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Armistizio

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Adesso siamo qui, a terra, e la fissiamo sparsi ai suoi piedi. La testa rotonda sembra più piccola e vulnerabile, ora che non ci siamo noi a difenderla. Fino a quel giorno lei ci ha odiati. Troppo crespi, troppo ricci. Indomabili.

Adesso siamo qui, a terra, e la fissiamo sparsi ai suoi piedi. La testa rotonda sembra più piccola e vulnerabile, ora che non ci siamo noi a difenderla.
Fino a quel giorno lei ci ha odiati. Troppo crespi, troppo ricci. Indomabili. Così ci hanno definito per anni lei, sua madre e i tanti parrucchieri a cui si è rivolta per darci una sistemata. Diceva proprio “dare una sistemata”, come lo si dice dei bambini fastidiosi e maleducati, che hanno bisogno di una lavata di capo per stare buoni. E noi, a onor del vero, fino alla lavata di capo non abbiamo mai opposto resistenza. Accoglievamo volentieri le sue mani o quelle dei parrucchieri, con l’acqua morbida e calda, lo shampoo e il balsamo districante. Ci nutrivamo obbedienti di quei prodotti profumati, lasciando che ammorbidissero per un poco il nostro spirito ribelle. E così quando poi arrivava la spazzola sui nostri corpi ancora umidi, lo spirito guerriero che ci caratterizzava era già andato a farsi benedire e l’unica resistenza che opponevamo era qualche nodino qua e là, che lei riusciva a sbrogliare senza troppa fatica.
Il ricordo della gioia con cui ci sottoponevamo a questo rito che consideravamo degradante per la nostra dignità ci ha sempre lasciati sbalorditi e vergognosi, ma possiamo assicurare che quello era l’unico momento in cui aveva la meglio su di noi; per il resto, la nostra sciocca resistenza a qualsiasi trucco potesse far venire meno la nostra personalità è sempre stata indomita e feroce.
Abbiamo passato tutta la sua adolescenza attorcigliati su noi stessi. Le radici tiravano, facevano male, e solo le punte più fortunate godevano di un qualche spiraglio di luce: i nostri corpi vivevano perennemente nel buio, costretti gli uni sugli altri, senza respiro. Quando, di sera, ci restituiva un po’ di libertà, eravamo talmente furiosi da assumere le forme più disparate: non vedevamo la sua espressione allo specchio, ma sentivamo distintamente i suoi versi di stizza mentre cercava di modellarci con le mani. Le sue dita nervose passavano in continuazione tra di noi, spezzandoci, sbrogliando nodi, stuzzicando le nostre punte con una meticolosità da torturatrice, e noi rispondevamo con doppie punte e ancora più nodi. Era la testardaggine della giovane età, sia per noi che per lei, ora lo sappiamo. Ora che è troppo tardi, lo sappiamo. Ora che è troppo tardi, lo sa anche lei.
Possiamo dire di aver passato quel periodo che va dai dodici ai diciotto anni senza aver mai toccato le sue spalle durante il giorno, e quanto ne andavamo fieri! A scuola vedevamo i nostri fratelli, sulle teste delle sue compagne, ubbidire alle pettinature più alla moda: chignon sapientemente disordinati, trecce o meravigliose cascate brune che cadevano ordinate sulle spalle delle ragazze.
“Vergogna!” urlavamo, “Fate schifo! Vi piegate al sistema! Non vedete che ci vogliono tutti uguali?”
A ripensarci ora sembra un’altra vita.
La nostra era una guerra senza termine, poiché, pensavamo, non ha termine una lotta intestina tra esseri costretti a condividere il cuoio capelluto. Eravamo ben fieri di essere ricci, eravamo felici di spanderci nell’aria, e anche se questo voleva dire farla assomigliare alla superstite di un incontro ravvicinato con un fulmine, di certo non era un nostro problema: questa era la forma dataci dal suo DNA. Prendere o lasciare.
