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Pupilla dei miei occhi

di

Data

Stringi tra le mani il disegno fatto a scuola. “Ho detto no, non farmelo ripetere. La televisione oggi rimane spenta”. “Ma io…” “Ma io niente. E basta co’ sti cartoni tutti i santi giorni.” “Ma io non voglio vedere i cartoni…” “Basta!”

pu-pìl-la
Apertura al centro dell’iride,
attraverso cui la luce raggiunge la retina.
Dal latino pupilla, diminutivo di pupa ‘bambina, bambola’.
Al maschile, il ‘protetto’, il ‘favorito’.

Stringi tra le mani il disegno fatto a scuola.
“Ho detto no, non farmelo ripetere. La televisione oggi rimane spenta”.
“Ma io…”
“Ma io niente. E basta co’ sti cartoni tutti i santi giorni.”
“Ma io non voglio vedere i cartoni…”
“Basta!”
Senti il piatto che si rompe nel lavandino, le spalle di tua madre si alzano e si abbassano senza sosta. Corri in cameretta e ti butti sul letto. Ti giri e guardi il disegno: il prato pieno di fiori, la corda in una mano, i palloncini nell’altra, il pozzo è un cerchio nero, la nuvoletta bianca vicino alla tua bocca dove hai scritto ti salverò. Si è tutto stropicciato, così inizi a strapparlo. Guardando fisso il muro pensi che in fondo non era così bello. Devi esserti appisolato quando a un tratto apri gli occhi e la mamma compare sulla soglia, ha mille lire in mano. “Ti va la pizza?”. Ti alzi, prendi i soldi, in cambio gli dai i pezzi del tuo disegno. Su quello più grande c’è scritto bravissimo, in rosso e sottolineato tre volte. Lei non li guarda e ti dice: “Stai attento pe’ strada”.

