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Baby Raccoon

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Sono. Sono già. Già, sono. E se ci sono io e voi ci siete, ci siamo. Nessuno lo credeva, eppure. Ora inizio con me. Poi vediamo con voi. Ciao, ciao. Salute, salute. Io sono quella cosa per cui mamma ha potuto dire al marito cioè a papà e poi a sua mamma cioè alla nonna:

Sono. Sono già. Già, sono. E se ci sono io e voi ci siete, ci siamo. Nessuno lo credeva, eppure. Ora inizio con me. Poi vediamo con voi. Ciao, ciao. Salute, salute.
Io sono quella cosa per cui mamma ha potuto dire al marito cioè a papà e poi a sua mamma cioè alla nonna: “Credo di essere incinta”, e si è fermata qui. Ci ha pensato la mamma della mamma, cioè la nonna, a dirlo al marito cioè al papà di mamma, il nonno, e poi ci ha pensato il papà di mamma cioè il nonno a dirlo al figlio, cioè al fratello della mamma, cioè allo zio. Al figlioletto, cioè al fratellino mio, glielo avrebbe detto poi e mi avrebbe usato come scusa per non prenderlo più in braccio.
Io sono accaduto, dapprima come un’idea poi come un fatto. Accaduto.
Ho quattro settimane, e quattro settimane sono quasi un mese. Per ora sono sospeso in un liquido caldo caldo bello bello buono buono, dal sapore dolce che mi dà da bere e da mangiare. E io mi nutro, io dormo e quando mi sveglio sogno, sogno me con voi e voi con me.
Lì fuori parlano, quando non parlano mimano le parole, e io li percepisco, sia i gesti che i significati. Perché sento le energie, e poi il tono che cambia, la temperatura che scende e poi sale e poi riscende e poi che risale. Il punto più punto di tutti che hanno chiesto alla mamma con i silenzi, con i non far sentire a nessuno ma poi sentono tutti, è stato: “Ma lo volevate o è capitato?”.
La mamma ha risposto che mi hanno voluto: “Il secondo figlio dopo due anni ci voleva, perché aspettare? I figli vanno fatti quando si è giovani e ci sia ama”. Grazie mamma, diglielo a questi che dubitano di te, di me e di noi che tu hai voluto me, che poi ci sia io qui e non un altro te lo spiegherò quando uscirò e imparerò a parlare. Sarà la prima cosa, giuro. Ora fammi riposare. Non ho ancora tanti muscoli e ho bisogno di riposare.
Mi sveglio. Siamo io e la mamma seduti sul lettino e vicino c’è una signora in camice verde e guanti gialli. La stanza è azzurra, la mamma è bianca e suda con le mani. Sulla pancia della mamma la signora dal camice verde e guanti gialli mette le mani, un tubo e un liquido vischioso: freeeeeddddo. Mamma ha i brividi e io le mimo: “Coraggio, è solo un gel”, e lei si calma.
La signora dal camice verde e guanti gialli è signora di cui la mamma si fida perché dice che ha fatto nascere il fratellino. Se si fida lei, la seguo. Dove? Incontro alla fiducia.
“Signora fiducia”.
“Si, chi mi cerca?”.
“Un ottimista”.
“Cosa vuole?.
“Voglio lei”.
“Eccomi, sono sua.”
Ottenuta la fiducia, andiamo avanti.
La signora camice verde e guanti gialli inizia a lisciare la pancia di mamma con la sonda addominale Fammi nascere ma dammi il tempo. Sta lì che passa che ti ripassa la sonda sulla pancia. Venti minuti sono pochi, quindi ricomincia.
Altri dieci, poi cinque, tre due uno, un secondo e dice a mamma: “Quando l’ultimo ciclo?”.
La mamma risponde: “Otto settimane”.
La signora camice verde e guanti gialli scuote la testa. La mamma no. Poi la signora camice verde guanti gialli dice: “C’è solo da sperare che si sia sbagliata di conto”.
– “Sbagliata di conto?”.
– “Si, di conto. Non è di otto settimane. Se fosse stato di otto settimane non misurava tre millimetri”.
