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Profumo di violette

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–Io sono una donna anziana non sono vecchia – Lo diceva mentre mi stringeva le guance paffute con le mani ossute e ficcava gli occhi nei miei. Erano piccoli gli occhi di mia nonna, due piccole nocciole circondate da un velo umido.

Io sono una donna anziana non sono vecchia
Lo diceva mentre mi stringeva le guance paffute con le mani ossute e ficcava gli occhi nei miei.
Erano piccoli gli occhi di mia nonna, due piccole nocciole circondate da un velo umido.
Apri il secondo cassettone del comò – mi disse quel pomeriggio
Non ce la faccio è troppo pesante – protestai
– Si che ce la fai ! –
No che non ce la faccio!-
La discussione andò avanti tra i suoi sì e i miei no fino a quando capii che era inutile tentare di convincerla, era una donna testarda.
Seduta a terra, di fronte il mio rivale, puntai i piedi e tirai con rabbia.
Visto ? – sorrise soddisfatta, aggiungendo una smorfia.
Infila le mani , non aver paura ! –
Le mie mani si persero tra pizzi e merletti , sentii uno scricchiolio , un suono familiare.
Sono le nostre preferite – sussurrò.
Lo erano davvero!
Lei era così, proprio come quelle caramelle,dura all’esterno con un cuore morbido di mandorle e nocciole.
La Rossa non si concedeva subito al palato, solo chi aveva la pazienza di tenerla in bocca, senza schiacciarla, poteva assaporare al momento giusto l’esplosione di quell’interno cremoso in tutta la sua bontà.
Ci riempimmo la bocca come due bambine pestifere e golose, scoppiammo a ridere e le guance facevano male.
Questo sarà il nostro piccolo segreto – mi disse mentre radunava le carte stropicciate.
Ci stendemmo sul letto , una accanto all’altra, soddisfatte.
Incrociai le braccia dietro la testa e rimasi a guardare i fiori della carta da parati ma così attentamente che ad un tratto sembrò che mi venissero incontro e che si trasformassero in visi e luoghi e pensavo a quanta vita ci fosse oltre quella stanza che ancora non conoscevo.
Era tanto di quel tempo che non uscivamo, la nonna ed io;
una volta facevamo tante belle passeggiate all’aria aperta, mi portava in campagna a raccogliere i fiori e sorrideva.
Fu proprio in quel giorno di sole che vidi per la prima volta, la signora.
Ogni pomeriggio le amiche della nonna si radunavano per prendere il tè e parlare del più e del meno.
Mi era proibito assistere a quegli incontri, così venivo spedita nella camera di fronte; non potevo ascoltare i loro discorsi, potevo però spiare ogni loro gesto.
Arrivavano in fila per due come delle scolarette, eccitate come se si recassero in gita scolastica , dopo un breve saluto si accomodavano intorno al tavolo.
Sedevano con le ginocchia strette e la schiena dritta , sollevavano le tazze fumanti e mangiavano i pasticcini portandoli alla bocca come se non ne avessero voglia, come se fosse un dovere .
Lei entrò da sola con fare curioso, il passo deciso di chi sa di poter fare ciò che vuole anche in casa d’altri;
era una donna minuta e aveva tra i capelli ancora biondi delle graziose violette, i miei fiori preferiti, le notai subito, sembrava diversa da tutte le altre.
Si sedette ma siccome nessuna di quelle compunte signore badava a lei, compresa la nonna, prese a guardarsi distratta i piedi che non toccavano a terra, poi iniziò a ciondolarli ed infine sbuffando scese dalla sedia.
Passeggiava per la stanza e vedendomi di lontano prese a farmi tante boccacce alle quali ovviamente non risposi.
Tentai di ignorarla ma quella buffa signora mi incuriosiva.
Mise le mani tra la cristalleria, sgranai gli occhi, pensai che fosse un bene che la nonna fosse così distratta , altrimenti sarebbero stati guai per lei.
Nessuno poteva impunemente toccare il servizio di calici in cristallo, bordati in oro zecchino, da ventiquattro.
La nonna era agitata, continuava a parlare e a spiegare chissà che cosa, sentii distintamente pronunciare il mio nome, la signora Olga scoppiò a piangere, non me ne meravigliai, d’altra parte piangeva sempre.
La nonna le fece cenno di fare silenzio, quando un vento si alzò e fece sbattere la porta e il cuore e chiuse il sipario su quel teatrino muto:
Sei una bella bambina
La ringrazio signora
Come una gattina, senza fare rumore mi sdraiai vicino la finestra, lì c’erano i mattoni più caldi , quelli lucidati a specchio, ci vedevo riflessa la mia ombra.
Prenderesti una tazza di tè con me?
Non posso signora , la nonna non me lo permette
Possiamo far finta se ti va ?!
Vuole giocare con me?! chiesi meravigliata
Servii il tè nelle tazzine di plastica color avorio, lei sedette tra me e la mia bimba dai capelli di lana, facendomi i complimenti per come fosse bene educata.
Mi da un bel da fare, sa i bambini di oggi… – dissi per darmi un tono
La signora finì tutto il tè, ne bevve tre tazze, sembrava piacerle tantissimo e mi assicurò che mai ne aveva bevuto uno tanto buono.