Cammini scuotendo la testa e arrivi alla fine della via dove abiti. C’è un bar all’angolo e la pizza non ti va. Le mille lire in mano iniziano a scottare come la rabbia che ti arrossisce il volto. Poi con passo svelto entri velocemente nel bar, un odore sconosciuto ti afferra. L’odore dei grandi, un misto di sigarette, caffè, sudore e polvere sugli scaffali. Una ragazza bionda con una bottiglia in mano ti fissa dalla parete vicino alla scritta Totocalcio. È bellissima e guarda fisso dietro a te, ti giri e scopri dove sono le patatine. Proprio quelle che il tuo amico Robi non ti offre mai e hanno la sorpresa dentro. Guardi il pacchetto, ti giri e vedi che non c’è nessun’altro nel bar, l’uscita è a pochi passi. Afferri le patatine ma fai un casino. Cadono anche le buste dei popcorn. Ti pieghi per raccogliere quando entra una donna con un grembiule sporco che ti dice:“Regazzì, allora?”. Ti sbrighi a mettere a posto, poi alzi la mano con il pacchetto di patatine e l’altra con le mille lire. Lei prende i soldi e dice guardandoti dalla testa ai piedi: “Non t’ho mai visto“. Si ficca una mano in tasca e ti da degli spiccioli. Li afferri veloce ed esci. Mentre riprendi a respirare ti chiedi se la barista conosce mamma, se papà viene qui a giocare la schedina. Decidi di tornare indietro, vuoi restituire le patatine, farti ridare i soldi. Controlli quelli che hai in mano, rifai conti, sei confuso. Poi fai un respiro profondo come prima delle interrogazioni e rientri nel bar. Dici alla signora seduta su uno sgabello dietro alla cassa: “Si è sbagliata a darmi il resto”. Poggi cinquanta lire sul bancone con lo sguardo basso. “Ma guarda sto regazzino. Come sei dolce. Viè qua, pjate ‘na caramella”. Prende un barattolo di plastica pieno di zucchero e colori. Sono troppi, ti piacciono tutte, non sai deciderti. Mentre stai imbambolato davanti a quel ben di Dio, la Sora Maria, così si chiama la barista, ha fatto il giro, prende una Selz Soda arancione e te la offre. Poi infila le dita gialle di nicotina tra i tuoi ricci ribelli come a volerli sistemare. Alzi lo sguardo ma non riesci a dirgli grazie guardando i suoi occhi velati di lacrime. “Regazzì, torna a casa che tu madre te starà a aspettà”. Metti in tasca la caramella, apri il pacchetto di patatine ed esci dal bar. Devi sbrigarti a finirle, non puoi tornare a casa con quelle e senza la pizza. Ti giri, la Sora Maria si passa le mani sugli occhi, pensi che se fa quest’effetto ridare cinquanta lire, non ci vuole poi tanto per fare del bene. Mentre passi tra i tavolini sparpagliati, un applauso ti travolge. Diventi rosso dalla vergogna, sono solo cinquanta lire vorresti dire a tutti quegli uomini seduti. Ti accorgi però che nessuno ti si fila. I loro occhi seguono rapiti le immagini in bianco e nero di una televisione messa sulla soglia di una finestra vicino all’ingresso del bar. “Ce sò novità?”, chiede col fiatone un tizio appena arrivato, la canottiera nera e il segno bianco del sudore sotto le ascelle. “Dicono che è arrivata l’ambulanza, ce semo, ce semo” dice Nando, che è il marito della Sora Maria. “È vero, ma con tutta quella gente quando passa” dice uno che si massaggia la mascella nervosamente. “Sò du’ giorni che sta li sotto, ma come gliela fa…”, dice ancora Nando. Vorresti dirgli che tu lo avevi disegnato il piano per salvare quel bambino. Avresti calato la corda, attaccato i palloncini e lui sarebbe uscito, salutato con la mano la mamma, il papà, i vigili del fuoco, sullo sfondo il cielo azzurro e attaccato a un raggio di sole si sarebbe finalmente scaldato dopo tutto quel freddo. I grandi queste cose non le sanno fare, pensi: ma il tuo piano ora mi sa che sta nell’immondizia e pure quelli intorno a quel pozzo non stanno messi bene. “Ha risposto… sbrighiamoci a calare una corda… la tavoletta si è incastrata… si scaverà un tunnel parallelo… è arrivata la trivella… la pietra è troppo dura…”. Anche adesso tutte le finestre come becchi di un pappagallo dalle piume arcobaleno, ripetono lo stesso verso delle televisioni accese. In strada non c’è nessuno, Primavalle non corre e non urla come sempre, sembra ferragosto ma è ancora il 12 giugno. Mentre cammini lento, con la bocca unta piena di patatine, da un cancello aperto sbuca un missile bianco e nero che sparisce sotto una macchina. Dallo stesso cancello esce di corsa un ciuffo di capelli castani incollato alla fronte sudata. Il ragazzino si butta sotto alla Ritmo arancione, inizia a tirare calci e ti dice: “Acchiappalo”. Non fai in tempo a capire che la macchina sputa un pallone. Lo guardi rimbalzare in mezzo alla strada. È un Tango, il pallone dei tuoi sogni. Non osi nemmeno sfiorarlo. “Aiutame a uscì, me so’ incastrato”. Afferri la mano del ragazzino, lui esce, raccoglie il pallone e se lo mette sotto un braccio. “Bone e patatine, dammene una” dice e infila una mano nera di polvere nel pacchetto. Tu continui a fissare il pallone. “Vuoi fa’ un tiro?” ti chiede. Gli passi le patatine e lui il pallone. Le ginocchia ti tremano, calci più forte che puoi e il Tango vola in aria. Sorpassa i tetti dei palazzi, è imprendibile anche per il sole, che gran gol e quanti applausi. Alzi le braccia al cielo. “È arrivato il Presidente Pertini. È accolto da un applauso generoso. È uno dei gesti ai quali Pertini ci ha abituato”. La voce del telecronista trema, rimbalza fuori dalle finestre e cade sulla strada insieme al Tango. “Non t’ho mai visto, do’ abiti?”. Gli dici che stai al civico cinquantacinque, che sei amico di Robi, Paolo, Gianni, la porta dove giocate a tedesca è il cancello della Sora Rita. “Domani vengo co’ Valerio, Piotta e Pecorino, quattro contro quattro. Andiamo al campo giù ai fontanili?”. “Ma che dici, è tutto chiuso” gli rispondi. “Ma che dici te, anvedi questo. C’è un buco nella rete che è ‘na fogna. Me sa che te e l’amici tua siete quelli sempre attaccati alla gonna de mamma”, ti dice lui con un sorriso di sfida, “guarda, lasciamo perde”. “Ma che dici, noi con le bici facciamo i peggio giri”. “Non ce credo”. “E io non credo al buco nella rete”. ”Scommetti? Volemo annà a vedè?”. “Andiamo”. Così ti incammini e quando state per passare sotto casa tua, gli dici; “Che mi fai tenere il pallone?”. “E tu me dai le patatine”. Fai lo scambio e inizi a correre senza guardare il balcone di casa tua stringendo forte il pallone.
Corri a perdifiato giù per la discesa, il posto lo conosci. Rallenti, ti guardi indietro e sai di esserti allontanato troppo. A sinistra vedi enorme il serbatoio dell’Italgas, è dove lavora tuo padre e sta per staccare. Fa questa strada per rincasare e se ti becca proprio qui sono dolori. “Oh daje, siamo arrivati. Passamo qua e te faccio vedè che non dico fregnacce”. Pensi che l’erba alta è un buon nascondiglio e lo segui. “Ma lo sai che ce stà qua vicino? Er pozzo, quello famoso”, ti dice.
“Si lo so.”
“Come quello che dicono alla televisione.”
“Si.”
“Solo che quella ragazzina l’hanno ammazzata.”
“Ti sbagli, è caduta.”
“None, me l’ha raccontato mio padre. Er Riccetto ce la buttò dentro dopo che l’aveva ammazzata.”
“Ti dico che non è così, ti sbagli” insisti.
Lui si gira e la sua faccia è a poca distanza dalla tua. “Mio padre non dice fregnacce. Annarella l’hanno ritrovata dentro il pozzo.”
“Questo non è il pozzo di Annarella. Fermate, ho capito, ti confondi, quello sta sulla Pineta Sacchetti, la maestra ce l’ha raccontato stamattina, è successo trent’anni fa.”
“Dici una marea de bugie”, ti fa lui dandoti una spinta su una spalla.
“Ti dico che non è quello, io sto pozzo lo conosco” gli dici indicando il giro dei mattoni ricoperti di muschio. Lui ti colpisce ancora, più forte. “Sei un cantante!”
”No.”
“Si!”
“No!”
“Bugiardo!” grida e la sua saliva ti schizza sulla faccia. Con rabbia lanci il pallone verso il pozzo che lo inghiotte. Lui grida ancora più forte e ti da un pugno nella pancia, cadi a terra e non ti difendi dagli schiaffi e dai pugni che ti sferra con rabbia. Stai pensando che te li meriti, tu a quel pozzo non ci dovevi andare. Nessuno ci doveva andare.