Tre millimetri lo ha ripetuto altre due volte, poi ha continuato: “Le ipotesi sono tre”. Una pausa e ha ripreso evidenziando ogni punto toccandosi con l’indice e il pollice della mano destra prima il pollice poi l’indice e per finire il medio della mano sinistra. Un elenco. Eravamo sotto l’effetto di un elenco e riguardava noi: “O i due cromosomi non si sono uniti bene non essendoci stato un buon aggancio; o lei si è sbagliata di conto; o ha avuto un’ovulazione tardiva. Le devo ricordare che nella maggioranza dei casi non si riesce a trovare la causa di un possibile aborto”.
“Aborto? Dottoressa… forse la febbre ha causato un’ovulazione tardiva? Dottoressa… forse mi sono sbagliata di conto?”.
“Forse”.
Ipotesi, ovulazione, tardiva, aggancio, aborto, forse: che parole sono? Mi state dicendo che ancor prima di essere qualcosa ho già finito di esserla? Sono spacciato. Non trascuratemi, non oscuratemi, non lasciatemi andare. Provatele tutte. E non a parole. Io sono, ma forse non sarò. E sapere di essere a tempo e in un piccolo tempo a venire fa di me un prodotto in scadenza, un essere a brevissima distanza. Mi stai condannando dottoressa e in più senza un regolare processo. Non ricevo le informazioni che dovrei ai fini della crescita? Come difendermi, con quali mezzi, in quali aule? Vuoi giustiziarmi su un letto d’ospedale? Far divaricare la gambe di mia madre e cacciarmi via da questa vita come natura morta, fagiolino rinsecchito? Vuoi che la mamma metta in vendita la culla destinata a me con un annuncio del tipo: “Vendo culla mai usata destinata a un neonato mai nato”? Quale reato ho commesso, quale? Ditemi quale reato ho commesso e vi saluto. Vita mi rivolgo a te: dimmi dov’è l’errore e chi l’ha commesso e ti saluto, esco da qui e ti saluto. Pago io per tutti, lo accetto. Ma non posso essere io ad aver commesso un errore: io, anima senza peccato. Non appartengo a niente, a nessuno. Non ho sesso e non ho nome. Non avrò una bara e non ci sarà un funerale per me. Allora, dov’è la colpa? Chi ha sbagliato? Con chi me la devo prendere? Androgeni, estrogeni, progesterone. Chi non ha dato a chi? Quali dei due semi non ha funzionato? L’alfa e il beta gonadotropina corionica umana? Chi non ha dato l’alfa, chi non ha ricevuto il beta? Alfa beta. Parlo. Sto parlando. Ho imparato a parlare. Parlo parlando di me. Parlo e dico che penso che qui c’è qualcuno che non mi ha voluto fino in fondo. Lo scambio di energie non ha funzionato. Posso dubitare di questo? Posso dubitare dell’amore? Io che non so come va la vita che se ne va.
Un fil di voce mi invita a stare calmo… devi stare calmo. Non ci riesco, per quanto mi concentri nella mia acutezza microscopica.
Nell’amnios s’agita un moto d’orgoglio che mi fa vibrare lo scheletro che non ho e che mi fa dichiarare ai miei sette geni: “Fin quando non creperò ce la metterò tutta. Tutta. Tutta”. Lo ripeto tre volte tutta. Una speranza mi fa volare sul conto della mamma: “Mamma, possibile mai che non hai conteggiato con precisione a quando risale l’ultimo ciclo? La camice giallo verde la prima cosa che ti ha chiesto è stata proprio questa. Un po’ di attenzione, in fondo si trattava di noi. Fa che tu ti sia sbagliata mamma, altrimenti non mi conoscerai e non saprai se ho la tua stessa bocca denti ossa ciglia mani fegato duodeno”. In fondo si trattava di noi. Si trattava di noi. Si trattava. Mi sto riducendo a parlare al passato. Parlo come uno che è stato ed ora… Ora dico ora. Ora e dico. E se dico ora e dico, vuol dire che sono vivo. Vivo ora, si. Ma vivo poi? Nasciamo mortali. E chi non nasce, come nasce? Non lo so. So solo che sento la mamma. Da qui dentro sento la mamma che mi sente. La mamma piange. Sono state le mie parole ad averla commossa e poi la commozione è diventata lacrimoni, ai lacrimoni si è aggiunto il moccolo. La signora camice verde e guanti gialli le ha dato della carta e lei si è asciugata il moccolo ma non i lacrimoni, per questi ci sarebbe voluta la carta da parati delle case degli anni settanta quelli degli anni di piombo che poi anche ora sono ritornati di moda, i parati non il piombo. Non fatemi divagare. Zitti. Torniamo alla mamma se no si sente sola.
