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Il minatore

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Quando Luca Leoncini prese la pistola dal vano porta oggetti non sapeva se l’avrebbe usata. Fece un sospiro e disse a mezza voce, scrollando le spalle. La soppesò per un istante e la infilò nella tasca della giacca.

Quando Luca Leoncini prese la pistola dal vano porta oggetti non sapeva se l’avrebbe usata. Fece un sospiro e disse a mezza voce, scrollando le spalle. La soppesò per un istante e la infilò nella tasca della giacca.
Scese dalla macchina, abbottonò i primi due bottoni della giacca come era solito fare in ufficio e procedette verso la casa. Dalla finestra del pianterreno si vedeva una luce accesa.
Bussò alla porta. Non ricevette risposta. Ritentò con più intenzione, invano. Provò allora a chiamare <Damiano!>. Iniziava a innervosirsi.
Sbuffò e si voltò per tornare alla macchina. Fece due passi in quella direzione, ma la porta si aprì alle sue spalle. Un vecchio con la barba incolta, una grande pancia sporgente, un cappellaccio di panno e un fucile in mano era immobile sulla porta della villetta. Così dicendo sistemò il fucile dietro lo stipite della porta. Poi fece cenno di entrare. iniziò Luca. Si guardò intorno. Un tavolaccio sghimbescio, tre sedie di legno, una piantana accesa, il resto in penombra. Per il resto, solo odore di marcio.
<Perché sei venuto fin qui?> rispose Damiano, che si era seduto al tavolo e stava sbucciando una mela con un coltellino Opinel. Luca fece per sedersi al tavolo. Oosservò Damiano con uno spicchio di mela infiocinato nel
coltello. Luca rimase immobile per un secondo, sorrise e tirò a sé la sedia. Si sedette facendo attenzione agli scricchiolii del legno. Accomodatosi, squadrò suo padre.
Disse <Perché aiuto la gente?> Luca picchiò il pugno sul tavolo, incassò bene, nonostante l’aspetto marcescente. E il vecchio indicò con lo sguardo il fucile. Luca posò la mano sulla tasca della giacca, ma suo padre riprese: <Cos’è questa storia che aiuti la gente?>
Luca si schiarì la voce.
<Cristo, ma il tuo lavoro è silurare la gente. Far quadrare i conti>
<C’è gente con mogli, figli, anziani a carico… gente malata, che si è ammalata sul lavoro…>
Damiano si ritrasse sullo schienale. Ruttò e squadrò il ragazzo: con le mani Luca artigliò le cosce.
A Damiano si illuminarono gli occhi. Si sporse in avanti, la sedia sotto il suo peso gemette.
Luca notò del compiacimento nella voce del padre.

