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Varda el bicer

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Nonno Giovanni per me è stato sempre una roccia. I baffi neri alla Charlot, il fiocco al posto della cravatta, la giacca sempre a filo sul torace. E poi le mani. Pesanti, ruvide, tenaci nella stretta ma capaci del tocco anche lievissimo.

Nonno Giovanni per me è stato sempre una roccia.
I baffi neri alla Charlot, il fiocco al posto della cravatta, la giacca sempre a filo sul torace.
E poi le mani. Pesanti, ruvide, tenaci nella stretta ma capaci del tocco anche lievissimo.
I nostri incontri erano sempre cadenzati dal viaggio che la mia famiglia affrontava per attraversare l’Italia in treno e tornare alle proprie radici.
Non capisco perché, ma era davvero come tornare a casa.
Sentivo che quei boschi e quell’aria con molte più zanzare della nostra Maremma era comunque mia. O forse ero io che appartenevo a lei?
Non dimenticherò mai il profumo del fieno che mi riempiva le narici all’arrivo.
“Il nonno dov’è?” era la mia prima domanda appena arrivato.
“Dove vutu che sia, ostrega! Nel’ort, oltre el pòrtego” mi rispondeva la zia grande. “E ora, fora da’ chi”.
E allora via di corsa, attraverso il grande cortile e poi sotto l’arco del portico. A settembre era già fiorito di pannocchie. Il nonno le metteva tutte in fila a pendere dal soffitto, come se invece che nate dalla terra fossero scese dal cielo. In inverno, dopo altri mesi di attesa, le avrebbe passate in un grande macinino per sgranare un chicco dall’altro.
Ogni volta che c’incontravamo il nonno mi abbracciava e voleva che lo baciassi sulla guancia. Quella ruvidezza è una sensazione che ho immagazzinato.
Poi, superato quel momento di tenerezza, tornava ad essere il patriarca della famiglia.
Lui lo era davvero. Tenere il conto di dieci zii e relativa parentela era un’impresa piuttosto difficile.
Tornando dal campo, facevamo una tappa fissa in cantina. “Resta ‘ndrio” mi diceva il nonno, tirando fuori dalla tasca una lunga chiave. Spalancato il grande portone era impossibile non rimanere catturati da quell’aroma di frutta cotta. Solo più pungente di quello che invece manda la marmellata quando bolle.
“Scoltame bene” mi diceva il nonno “’drio sto bicier, ghe l’è el sudor”.
All’inizio non capivo. Sudore, che significa? E buttavo il vino giù tutto in un colpo, sentendo solo bruciore nello stomaco e la lingua legnosa.
“Te piase fiol?” mi chiedeva interrogante. Poi, mentre richiudeva il portone recitava la sua formula magica: “A chi no ghe piase el vin, che Dio ghe toga anca l’acua”.
Con il passare degli anni il nonno aveva affinato il suo rito.
Ogni volta, la tappa in fondo alla cantina si concludeva con l’assaggio al lume di candela, con il vino a contorcersi per catturare ogni sfumatura della luce traballante.
Il nonno non era uno professionista ma del suo vino conosceva ogni zolla.
All’inizio cominciò come un gioco, chiedendomi se sentivo fiori o frutta.
Io rispondevo sempre con la stessa frase. “Sento solo puzza di vino”.
“Tase, mona. Come te fase a dir: spusa de vin? Non te sente altro?”
Così, tra un bicchiere e l’altro, avevo imparato anche le parolacce in dialetto. All’inizio avevo capito che mona volesse dire sciocco o peggio ancora tontolone. Solo che ogni volta che me ne uscivo con quella parola davanti alle zie volavano certe sberle più efficaci della giostra calcinculo.
E così ho capito senza spiegazioni che c’erano altri significati che consigliavano di non usarla davanti ai grandi.