Lei non era di questo avviso. Per anni abbiamo resistito agli attacchi provenienti dai vari fronti, troppo presi da questa antipatia infantile che lei stessa alimentava. Sapevamo che la nostra lunghezza sarebbe rimasta più o meno intatta: aveva infatti una atavica paura di tagliarci, sentivamo il sudore invaderci le radici al solo pensiero, paura sobillata anche dai vari parrucchieri che paventavano una forma “a fungo” qualora ci avesse accorciati fino a superare la mascella. Da quella direzione, quindi, ci sentivamo tranquilli, ma eravamo consapevoli che con l’aumentare delle conoscenze del nemico avremmo potuto subire ulteriori attacchi.
E infatti venne la piastra.
La assimilavamo agli strumenti sui quali venivano grigliati gli eretici nel Medioevo: due pezzi di ceramica bollenti, tra i quali venivamo imprigionati e torturati, dalle radici – così sensibili! – fino alle punte. “Prima o poi moriremo in guerra” pensavamo, “prima o poi ci terrà quel secondo in più tra le spire della griglia e i nostri fusti si spezzeranno tra odor di bruciato e stridor di fibre.”
Fino a quel giorno, lei ci ha odiati.
Abbiamo portato avanti una stupida lotta di puntiglio. Tutte le energie sprecate, tutto l’astio che avremmo potuto evitare.
Il crespo che ostentavamo per sgarbo, i suoi strattoni, lo stiramento chimico. Le radici che facevano male, le punte sfibrate, gli elastici che ci strozzavano. Abbiamo passato la vita a infastidirci, noi e lei, con la costanza certosina di una guerra per sfinimento. E anche quando le armi in suo possesso diventarono più forti, quando i prodotti furono tali da riuscire a ingabbiarci, abbiamo continuato: la nostra è stata una resistenza silente, limitata a quei pochi partigiani che, proprio alla base della nuca, riuscivano a ripristinare i legami chimici iniziali e ad assumere una strana forma arruffata. Proprio all’attaccatura del collo, nascosti dalla coltre degli altri compagni che erano stati domati, continuavano la loro opera di attorcigliamento fino allo stiraggio successivo. Anni e anni di screzi vissuti come una guerra mondiale da combattere sul suo scalpo.
Ecco, noi siamo sempre stati orgogliosi di tutto questo. Stupidi e orgogliosi, ora lo possiamo dire. Stupidi, perché quello che ci pareva di vitale importanza non era che una scaramuccia tra vicini di casa costretti a convivere. Ci sembrava di combattere un pericoloso conflitto, mentre non erano che marachelle. Nelle nostre dispute non le avevamo mai arrecato un vero danno e, nonostante la nostra riccioluta caparbietà, l’idea non ci aveva neanche sfiorati. Era una questione di puntiglio, la libertà di essere quel che eravamo, e più ci accorgevamo di non piacerle, più ci intestardivamo. Prima o poi ci apprezzerà, pensavamo, nel frattempo continuiamo a resistere. La immaginavamo come una vittoria colossale, in cui avremmo potuto innalzarci come bandiere al vento, finalmente liberi.
Lei ci ha odiati, fino a quel giorno.
Quel giorno ci accorgemmo che qualcosa stava cambiando. Dalla nostra visuale di retro, potevamo leggere con attenzione le pergamene incorniciate nello studio in cui ci aveva portati: la laurea in medicina, l’attestato di specializzazione, il giuramento di Ippocrate. L’uomo con cui stava parlando aveva una voce pacata, monocorde, e utilizzava termini che non riuscivamo a decifrare, ma sentimmo di nuovo con acutezza la sua paura salire dalla pelle, in un sudore acre, attraverso le nostre radici. Il medico parlava di un’operazione, di trattamenti chemioterapici, di percentuali di sopravvivenza a cinque anni. Questo ci colpì, la frase “percentuali di sopravvivenza”. Sopravvivenza a cosa? Ci chiedemmo. Quando lei diede le spalle all’uomo e uscì dalla stanza, lo vedemmo abbassare lo sguardo sui fogli che aveva sulla scrivania e scuotere leggermente il capo.
