tuono in lontananza che porta un cattivo presagio.
“Devo mangiare al più presto o impazzisco”.
Cercai nelle tasche il mio portafoglio e la carta di credito.  Scovata in una piccola tasca la estrassi con le mani tremanti e la inserii nella fessura apposita.
“Carta non abilitata. Si accettano solo carte di credito validate dal nuovo protocollo BizTeak. Contatti la sua banca” inesorabile pronunciò la macchina. Sentii una corda tirare dentro me a strattoni: era il mio stomaco che giocava con l’esofago ormai addormentato e una lenta scossa risaliva fino alla gola. Risuonò il mio pugno contro il display e un grido mi attraversò: “Ho fame!”.
La macchina riprese “Il nuovo servizio sanitario nazionale, seguendo le direttive di responsabilità civile della legge 602/43,  è da oggi funzionante”.
Non sapevo di che cosa stesse parlando, e mentre cercavo di dare un senso alle parole che avevo sentito, con voce più vivace e arzilla la voce continuò: “Nelle nuove disposizioni il cittadino è responsabile della propria salute e i prezzi di cibi e bevande saranno direttamente proporzionati ai costi che ricadrebbero sul servizio nazionale sanitario in caso di condotta poco salutare”. Non credevo a quel che sentivo.
“Inserisca la mano destra nell’apposita apertura che trova di fronte” sentenziò. Ormai inebetito ubbidii.
Un sibilo e uno sfarfallio retrò annunciarono un calcolo e poco dopo uscì la sentenza “Il piatto da lei selezionato sarà addebitato sul suo conto al Ministero delle risorse umane. Fanno 550 euro. Se è d’accordo, selezioni il tasto PROCEDI”
“Cinquecentocinquanta euro? No, ferma” urlai facendo tre passi indietro.
“Non si agiti, cittadino” mi rispose la macchina con una voce meno metallica e quasi femminile “sono a sua disposizione altre alternative”
“Quali? Io ho fame! Posso mangiare qualcosa?” supplicavo.
“Illumino per lei i piatti disponibili più economici” disse gentilmente. Sulla parete apparvero le seguenti immagini: un’insalata verde, un’insalata di finocchi con arance e un piatto di tofu.
“Sta scherzando, vero?”. Le braccia mi tremavano e deglutivo in continuazione per calmare i crampi allo stomaco.
“Se sceglie l’insalata, è offerta dal servizio sanitario” suggerì la macchina.
“Ma che ci faccio con un’insalata? io ho un lupo che sbava qui dentro” mi disperavo battendo la mia pancia e mi avvicinai alle immagini spente “e questi spaghetti? E sta lasagna? Eh, eh? Che mi dice di questi piatti? Sia buona”
“Spaghetti: 350 euro. Lasagna: 700 euro. Se è d’accordo, selezioni il tasto PROCEDI”
Iniziai a seguire tutti quei miraggi culinari sbattendo un pugno ogni volta che riconoscevo la specialità e con un tono di voce alterato ripresi la mia richiesta “Io ho fame, lo vuole capire?” Caddi in ginocchio preso dallo sconforto. Diedi un’occhiata al distributore, ai muri ricoperti di piastrelle che riflettevano le luci fioche e lanciai uno sguardo fuori nell’oscurità.
“È tutto chiuso qui intorno e ho il frigo vuoto, fino a domani mattina posso morire di fame”
“Mi dispiace signor… Sandro, vero?” disse la voce abbandonata ogni tensione.
“Come sa il mio nome?” chiesi.
“Ho letto la sua carta di credito, quella rifiutata. Dovrebbe sempre tenere qualcosa in casa: una scatoletta di tonno e fagioli, ad esempio, non si sa mai come possano finire le serate quando si vive solo per il lavoro.  Nove / ventidue e trenta, otto e cinquantacinque/ventitré e quaranta, nove/ventidue e trentacinque…”.
La fermai: “Mi sta leggendo il mio nuovo codice fiscale o i prezzi sono saliti nel frattempo?”
“No, sono i suoi orari di lavoro di questa settimana”
“Lo so, lo so” mi maledicevo “Dovrei regolarmi, me lo dico sempre ma poi mi dimentico”.
“Ascolti Sandro, prenda anche il tofu, glielo offro io, anzi prenda tutti e tre i piatti”
“Insalata, finocchi e tofu? Ma io non sono a dieta, anzi sto deperendo da anni di solitudine. Io ho fame di tutto e lei mi parla di tofu, non me lo nomini il tofu!” le gridai.
“Il servizio nazionale sanitario vuole solo il suo bene, si riavvicini, inserisca questa volta entrambe le mani nell’apertura” fece lei calma.
“Ma questo è un ricatto! Io voglio solo mangiare, i succhi gastrici mi stanno divorando, la prego: un pezzo di focaccia secca”.
“Ripristini il contatto con la banca dati” inesorabile e sempre più umana continuava quella la voce di donna “si avvicini a me”; cedetti e da qualche parte di fronte e me mi sembrava di vedere due occhi ambrati. Mi sottoposi all’esame una seconda volta. Questa volta la macchina prese tempo e iniziò a lampeggiare una luce rossa in fondo al display nero. Elaborava, elaborava, ma cosa?
“Si avvicini al display, Sandro”
“Più di così? Che devo fare?” Protestai
“Non capisce…” insistette ma con calore quella voce di donna: “Lei ha fame, sento che lei è affamato, avvicini le labbra al display nero”.
Con le mani dentro un’apertura sottile, non mi rimase che completare l’asservimento e poggiai le labbra sul display di fronte a me. La superficie nera era tiepida e a poco a poco la sentivo ammorbidirsi, una fragranza che non riconoscevo mi fece schiudere le labbra e riempì la mia bocca come un vapore. Cannella, era cannella, come da lucidalabbra ma non finiva lì, aveva anche un retrogusto piccante e caldo, forse biondo, pieno come un dolce scandinavo. Le mani erano avvolte da un tessuto setoso che premeva gentilmente sulle dita con un lieve massaggio che partiva dai polpastrelli e scivolava sul palmo fino ai polsi. Mi inebriava sempre più e mi calmai.
Mi nutriva quel vapore che si addensava nella mia bocca e scendeva nelle mie viscere e mi nutriva quel tocco che sembrava procedere sulle braccia e sul resto del corpo arreso. Aprii gli occhi e chiesi a quegli occhi ambrati che mi guardavano: “Come ti chiami?”

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