La signora camice verde e guanti gialli dà appuntamento alla mamma tra due settimane, quando io avrò… io avrò… ora non so quanto avrò. Decido di rinunciare all’età da adesso. Non ho età. Impongo alla mia anagrafe la mia non età. Non mi importa, ne faccio volentieri a meno. Quattro, sei, otto sono numeri importanti. Ma se loro non sanno per insufficienza di prove, io decido di non sapere nel pieno possesso delle mie facoltà, che non sono poi tante, ma le faccio valere come so fare solo io. E quando dico io, dico tutto. Ma quando dici tutto dici anche niente, perché nel tutto è incluso anche il niente. La mia consolazione del niente nel tutto. Basta. Ora tocca consolare la mamma. Ci penseranno anche gli altri, sicuro. Ma loro non potranno consolarla come posso consolarla io. I messaggi arrivano da parenti e affini. O almeno da quei parenti e affini con i quali lei ha parlato di me e con l’aggiunta di quello che le ha detto la signora verde e gialla.
Parlate voi, che io intanto resto qui. Resto qui con la mamma. Mamma mi senti? Io non ti lascio sola.
Intanto torniamo a casa e continuiamo a fare quello che dobbiamo fare io e la mamma: pensare al fratellino, preparargli pappine e lattuccio (quanto mangia il fratellino, non sa che se uscirò la razione andrà divisa). Poi metterlo a letto, cantarle la ninna nanna ninna o o qualche fiaba, ma non troppo sofisticata, sono io l’intellettuale. Lui è più manovalico, sento come armeggia i giochi, come distrugge i mobili, i cassetti, come non riesce a tenere per più di trenta minuti un paio di scarpe ai piedi. Ho un fratello scalzo. Ci sta… farà da contraltare al mio essere calzante.
Poi c’è il papà, stesso carattere del fratellino, ma mangia più di lui. Si sveglia presto al mattino e torna quando è sera, e dice a mamma che deve solo pensare a stare tranquilla, lui penserà a lei. Intanto la mamma pensa a me.
Il nonno con la barba, la nonna senza. Sono con mamma un giorno si e un giorno no. Non vedo lo zio. Dicono che è lontano. Per me è una scusa. O è rinchiuso in una struttura contenitiva o non esiste. Poi la prova, sento la sua voce a telefono. Conforta la mamma.
E mentre lui e loro confortano la mamma e la mamma si lascia confortare, io elaboro come resistere a questo mondo di vita di sogno di mamma di me.
Passano i giorni: è attesa, un’attesa silenziosa, silenziosa come solo l’attesa sa essere. Fino al giorno del…
Il giorno del giudizio è oggi. Mamma si prepara e andiamo, con papà e il fratellino. Entriamo io e mamma, papà resta nella stanza dei giochi col fratellino. Stessa persona: la signora col camice verde e i guanti gialli, stessa procedura: lettino mani tubo liquido vischioso detto gel, dico freeeeeddddo, stessa sonda: Fammi nascere ma dammi il tempo. Venti minuti, dieci, cinque, quattro, tre due uno, un secondo: “Posso annunciarle che…”.
Sospensione. Sospesa la mamma. Sospeso io. Sospesi. Il mondo è sospeso in quei puntini. E puntino dopo puntino si arriva alla prima lettera e poi sillaba e poi parola e poi frase: “ha ripreso la sua regolare funzione. Dieci millimetri, è di otto settimane. Con piacere le comunico che si era sbagliata. Sbagliata coi giorni. Evviva”.
Ha, ripreso, funzione, giorni, evviva: queste sono parole. La mamma inizia a piangere come l’altra volta, ma con la differenza che ora è senza moccolo. La signora che intanto si è tolta il camice e si è tolta i guanti abbraccia la mamma. Entra papà, entra il fratellino, entra un orsetto di peluche e si abbracciano tutti.
Io sono serio, penso a me e a quanto mi ha sfiorato la non vita. I colpi anche se ti sfiorano fanno male, e di un male che ci vogliono millenni di baci e di carezze per farti passare la bua. La bua ha fatto bù nel cuore battente. E nel battito battuto ha provato gioia, paura e poi ancora gioia. La gioia di una vita che si credeva al buio, ma in realtà e in sogno destinata alla luce.
A presto.

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