Disse con sarcasmo Damiano appoggiando la schiena allo schienale.
Luca alzò lo sguardo, gli occhi ora lacrimavano.
<E…?> lo incalzò il vecchio.
Concluse Luca distogliendo lo sguardo da quello del padre. Damiano prese la scodella dal tavolo e la portò in cucina. Luca tese le orecchie.
Sentì il vecchio armeggiare con le stoviglie. Una porta si chiuse. Rumore di vetri che tintinnavano. Quando tornò in sala, il vecchio aveva un bicchiere nella destra ed una bottiglia nella sinistra.
Posò bicchiere e bottiglia sul tavolo e si diresse verso le scale che portavano al piano superiore. I tonfi dei suoi passi sugli scalini si perdettero nel buoi della serata Luca si levò la giacca, sbottonò tre bottoni della camicia, si passò una mano sul viso a detergere il sudore. Gli occhi gli bruciavano un po’. Versò del liquore e iniziò a bere. Era buono ed in breve svuotò mezza bottiglia. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. L’odore di resina del legno e quello del liquore si mescolavano prepotenti nelle narici e scendevano giù in gola.
Per un attimo gli cadde la testa, ma si riprese quando altri tonfi segnalarono il ritorno di Damiano. Indossava una tuta, mimetica, un caschetto con la luce frontale, degli occhiali protettivi con le lenti spesse ma  trasparenti che gli alteravano il profilo degli occhi.
La voce perentoria del vecchio non gli lasciava scampo. Luca rischiò di cadere un paio di volte, poi riuscì a salire sul tavolo cigolante e si sdraiò a pancia all’aria.
Adesso Damiano era di fianco al giovane cacciatore di teste. Con un po’ di difficoltà, gli sfilò camicia e canottiera. Poi si chinò e sollevò uno strano arnese, simile a un fucile da sub. Un perforatore spiegò. Luca sgranò gli occhi e avrebbe voluto alzarsi, urlare. Ma avvertiva una pesantezza irresistibile in tutto il corpo. Riusciva a tenere gli occhi aperti solo con un grande sforzo.
Disse Damiano. Fece scivolare la mano guantata sugli occhi del giovane uomo. Luca provò un sollievo istantaneo, innaturale. Poi il buio.
Intuì la punta fredda della barramina sulla pelle. Luca accennò il gesto indicato. Sentiva tutto quel che il padre gli diceva, ma la voce del vecchio era distante centinaia di metri. Anche l’odore di marciume si era affievolito, restava solo il calore del liquore nello stomaco.
Damiano vide il gesto di Luca e inserì la barramina nell’ombelico del ragazzo. Premette il grilletto del perforatore. Bastò un istante perché l’ombelico di Luca si sfaldasse intorno alla barramina, risucchiato verso l’alto dalla rotazione impressa dalla perforatrice.
Fu un tripudio di sangue. Damiano estrasse la barramina sanguinolenta e la lasciò cadere sul pavimento. Luca voleva urlare, la bocca era contratta in uno spasmo di dolore. Non resistette e aprì gli occhi. Una fessura appena. Fece in tempo a osservarsi la mano insanguinata che Damiano entrò nel campo visivo. Aveva in mano una scure dalla lama stretta e lunga. Disse Damiano all’arnese.
Luca vide la lama scintillare in alto e richiuse gli occhi poco prima che l’arnese si abbattesse su di lui. In pochi secondi l’addome fu aperto. <Bene, ora assicuriamo le pareti della galleria. Mi servono quadro e grappa. Continua a tenere gli occhi chiusi. Non sei un bello spettacolo.> consigliò il vecchio mentre bloccava la pelle con gli attrezzi da miniera. Luca non sentì molto di tutta l’operazione, avvertì distintamente però il momento in cui Damiano tolse il braccio dall’addome, lentamente per non far muovere i legni. Luca spalancò gli occhi, si concentrò su Damiano e lo osservò detergersi dal sangue con un asciugamano, e guardare il lavoro appena fatto. Osservò compiaciuto. Osservò sarcastico Luca con un filo di voce. Ma Damiano non lo ascoltò. Era concentrato sul da farsi. Damiano lavorò di scure in un primo momento. Luca vedeva filamenti biancastri gettati lontano dal tavolo dalla furia del padre. “Mi sta strappando le budella” pensava il ragazzo. “Mi ucciderà. Perché non muoio?” Damiano si sporse verso il figlio. Aveva in mano delle pinze che mordevano
un grumo di tessuti.
E tra il sangue e i nervi biancastri Luca vide un collega di università. Un ragazzo semplice, ingenuo. Luca lo aveva aiutato quando tutti lo volevano cacciare dal dottorato.
<Certo che sei stato veramente senza palle, ad aiutare quello lì. Potevano licenziarti> commentò Damiano. Luca non fece in tempo a rispondergli perché il minatore, con un grande sforzo, estrasse altro materiale che sottopose allo sguardo del figlio.