Dopo qualche anno e il nonno aveva smesso di chiedermi di baciarlo. Mi aveva raccontato tutto il lavoro per arrivare alla vendemmia e la magia della fermentazione, dei travasi e dei lunghi mesi ad affinare.
Mi aveva portato anche, senza accorgermene, a capire da solo cosa nascondeva il bicchiere.
I bianchi erano quasi sempre da classificare nel settore floreale, con gradazioni più o meno delicate, svelate prima che dall’assaggio dal colore in controluce. I rossi erano invece più traditori, perché il colore da solo non era sufficiente a farmi decidere. Però avevo capito che al colore rosso pallido corrispondeva frutta delicata, come le ciliegie, mentre a quello più acceso la frutta rossa, dalla pesca matura alla prugna, fino agli aromi speziati del cuoio e del pepe, tipici dei rossi corposi.
“Varda qua” mi diceva in questi casi il nonno. “Varda bene el bicier”.
E inclinava il calice per mettere il vino obliquo.
Osservando le sue indicazioni avevo trovato un bordo arancione a contatto con il vetro. Avrei saputo solo dopo il master che era il segno di un vino maturo, certamente passato in barrique.
Il gioco che avevo cominciato da bambino si era trasformato in curiosità e passione ma ad ogni ritorno mi rendevo conto che la vecchia vite si stava inaridendo.
Sempre più spesso il nonno diventava ripetitivo, dimenticando dopo un minuto la domanda che mi aveva appena fatto.
“Alora, fiol. Tò sto gòto e dime”. Io mettevo così il bicchiere sotto il naso per ascoltarne gli aromi, poi davo un lieve colpo di polso per mandare il vino in rotazione e arricchirlo d’aria. Quindi un piccolo sorso che facevo girare sulla lingua e nella bocca aspirando dal naso gli aromi secondari.
Stavo elaborando la risposta e il nonno riempiva un altro bicchiere.
“Alora, fiol. Senti come xè bon sto gòto?”. “Nonno ho appena bevuto, Grazie” rispondevo, aiutandolo a sistemare le bottiglie che le sue mano tremanti non riuscivano più a controllare.
L’autunno del terzo liceo, lo ritrovai ancora più intristito. Sempre nell’orto ma scomposto su una panchina a guardare il campo con gli occhi fissi.
“Varda che desgràssia” fu il suo saluto, puntando il dito alla vigna.
Erano rimasti in piedi solo i pali e i ceppi delle viti. Foglie, tralci e grappoli erano scomposti a terra. La grandine della settimana prima aveva azzerato un anno di lavoro e compromesso anche il raccolto futuro.
Capii subito che quell’anno non avrebbe avuto vendemmia, né festa, né vino nei tini.
“’ndemo ‘n cantina. Xa da eser tre o quattro botha de Clinton”
Mi regalò tre di quelle bottiglie.
Io dissi ai miei compagni del liceo, ancor prima che ai miei genitori, che non avrei fatto Medicina né Lettere, come volevano i miei. Avrei scelto Agraria e imparato a coltivare l’uva e a produrre vino.
Dopo qualche mese tornammo di nuovo in Veneto. Il nonno era caduto, era stato ricoverato.
Lo trovai pallido e dimagrito. “Come stai?” chiesi quando si svegliò dal torpore.
“No me dano neancha un goto” disse solamente. “ ’ste megere! Boia d’un can” disse ad alta voce guardando le infermiere. “No ghe sano che el vin xe el late dei veci?”. Poi tornò in dormiveglia.
Gli zii mi dissero che non c’era nessuno che voleva rimettere in piedi il vigneto. I cugini erano tutti alla Benetton e non c’era modo di farli interessare alla campagna.
Ora ho un’enoteca.
Le tre bottiglie di Clinton con l’etichetta scritta a mano sono i pezzi più preziosi del locale.
Sull’insegna la foto del nonno sulla panchina e, a grandi lettere il suo invito: “Varda el bicier”.

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