Hai il cuore in gola alla fine della salita, ti pieghi sulle ginocchia e cerchi di respirare normalmente. Attraversi di corsa e imbocchi la strada di casa. Vedi tua madre sul terrazzino di casa, il braccio alzato in direzione opposta alla tua, verso il bar, ci sono altre donne affacciate nel vostro palazzo e in quello di fronte. “Eccolo, Sora Giù, sta arrivà. Te possino ragazzì, ma do’ stavi? Ce mancavi solo tu ‘sti giorni”, strilla la Sora Amalia. Tua madre si gira e grida “Sbrigate! Vieni su”. Sali le scale, ti tolgono di nuovo il fiato. Si apre la porta di casa e arriva uno schiaffo che ti gira la faccia. Non sapevi che poteva fare così male, era il primo che assaggiavi. “Dove sei stato? La Sora Maria m’ha detto che sei pure bravo. Ma che ne sa lei, disgraziato. Che sei andato a fa’ al bar? Me voi fa mori?”. Senti ancora il sapore del sangue nella bocca mentre gli dici: “Se mi facevi vedere Alfredino alla tele non succedeva niente”. “T’ho detto mille volte che non te devi allontanà”, grida.
Con le gambe che ti tremano le dici con voce bassa, straniera anche a te stesso e lo sguardo fisso nel suo: “Sono andato pure al pozzo.”
“Cosa hai fatto?”
“Volevo vedere come era.”
“Tu non puoi…”
”Perché era andata lì? Non mi hai mai raccontato tu dove stavi, che hai fatto…”
“Lei… io… non doveva…” balbetta con lo sguardo perso. Dietro le sue lacrime scorgi due pupille nere di cui non si vede il fondo. Chiudi gli occhi e pensi ad alta voce: “Papà non è mai venuto al cimitero con noi”. “Tuo padre l’ha messa nella cassa. Non l’ha fatta toccà a nessuno. Non c’è bisogno che faccia altro, ha fatto già tutto”. Respira con la bocca aperta e hai l’impressione che non le basterà l’aria del mondo. Poi confessa: ”A me sono rimasti i fiori”. Ti vorresti nascondere in cameretta, magari nella casa che hai fatto ieri con i lego, aspettando qualcuno che la smonti, rimetta i pezzi nella scatola e tu possa svanirci dentro. Ma non puoi muoverti perché lei ti abbraccia così forte da toglierti il fiato.

