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Terzo incomodo

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Giovanni rientrò in casa, posò la giacca sul divano e aprì la finestra della sala. Poi si diresse in cucina, montò il latte e andò a sedersi al tavolo per gustarsi il cappuccino. Appena girò l’angolo del tavolo franò a terra, sbattendo leggermente la testa sul bordo del tavolo.

Giovanni rientrò in casa, posò la giacca sul divano e aprì la finestra della sala. Poi si diresse in cucina, montò il latte e andò a sedersi al tavolo per gustarsi il cappuccino. Appena girò l’angolo del tavolo franò a terra, sbattendo leggermente la testa sul bordo del tavolo. La tazza di latte si frantumò in diversi pezzi, il latte imbiancò il parquet di rovere. Giovanni si guardò intorno, valutò di non aver nulla di rotto, passò una mano sulla fronte per rassicurarsi. “Tutto a posto” pensò. Quindi si alzò e cercò la causa della sua caduta. Si trovava qualche metro più in là: una rotella. Nera. Di plastica. Con un pedale infilato nel buco centrale. Giovanni la raccolse. Era proprio una rotella di plastica piena, di quelle da triciclo.

Giovanni si guardò istintivamente intorno. I bambini certo non gli facevano paura, semplicemente non li voleva. Posò la ruota sul tavolo della cucina, ci girò intorno e non vide bambini.
Nella sala, anche sotto il tavolone di legno massello, non c’era nessuno. Eppure un bambino doveva essere entrato e doveva aver pedalato sul suo triciclo per la casa. Quella mattina al massimo, perché ieri aveva rivisto “Shining” prima di andare a dormire. E in casa non c’era nessuno oltre a lui e a sua moglie.
Entrò in camera. Sul letto nulla. Ai lati dei comodini niente. Restava la cabina armadio. Con la mano che tremava aprì la porta dello sgabuzzino e accese la luce. Controllò tra i completi e le giacche. Sollevò i vestiti di Guendalina, i trench e scostò anche le scarpe della moglie. Niente.
Giovanni vagava per casa, gli occhi spalancati. Mancava il bagno. Ma il bagno era troppo piccolo per poter nascondere un piccolo ospite. Tant’è, se c’era un bambino in casa, doveva essere là. “È un incubo” pensava tra sé e sé. “Un bambino in una casa dove non sono desiderati i bambini. Che idiozia!” Giovanni controllò per bene dentro lo stipetto, e perfino all’interno della lavatrice. Tutto decisamente deserto. Ma quando fece per lavarsi la faccia per rinfrescarsi la mente incappò in una scritta sullo specchio: “REDRUM!”. Rimase a bocca aperta, perché era la parola che aveva dovuto spiegare a Guendalina la sera precedente, mentre guardavano il film. le aveva suggerito alzando gli occhi al soffitto. Lei quindi aveva capito, ma aveva giocato a fare l’offesa col marito. “Quella scema… ha sempre voglia di scherzare…” pensava Giovanni mentre con la carta igienica cancellava la scritta.
Quasi deluso, ritornò in cucina e osservò la ruota: la parte centrale era ancora integra con il suo pedalino giallo. Si fissò sul pedalino al punto che, quando Guendalina entrò in cucina, gli disse
Giovanni si girò di scatto verso la moglie, mostrandole la ruota del triciclo, il pedalino in primo piano. Guendalina si avvicinò e con il dito fece girare il pedalino sul perno, facendo <Broom! Broom!> con le labbra. disse Giovanni, indispettito.
e mentre diceva queste parole Giovanni si avvicinava sempre più alla donna, alzandosi sulle punte dei piedi per sovrastarla completamente.
disse Guendalina e si mise a ridacchiare. Il che fece imbestialire Giovanni.
urlò Giovanni in faccia a sua moglie.
la donna provò a sfiorargli il braccio ma Giovanni si ritrasse.
la interruppe lui, i denti digrignati.
Guendalina spalancò la bocca e gli occhi le si inumidirono all’istante.
lasciò uscire lei dalle labbra.
<D’accordo un cazzo, stronza! Io i figli li volevo! TU non li hai voluti quando era il momento! E la carriera… e la direzione dell’ufficio esteri… e le vacanze in giro per il mondo… e tutta quanta la tua vita… Ma IO li volevo!> Giovanni aveva una voce roca e graffiante.
Ora Guendalina stava rivestendosi. Lentamente. Le guance rigate di lacrime.
chiese Giovanni.

<Cosa?>

sentenziò risoluta Guendalina.
La voce di Giovanni si era fatta più bassa, mielosa, accondiscendente.

la rabbia di Giovanni stava rimontando; aveva gettato la rotella sul letto, vicino alle gambe della moglie.

e Giovanni afferrò la rotella dal letto, roteandola davanti alla faccia impassibile di Guendalina.
scandì Guendalina. Poi concluse e si alzò dal letto. Prese il soprabito dal sofà e si diresse verso la porta.
<Guendalina!> la chiamò Giovanni. <Guenda!> La donna aveva già la mano sulla porta, ma si girò, sbuffando. Lui le mostrò il pedale giallo e puntualizzò <Questo-è-di-un-bambino>.
Guendalina alzò gli occhi al cielo e senz’altro aprì la porta, uscì e la sbatté dietro di sé.
Giovanni era solo in casa. Respirò profondamente tre o quattro volte, esaurito dallo sforzo. Quindi fece fare un giro alla ruota spingendo sul perno centrale. Si guardò un’ultima volta intorno nel salotto e si trascinò in cucina.
Sedette al tavolo, poi si rialzò e asciugò il latte dal parquet. Con la scopa e la paletta raccolse i cocci della tazza.
Andò verso il lavabo per buttare via i frammenti di ceramica, ma suonò il telefono. Rispose.
<Giovanni?>
<Guendalina?>

Giovanni riattaccò, furioso.
Prese la rotella dal tavolo e si diresse alla porta d’ingresso. Aprì e percorse i pochi metri che lo separavano dal cassonetto della spazzatura. Gettò pedale e ruota dentro il cassonetto, lo richiuse e rientrò in casa. Stava per richiamare Guendalina e chiederle scusa quando, la cornetta in mano, fu sopraffatto da un’idea.
Percorse la sala, arrivò al corridoio. Di fronte aveva la porta del bagno. Tentennò un istante, poi prese fiato e urlò, con voce mielosa e quasi effeminata: Poi si avvicinò alla porta. Ruotò la maniglia, ma quella non si mosse. Allora Giovanni si sorprese a sorridere e con voce profonda continuò Aspettò qualche istante, poi riprese. Questa volta usò un timbro cavernoso e arrabbiato <Su, apri la porta. Su, apri! Non hai sentito il mio toc, toc, toc? Allora vuoi che soffi? Vuoi che faccio puff? Allora devo aprirla io la porta? […] Sono il lupo cattivo!> e appena terminò la frase sentì scattare la serratura della porta. Col sudore alla fronte ruotò la maniglia, spalancò la porta e si trovò di fronte un bambino paffutello, dal caschetto biondo. Con la destra teneva in impennata un triciclo cui mancava la ruota anteriore.
disse Giovanni.
Il bambino col caschetto alzò il braccio sinistro, quindi dalla mano chiusa a pugno emerse l’indice. Iniziò a piegare e a stendere l’indice. Dalla bocca emerse una voce stridula che creava un unisono con il dito: <REDRUM! REDRUM! REDRUM!>

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