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Dio è nei dettagli

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Sono le due e venti del mattino quando l’acqua entra senza bussare. Io sono in salotto, impegnata a mettere disordine sulla libreria con le mani imbrattate di biscotti farciti alle nocciole, e mi sento i piedi bagnati.

Sono le due e venti del mattino quando l’acqua entra senza bussare.
Io sono in salotto, impegnata a mettere disordine sulla libreria con le mani imbrattate di biscotti farciti alle nocciole, e mi sento i piedi bagnati. Abbasso gli occhi e la vedo che striscia di soppiatto dall’ingresso, mi si allunga fra le caviglie con una lingua fredda e scivolosa che va verso la cucina.
Mi infilo in bocca un altro biscotto e sposto le bottiglie che Martha tiene allineate sulla mensola. Con il tempo ho scoperto che non sono necessari cambiamenti radicali, per scompigliare l’ordine; per deviare il corso delle cose è sufficiente qualche centimetro.
I dettagli sono tutto, lo ripeteva anche la mamma.
Il diavolo è nei dettagli, diceva.
Dopo aver finito, apro la porta d’ingresso all’acqua. Del giardino non si vede più nulla, ma non è colpa del buio: il canale che scorre oltre lo steccato si è arrampicato fino alla veranda, sì mi ribolle tra i piedi fermi sulla soglia di casa. Lo guardo salire fino a quando l’orlo della camicia da notte non mi si incolla agli stinchi.
Allora lascio la porta aperta e salgo di sopra.
Sento che Martha sta per tornare.

Il resto della notte è piuttosto difficile.
Al primo piano Martha mette ordine sulle mensole del bagno, e di sotto il canale ha allagato il giardino e sta spazzando il soggiorno; Martha lucida lo specchio sopra il lavello, e in cucina l’acqua sta impregnando le fessure del pavimento di legno.
Io lo so, quindi lo sa anche Martha. Solo che non se ne rende conto.
Per lei, ora, le uniche cose importanti sono l’odore della spirito che brucia in gola e la trasparenza della candeggina che spella le dita.
C’è un piccolo problema quando, dopo aver gettato via lo spazzolino che ha usato per strofinare le fughe delle piastrelle alle pareti, scopre che per qualche minuto devo aver preso il controllo e ho allungato le mani sui flaconi delle creme chiusi nell’armadietto: li ho aperti sul piano della lavatrice e li ho seminati sul pavimento, ho sparso il contenuto sullo specchio e l’ho rovesciato sulle maioliche appena lucidate.
È una guerra di logoramento che va avanti dal giorno in cui sono comparsa, durante la veglia per la mamma, quando sotto gli occhi dei vicini vestiti a lutto ho svuotato sulla tavola imbandita del ricevimento la bottiglia di vetro verde dove riposava il liquore di uva fragola.
Da allora, nessuna tregua è stata stipulata: io semino caos nelle incursioni, Martha mi incalza per riordinare il campo di battaglia, meticolosamente, insopportabilmente.
Lava per la seconda volta lo specchio e le piastrelle, strofina i flaconi sotto l’acqua bollente, uno alla volta, e li allinea di nuovo nell’armadietto, in ordine di categoria, quindi di grandezza, quindi di colore.
Solo alla fine si concede di addormentarsi, sulla sponda del letto, per non sgualcire la coperta. Tiene le mani conserte sul grembo, le nocche delle dita sono grosse e rosse come ciliegie.