Noi non abbiamo mai arrecato gravi danni, e forse nelle nostre scaramucce non ne eravamo neanche in grado. Forse le avevamo avvelenato la vita con stupidi problemi di estetica, ma mai avremmo immaginato che qualcun altro, ospite dello stesso corpo, potesse iniziare una ribellione di tale portata.
Le modifiche furono graduali, nel suo corpo e nel suo comportamento: smise di torturarci, saltò il trattamento mensile dal parrucchiere per stirarci, iniziò a toccarci sovrappensiero, senza quell’attenzione certosina atta a farci stare in ordine. Le esalazioni che provenivano dalla sua cute erano aspre, un misto di sudore e insonnia, che non avevamo mai conosciuto. Con il passare dei giorni, sentendola parlare con amici e parenti, la situazione ci fu chiara: qualcun altro, molto più giù di noi, che riposava nel suo ventre caldo, aveva iniziato una ostilità assai più grave della nostra. Aveva attaccato altri organi, aveva invaso zone che non gli spettavano con l’arroganza del conquistatore. Aveva dato il via a una vera e propria guerra civile, che i medici si apprestavano a sedare con la forza.
Quando andò di nuovo dal parrucchiere, lo stesso che per anni aveva tentato di domarci, lui le fece scegliere una parrucca: la vedemmo da uno degli specchi del negozio, mentre lei la esaminava. Erano capelli lucidi e morti, attaccati a una cute che non dava nutrimento. Li osservavamo, stupiti, chiedendoci a cosa servissero.
“Quando inizi la chemio?” chiese il parrucchiere con gentilezza.
Lei non staccò gli occhi dalla parrucca che aveva davanti. “Martedì prossimo” rispose.
“Allora prendi appuntamento. In genere i capelli iniziano a cadere dopo quindici giorni dall’infusione.”
Fu così che capimmo. Rimanemmo nella nostra posizione, senza dare cenni di aver sentito, impassibili. Accettammo la nostra fine in silenzio, con l’onore di soldati che si sacrificano per un bene più grande. Per la necessità inderogabile della salvezza di lei.
Quella sera ci accarezzò. Non erano le movenze nervose che sempre ci riservava, alla ricerca di nodi o doppie punte da spezzare. Erano carezze vere, gentili, come non aveva mai fatto prima. Noi rispondemmo a quei tardivi gesti d’affetto attorcigliandoci attorno alle sue dita, morbidamente, in un abbraccio restituito. Per la prima volta in cinquantotto anni cessammo le ostilità. Che senso avrebbe avuto ribellarsi ancora? A quale sistema, poi? Noi non eravamo nulla senza di lei. Siamo dalla stessa parte, ragazza.
Dopo l’infusione, ha iniziato a star male e noi assieme a lei. La seguivamo nelle sue corse in bagno, cercando di non andarle davanti agli occhi mentre rimetteva il poco cibo che riusciva a ingerire. Sentivamo di nuovo le sue esalazioni cambiare, stavolta mischiate a delle secrezioni chimiche che non conoscevamo ma di cui indovinavamo la provenienza. E iniziammo a cadere. Le radici, semplicemente, si chiudevano come si chiude una porta o una finestra. Man mano, sempre più fratelli si sono trovati senza cibo e senza appigli, e si adagiavano piano, con delicatezza, sulle sue spalle e sulla sua schiena.
E adesso siamo qui, a terra, e la fissiamo sparsi ai suoi piedi. La testa rotonda sembra più piccola e vulnerabile, ora che non ci siamo noi a difenderla. Il parrucchiere ha maneggiato il rasoio con abilità e siamo caduti a ciocche, gli uni dopo gli altri, e ognuno di noi, cadendo, le sussurrava piano.

Tieni duro, ragazza, resisti.
Continuavamo a cadere.
Sarà sfiancante come una guerra di trincea, ma ce la devi fare.
Un’altra ciocca scendeva sfiorandole l’orecchio.
Sei forte e bene armata, non temere.
Le abbiamo accarezzato le spalle.
Noi ricresceremo più forti e ribelli di prima.
Il rasoio ha lacerato gli ultimi di noi.
Ma tu devi tenere duro, ragazza. La vera guerra inizia ora.

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