Mi aiutò a riordinare, mi disse che ero un’ ottima padrona di casa e che le faceva piacere parlare con me e che presto sarebbe tornata.
Mi mise tra i capelli una violetta, mi sorrise e andò via , senza salutare la nonna e tanto meno le sue amiche.
Pensai ad un gesto poco garbato ma ero pronta a giustificarla in virtù di quella stravaganza che la rendeva simpatica.
La signora mantenne la promessa tornò il pomeriggio seguente e il seguente ancora; diventammo ottime compagne di giochi.
Non riuscivo a capire perché perdesse il suo tempo a bere del finto tè quando poteva averne uno vero , buono e caldo, nella stanza accanto.
Ogni pomeriggio si presentava puntuale al nostro appuntamento e ascoltava le mie storie di bambina .
Le raccontavo della mia giornata a scuola e dei miei compagni, di come mi prendessero in giro chiamandomi Pippi Calze Lunghe, per via delle trecce e del fatto che ero molto magra;
Mi ascoltava, senza dare mai un giudizio.
Le confidai perfino, arrossendo un po’, che durante la ricreazione prima che la maestra rientrasse Marco mi aveva dato un bacio sotto il banco;
un bacio pessimo considerando che avevo sentito i suoi denti battere contro i miei e che quella pettegola di Sara lo aveva raccontato a tutti.
Più la signora veniva a farmi visita più il nostro rapporto si faceva intenso.
Pur non avendomi mai parlato della nonna e di come si fossero conosciute sentivo che tra loro vi era qualcosa di irrisolto.
Comunque non ero disposta a perdere l’amicizia di quella simpatica signora e allo stesso tempo non volevo fare un torto alla nonna.
Pensai che sarebbe bastato non raccontarle di quella signora, per la prima volta avevo un segreto, ma non saprei dire se questo mi piacesse.
I giorni passavano ma uno strano senso di paura mi prese, non riuscivo più a guardare la nonna negli occhi e covavo verso di lei un inspiegabile rancore.
Se ne accorse – Vuoi fare un disegno per me ? – mi chiese
Ero gonfia di rabbia, mi sentivo stretta da quelle mura e disegnai una finestra, aperta su un cielo viola, ma non volevo che lei lo vedesse e lo strinsi tra le mani e ne feci una palla e la tirai ai suoi piedi.
Perché ce l’hai con me? –
Sentii un dolore improvviso come quando ci si taglia un dito con la carta.
Non capivo perché ma avevo bisogno di dirle che la odiavo
Sapevo di ferirla e provavo piacere nel farlo, volevo che soffrisse.
Avevo bisogno di piangere
Salii su una sedia davanti alla finestra aperta e misi il piede sul davanzale, la mia signora era lì, di fronte a me.
scendi è pericoloso! – urlò la nonna.
Vidi la mia signora sorridere e pensai che non sarebbe stato difficile tuffarmi tra le sue braccia.
Pensavo a quanto mi sarei sentita leggera , mi sporsi, ero pronta a raggiungerla.
Sentii un improvviso calore, la mano della nonna afferrò la mia e mi riportò da lei, a casa.
Mi abbracciò come non mi aveva mai abbracciato e mi tenne stretta al suo petto
Per tutta risposta la signora assestò un colpo alla nonna, come a ricordarle chi comandava, lei pudicamente prese un fazzoletto pulito lo portò alla bocca e lo rimise di fretta nel petto, al riparo dai miei occhi curiosi.
Che cosa hai?- chiesi
Non è niente, non ti devi preoccupare, è un regalino che mi ha fatto una vecchia amica –
Perché fa questo? –
Alla tua età non sta bene essere tanto curiosi –
Che significa non sta bene – chiesi petulante
E lei spazientita
Capirai un giorno ciò che è bene, per ora ti basti sapere che è bene stare a tavola senza poggiare i gomiti , è bene non far musica con i piatti , mangiare tutto e soprattutto con la bocca chiusa. –
Mi chiuse la bocca con le dita
È bene sapere che non ci sono pepite d’oro nel fazzoletto , dopo che hai soffiato il naso e quindi è inutile cercarle. –
Mi stropicciò un po’ il naso-
È bene fare il proprio dovere sempre e non essere pigri e ringraziare il Signore e far riposare la nonna quando è stanca… –
Mi diede un bacio.
Improvvisamente ero serena come da tempo non lo ero.
Mi chiese di aiutarla a srotolare le lunghe calze nere.
Lo feci.
Il suo corpo mi incuriosiva.
Il viso, le braccia portavano i segni dell’accanimento del tempo ma là dove il sole non aveva mai battuto e corrotto la carne, questa era rimasta morbida e bianca e non sembrava affatto quella di una vecchia signora , anziana, come diceva lei.
Sono stanca ho bisogno di riposo – mi disse
Pensai di lasciarla sola, ma lei mi prese la mano e…
Resta qui – mi disse.
e io restai a guardarla.
Il riposino della nonna non durava mai più di quindici minuti, il tempo di sfilare le calze e rimetterle;
quel giorno il sole scese tra le tende senza che lei aprisse gli occhi.
Compresi quel giorno che ero diventata grande, ero rimasta sola.
Accanto a me la signora, mi accarezzò i capelli quasi a chiedere perdono.
Dove andrà adesso? –
Lei sarà là , dove tu vorrai che sia
La stanza si riempì di un odore intenso di violette.

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