Esci dalla cameretta, cammini nel corridoio silenzioso, è ora di cena ma non c’è odore di cucina in casa. “Mamma?”. “Vai da tu’ padre, sta in salotto” ti risponde lei dalla camera da letto. Entri in camera da pranzo con passo lento. È seduto con i vestiti dell’Italgas ancora indosso, l’occhio buono fisso verso la televisione. Inquadrano un uomo con le braccia alzate, chiede di fare silenzio. “Tra due minuti dovrebbe risalire per l’ultima volta la corda d’acciaio della sonda, questa volta con un bambino in braccio a due vigili”, annuncia speranzosa la voce del telecronista. Nelle immagini la corda scorre lenta ma non riporta nessuno. Viene inquadrata una donna con un fazzoletto sulla testa, la riconosci, è la mamma del bambino. Ha gli occhi sbarrati, dice: “No, no”, e scuote la testa. Ti siedi per terra, ai piedi di tuo padre. Il freddo del pavimento ti fa tremare, lo stesso freddo che immagini esca da quel buco nella terra. È Alfredo che urla. Un uomo si getta vicino all’apertura e parla in un megafono. “Alfredo, so’ papà, la luce, guarda in alto. La vedi? Dove ce l’hai la luce? Sopra? Sotto? Alfredo stai calmo”. Si fa silenzio. Alfredo risponde: “No”. E mentre inquadrano il padre paralizzato dalla paura, tu nascondi il volto tra le ginocchia piegate, si fa buio. Dicono che deve essere scivolato più giù e ti senti affondare con lui. Una cosa sconosciuta ti tocca. Lo spavento ti artiglia al pavimento. È solo la mano di tuo padre che ti accarezza. Vorresti dirgli che sei andato al pozzo ma alzando lo sguardo scopri che anche dall’occhio cieco escono le lacrime. Non te ne eri mai accorto. “Ora lo so, pà” gli dici ma non aspetti nemmeno che ti dica qualcosa che ti alzi di scatto e vai nella camera da letto dei tuoi. Ti getti tra le braccia di tua madre, il suo petto ti accoglie caldo e umido di lacrime. La guardi fissare il vestito bianco a pallini neri di Pina, il volto paffuto di bambina adagiata su una poltrona, dentro una cornice di madreperla. Vorresti chiedere alla tua sorellina se l’acqua era fredda, giù al pozzo dei fontanili. “Gesù, come gli assomigli. Non ci andrai più, vero?” supplica tua madre. “Le ho portato un pallone per giocare. Almeno lei”. Ti guardi riflesso nei suoi occhi e ti vedi più grande.

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