Quando si risveglia, fuori dalle imposte socchiuse sta facendo giorno. Nel momento esatto in cui apre gli occhi, le torna in mente il salotto allagato: ma crede di averlo solamente sognato. Nella luce rada e grigia dell’alba non sa bene cosa farsene, dei ricordi confusi e collosi che le ho lasciato in eredità da qualche ora, delle immagini che le ho seminato come gramigna nella testa. Controlla l’ora sul display della sveglia, poi ne percorre il bordo con le dita per controllare che non si sia accumulata troppa polvere, e si solleva a sedere sul copriletto.
E’ solo ora che se ne accorge: l’orlo sgualcito della camicia da notte è ancora umido, sa di palude e di cose fredde, del canale che scorre in fondo al giardino.
Percorre il corridoio con le spalle al muro e si ferma in cima alle scale a guardare in giù: l’acqua ha raggiunto l’altezza del tavolino da tè. La sua superficie è scura e calma, lucida come metallo fuso. Cerca di guardare altrove, ma non c’è verso che possa riuscirci: l’acqua è liscia e compatta come una lastra solida, nella penombra sembra perfettamente pulita e sgombra.
Martha scende fino alla metà della rampa e si siede su un gradino, spianando la piccola piega che si forma sulla passatoia ruvida. L’acqua ha lavato via tutti i brutti segni. Non si vedono più i graffi asimmetrici e disordinati che io ho scavato con le unghie sulle assi di legno del pavimento, sono scomparse le chiazze grigie di intonaco scrostato che lei ha strofinato via per eccesso di zelo durante le pulizie. Sembra tutto molto bello, tutto molto tranquillo. Per un attimo riesce a convincere persino me, e non trovo parole da gridarle nella testa.
Crede che questo sia il segnale che stava aspettando, e forse è davvero così. Al suo posto, solamente un pazzo fingerebbe di ignorarlo. Questo deve essere l’unico modo, questo è il momento giusto.
Da mesi sta cercando di farla finita, ma per lei è ancora difficile venire a patti con me. Soprattutto, è difficile controllarmi quando prendo il sopravvento. Io ho cercato di farla contenta, ma ho tentato senza impegno, confusamente e disordinatamente, come faccio ogni cosa: una notte ho buttato giù qualche pillola, ma non abbastanza, e me ne sono rimasta raggomitolata sul divano fino a quando non ho vomitato via acidi e urla e bava sul pavimento pulito; un giorno sono salita sulle tegole bollenti del tetto, ma l’ho fatto un po’ per scherzo e un po’ per gioco, e mentre mi scottavo i piedi fantasticavo su come sarebbe stato spiccare il volo sopra la palude senza decidermi a saltare davvero.
La verità, in fondo, è semplice.
Io non voglio morire.
Martha, al contrario, desidera solo essere lavata via assieme a tutto il resto.
Si sfila le pantofole e le allinea con cura su un gradino, si solleva la camicia da notte arricciandola fra le dita fino a scoprire le ginocchia, e scende in acqua un piede alla volta. Non è esattamente come la immaginava: più fredda e quasi dura, meno dolce di quanto le sarebbe piaciuto, ma non abbastanza da fare differenza. Per un attimo pensa che dovrebbe procurarsi dei pesi per assicurarsi il risultato; si chiede se non sia il caso di incastrarsi irrimediabilmente sotto il tavolino da tè, o fra le gambe del divano. Ma alla fine si convince che per qualche motivo l’acqua avrà pietà di lei, e se la porterà via senza troppe complicazioni.
Si mette in ginocchio. L’orlo leggero della camicia si allarga e fluttua come una medusa fra le gambe.
E proprio ora non riesco a mormorare una sola frase nel fondo vuoto del suo cranio. Ora non sono che una personalità senza voce, una voce senza parole; sono il dettaglio vergognoso espunto a margine della sua vita breve e della sua morte imminente, sono l’ospite indesiderato che lei non sente.
Trattiene il respiro e si lascia affondare con un tonfo, l’acqua si apre e si richiude.
Non è abbastanza alta per rimanere a galla, non è abbastanza profonda per scomparire e scivolare via. Riempie le narici e brucia dietro la faccia, entra nelle orecchie con un borbottio muto di bolle e uno sciabordio di onde. Il viso è un’ombra bianca e fredda, immobile a un pugno dalla superficie scura della salvezza, e quando le prime scintille da mancanza di ossigeno si accendono negli occhi, comincio ad ammirare e a odiare la forza di volontà di Martha. Riesce ancora a vedere qualcosa attraverso l’acqua e il reticolato dei capillari incendiato sul fondo della retina: il modo in cui la luce comincia a indorarsi oltre la porta aperta, i bordi delle travi del soffitto che tremano e si spezzano; le mensole della libreria che ondeggiano accanto alla porta della cucina. Le bottiglie allineate che si incurvano e si sfaldano – tanto che quando lo nota pensa che sia solamente un effetto ottico, un inganno dell’acqua che brucia negli occhi e delle scintille che esplodono nella testa.
Eppure è proprio lì dove l’ho spostata questa notte, la stessa bottiglia di vetro verde da cui tutto ebbe inizio, fuori asse e scomposta, così incerta e approssimativa lungo il bordo della mensola, così sgraziata accanto alla confezione vuota e accartocciata di biscotti alla nocciola.
Martha guizza per riflesso.
Dopo un attimo comincia a dibattersi nella colla scura dell’acqua fredda: lei è un pesce preso all’amo, io sono un animale che annega, non vogliamo andarcene e non vogliamo rimanere. Ascolto in silenzio lo sfrigolio dei suoi pensieri innescati che si impenna come il ronzio di un apparecchio surriscaldato.
Poi si interrompe.
La sua resa ha il suono acuto e ininterrotto che fanno gli strumenti medici quando non è rimasto più nulla da tentare. Ma invece di arrendersi alla morte, lei si rassegna alla salvezza.
Si rimette in piedi grondando acqua: dalla punta del naso e dalla curva del mento, dai capelli attaccati alla schiena, dalla camicia incollata alla pelle sbiancata dal freddo. Trema, e respira forte quando si ferma davanti alla mensola. Si rassetta la camicia, coprendosi le gambe, e strizza l’acqua dalla treccia.
Riflesso sul vetro verde della bottiglia, il nostro viso è distorto e confuso. Io cerco di sorridere, e Martha incurva le labbra. Accartoccia nel pugno la confezione di plastica dei biscotti, soffia via le briciole dal ripiano della mensola.
Poi, lentamente, attentamente, fa scivolare indietro la bottiglia e la rimette nel suo posto esatto.
I dettagli sono tutto.

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