<È Juanita, la domestica>
<L’avevo licenziata.>
I due si guardarono con arroganza vicendevole.
Una fitta fece stringere gli occhi a Luca. Damiano riprese a scavare. Luca strinse forte la tovaglia, quando Damiano con un grugnito tirò fuori dal ventre del figlio un fascio di filamenti argentati che chiudevano una pallina rossastra. Lo sottopose all’analisi del figlio. <È Michela, la mia prima ragazza> osservò Luca scuro in volto.
<Però l’hai perdonata e sei pure andato al suo matrimonio, qualche anno dopo. Smidollato…> Luca avrebbe voluto reagire, alzarsi e prendere la propria giacca, ma le forze erano sempre meno. Damiano dal canto suo continuava a cercare e non si capacitava di ciò che estraeva dal corpo di Luca.
Proprio a lato del fegato, tra la cistifellea e lo stomaco, Damiano trovò un grumo molto purulento.
Lo estrasse e lo mostrò a Luca.
<Già> rispose Luca. Poi continuò, sibilò Luca.
Damiano, sotto gli occhi del figlio, asportò quel grumo con fatica. Pareva che non si volesse staccare.
Chiese sarcastico Luca. <Già. Inizi a capire.> Poi, con l’aiuto dell’ascia, il minatore resecò la massa proprio all’innervatura con il pancreas. Poi la guardò attentamente: in mezzo al sangue e ai legamenti che la ancoravano al ventre notò i piccoli fili azzurrognoli che partivano dalla parte asportata e ancora guizzavano sull’acciaio. La storia era ancora viva.
Disse il vecchio. Il vassoio di materiale sterile, quello cheimpediva a Luca il pieno successo nel suo lavoro, era praticamente colmo.
<Già> rispose esausto Luca. Guardò per qualche istante la scodella, poi sorpreso dal calo improvviso di voce disse e girò la testa verso la finestra. Gli veniva da vomitare. Ora sentiva di nuovo fortissimo l’odore dolciastro del sangue e quella puzza di resina e marcio di quando era entrato in casa. Provò a dire qualcosa, ma non riuscì ad articolare nemmeno un suono.
Ora gli occhi del ragazzo erano rivolti al vecchio.
Luca provò a mugolare qualcosa, Damiano commentò con <… e sarà meglio che mi sbrighi, prima che l’effetto svanisca del tutto>.
Luca si sentiva in pericolo, la sensazione era così forte che gli veniva da piangere. Damiano riposizionò Luca bene al di sotto della lampada. Poi prese l’attrezzatura.
Quando vide passargli di fianco l’accetta, il ragazzo ebbe un sussulto più forte ancora. L’ultimo, prima di affidarsi alle cure del padre.
Damiano tirò un colpo d’ascia proprio sopra il ventre aperto del ragazzo. Luca urlò, le gambe piegate, le mani a toccarsi il ventre sanguinolento. Damiano si tappò le orecchie con le mani, l’urlo era fortissimo. Ma nessuno lo poteva ascoltare, da quella casupola in mezzo al bosco. L’urlo sembrava non dovesse mai finire. Ma contro ogni aspettativa terminò, e Luca restò immobile sul tavolo, come catatonico, lo sguardo fisso sul tumore che Damiano aveva fatto cadere. E vide se stesso, al capezzale della madre. I due si parlavano, lei dal letto d’ospedalegli parlava. Lui piangeva. Le spalle gli sussultavano.
Luca fece cenno a Damiano con la testa e il vecchio si avvicinò. Raccolse la massa e lo avvicinò a Luca. Entrambi guardarono quell’ammasso di sangue, nervi, e carne. Il profumo del sangue rappreso che impregnava ormai la casa era molto simile all’odore di una stanza di ospedale. Dal tumore provenivano le voci del ragazzo e della madre, tanto che il minatore e il suo paziente avvicinarono entrambi un orecchio per ascoltare meglio.

Damiano osservò ancora il tumore quel tanto che bastava per vedere sé stesso entrare nella camera di ospedale. Poi si girò verso la finestra. Il sole ormai spuntava da dietro il monte, e il vecchio fissava l’alba. Luca lo richiamò alla realtà. Era seduto sul tavolo, diafano e piegato in due, la mano destra sulla fasciatura che impediva ulteriori emorragie. Si sforzò di chiedere accennando un sorriso. Rispose fiero Damiano, aiutando Luca a scendere dal tavolo. Gli occhi erano fissi su un punto del pavimento, semichiusi. Ma quando parlava gli si aprivano in modo impressionante. Damiano rispose mettendogli la giacca sulle spalle. Poi si voltò per togliere la tovaglia intrisa di sangue dal piano di legno. La mano sinistra di Luca intanto procedette alla ricerca della tasca. La trovò. Estrasse la pistola e la puntò contro suo padre.
Poi lo sparo. Ma nessuno lo sentì da quella casa nel bosco.

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