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C’è puru speranza a Catanzaru

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Aurora era la figlia del re di un regno tanto sperduto quanto florido e fertile. Era un luogo meraviglioso che si trovava nella vasta e rigogliosa provincia di Catanzaro. Aurora era una ragazza molto bella, dotata di gambe lunghe ed eleganti.

Aurora era la figlia del re di un regno tanto sperduto quanto florido e fertile. Era un luogo meraviglioso che si trovava nella vasta e rigogliosa provincia di Catanzaro. Aurora era una ragazza molto bella, dotata di gambe lunghe ed eleganti. Aveva gli occhi tra il verde e il castano e la sua carnagione era sempre molto abbronzata, qualunque fosse il periodo dell’anno. Il naso era ritto e voltato all’insù e usava acconciarsi i capelli in una fiammante coda di cavallo. La bella Aurora indossava degli aderenti leggins neri e possedeva una quantità spropositata di magliette che le lasciavano l’ombelico scoperto, permettendole di sfoggiare il suo bellissimo belly button piercing. Più cresceva più diventava bella e più si sentiva catanzerese dentro. Aveva diverse passioni: non resisteva all’odore di fritto delle polpette di melanzane; amava riempire di olio fino all’orlo i barattoli di giardiniera di zucchine e nutriva particolare ammirazione per gli imprenditori di successo della sua zona, cioè i baristi. Ma Aurora un difetto ce l’aveva. Dormiva troppo.
Il suo hobby principale era dormire a tutto spiano anche fino alle sei del pomeriggio ed era campionessa incontrastata del sonno post sbornia.
L’estate catanzarese era ormai alle porte e mano a mano che si avvicinava esercitava il suo potere magnetico su tutti gli abitanti della provincia e Aurora già pregustava il sapore delle estati famose in tutta Italia per feste con DJ di bassissimo livello; per la vita nei residence turistici dove di rado la depurazione funzionava a dovere; per le discoteche animate dalle tarantelle mixate, eccetera, eccetera. Quando faceva serata a Soverato oppure si intratteneva fino a tardi alla sagra del vino di Brattirò non c’era più verso di svegliarla.
I suoi genitori spesso dovevano recuperare la bella Aurora, ubriaca lercia, sulle spiagge dei vari lidi della costa (tipo la Playa del Sol o la Vela del Pirata) fino a quando tutti cominciarono col chiamarla “la bella addormentata del mare”.
Detta così sembrava una presa in giro, ma dal giorno in cui Aurora si addormentò in spiaggia dopo sei gin tonic, due negroni, tre moscow mule e sei o sette vodka lime con in testa una coroncina hawajana e un bikini di dubbio gusto estetico addosso, non c’era più verso di svegliarla: era piombata in un sonno alcolemico talmente profondo che tutta la cricca di amici iniziò a temere di non vedere Aurora la prossima estate a cantare l’intramontabile duetto di Mina e Celentano “Acqua e Sale” al karaoke.
Tutto il regno era piombato nella tristezza. L’estate forse non sarebbe più stata tamarra come tutti avrebbero desiderato. I genitori fecero anche appello a San Francesco di Paola nella speranza che il santo potesse intercedere per salvare la vita della figlia. Ma tutto sembrava inutile. Finché un giorno il proprietario del “Bar Turchino”, il locale preferito di Aurora, chiese a sua nonna di compiere l’antico rito dell’“affascino”.
La nonnina nella sua trance proclamò:

«Se sta guagliuna s’ha de sumare
Sarà pe nu vasu particulare
Sulu ara morte un c’è riparu
C’è puru speranza a Catanzaru»

Il padre di Aurora, di certo un po’ contrariato, per il bene della figlia lanciò un appello in tutta la regione usando anche Radio RTL (Radio Tropea Libera) per trovare colui il quale avrebbe potuto spezzare il malocchio e risvegliare la bella addormentata del mare. Furono numerosissimi i ragazzi che provarono nell’impresa di baciare Aurora al fine di interrompere la disgrazia che si era abbattuta su di lei. In molti provenivano anche da fuori i confini calabresi, e ne approfittarono anche per fare le vacanze.
La notizia arrivò alle orecchie di un giovinastro coi Carrera scuri appoggiati sulla punta del naso, il cappellino dell’MBA ruotato all’indietro e dalle sopracciglia ad ali di gabbiano. Frequentava l’istituto industriale di Cosenza, il suo nome era Filippo ed era la quarta volta che lo bocciavano alla maturità. Filippo finì per sentirsi profondamente attratto dalla storia della bella addormentata del mare e subiva il fascino della ragazza vista nelle foto sui giornali. Pensava che avrebbero fatto una bellissima coppia: come resistere a una donna che beve così tanto? E così iniziava a fantasticare su come sarebbe stato felice ad avere accanto a sé una ragazza così entusiasta dell’alcool, delle ubriacate in cantina e del bikini bianco con mutanda brasiliana. Ormai l’estate stava per concludersi e Filippo aveva trovato i soldi per trascorrere qualche giorno a Soverato spinto anche dal fallimento di tutti i principi che avevano tentato di risvegliare Aurora.
Era definitivamente convinto che quella ragazza era il suo vero amore e sarebbe partito per compiere anche lui l’impresa dell’Estate 2017 Edition.
Emozionatissimo Filippo riuscì a essere ricevuto a corte dai genitori della bella, si avvicinò alla teca di cristallo in cui era sdraiata circondata da fiori di zucche e corone di peperoncini essiccati.
Si avvicinò, guardandole con emozione il viso e carezzandole dolcemente la mano e finalmente le loro labbra si toccarono in un romanticissimo bacio.
Come per magia l’incantesimo si spezzò, gli occhi di Aurora si aprirono.
La bella addormentata sul mare, con le labbra ancora odorose di cipolla rossa di Tropea che Filippo aveva mangiato prima di recarsi alla reggia, si alzò di colpo deliziata da quel sapore recitando:
«La vecchia ha da insegnare:
Chissu fu nu baciu particulare.
Capire non puoi e rimani ignaru
Si un mangi cipolla a Catanzaru»

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